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Alla ricerca della Primavera perduta 

Che aspetto ha Piazza Tahrir? La prima volta che la vidi è stata nell’estate del 2012, circa un anno e mezzo dopo il 25 gennaio 2011, giorno in cui l’onda della Primavera Araba si infranse sull’Egitto e sul regime trentennale dell’allora Presidente Moubarak.
Alla fine di una via che si affaccia sulla piazza è posizionato un palco dove un gruppo di giovani porta avanti, tra un thé e l’altro, dibattiti e un fitto scambio di opinioni, accompagnati dal volume alto della musica che esce dagli enormi altoparlanti posizionati ai lati dell’impalcatura. La piazza si presentava affollata: al centro, quello che un tempo era un giardino che abbelliva la rotatoria dove intorno circolano senza sosta macchine e taxi, oggi è diventato un manto di sabbia da dove spuntano pochi ciuffi di erba secca.
Faceva veramente caldo, a luglio le temperature raggiungono spesso i 40 gradi e nonostante il clima secco e arido, la calura si fa sentire. Lì, sopra la sabbia, in ogni angolo c’erano presenti memoriali di foto, striscioni, poster e dediche ai “martiri” della Rivoluzione, durante la quale morirono 1075 persone. Volti giovani di uomini e donne che durante quei giorni hanno guidato la rivoluzione egiziana verso quello che speravano fosse un futuro diverso per il loro Paese. Nell’aria si respirava un leggero senso di libertà, il clima della rivoluzione era ancora vivo e presente negli sguardi dei passanti. I valori che hanno guidato quelle proteste provenivano tipicamente del mondo occidentale: trasparenza, libertà di espressione e di informazione, democrazia, il rispetto dei diritti umani, una maggiora giustizia sociale, lotta alla corruzione e diminuzione delle forti disuguaglianze economiche che affliggono il Paese.

Che n’è rimasto di quei giorni ?
Sono passati più di sette anni. Nel frattempo in Egitto l’ex Presidente Mubarak è stato destituito e processato, e sono state svolte nuove elezioni vinte da Morsi. Quest’ultimo però è stato cacciato con quella che è stata definita da molti la “seconda rivoluzione”, avvenuta nell’estate del 2013, per via della sua idea di imporre uno Stato islamico. Da allora è in carica il generale delle forze armate Al-Sisi, in attesa delle prossime elezioni che si terranno alla fine di questo mese.
Ma cos’è rimasto di quella Primavera Araba che tanto aveva fatto sognare i giovani egiziani? Molti attivisti e manifestanti sono stati uccisi, incarcerati o sono fuggiti, autoesiliati dal Paese.
Le repressioni sono continue e sono dirette specialmente contro giornalisti, intellettuali e dissidenti politici. Quasi tutti vengono arrestati con l’accusa di spionaggio o terrorismo e per l’opposizione è difficile sia trovare centri di aggregazione sia partecipare alle scelte politiche del Paese. Una delle leggi più criticate dell’amministrazione di Al-Sisi è la cosiddetta “legge anti-ong” (L. 70/2017) che pone limiti al mondo dell’associazionismo e dei lavoratori, restringendo a pochissimi casi il loro diritto a manifestare.

Negli ultimi anni, l’inflazione ha raggiunto livelli veramente alti. Una larga parte della popolazione soffre ancora la fame e fatica ad avere una vita dignitosa. I giovani universitari sono completamente sfiduciati nella politica e si sono rassegnati a questa situazione, dato che alle prossime elezioni l’attuale Presidente correrà contro Moussa Mostafa Moussa, un candidato ininfluente, quasi sconosciuto.

Infatti, proprio per questo, molti sono decisi a non andare a votare come F., giovane ragazza laureata in architettura e design, che ci dice che “sarebbe perfino più utile sfruttare il tempo vedendo un film a casa”. Lei vede il prossimo turno elettorale come un “plebiscito” a favore del generale, che prevede vincerà con un’alta percentuale di voti.
Quando gli chiedo a cosa hanno portato le riforme pubbliche degli ultimi anni ci risponde che “le strade hanno visto crescere grattaceli, edifici commerciali e uffici, ma tutto questo imponente business edilizio non è stato accompagnato da misure sociali volte a diminuire la povertà, migliorare l’istruzione o dare un tetto ai meno abbienti”. Secondo F. “da un sistema così povero e in crisi è anche difficile che escano fuori personalità politiche giovani e capaci, che possano veramente apportare qualche cambiamento significativo per il Paese”. Proprio per questo, molti giovani hanno deciso di emigrare all’estero e dopo essere diventati dottori, ingegneri, economisti e avvocati trovano lavoro nelle grandi aziende europee e americane. Quando gli chiedo se secondo lei sia cambiato qualcosa rispetto a dieci anni fa (quando era presente ancora l’ex dittatore Moubarak), F. mi risponde: “l’unica cosa è che ci sono stati più morti.”

Le speranze riposte nella rivoluzione sono svanite, complice anche la forte repressione attuata dai servizi segreti e dai corpi di polizia. Secondo i dati rilasciati dalle ONG attive in tema di diritti umani sul territorio egiziano, dal 2013 al 2017 circa 60 mila persone sono state imprigionate, decine di migliaia sono i casi di tortura e di morti accertati nelle carceri egiziane, così come le detenzioni arbitrarie e le sparizioni forzate degli oppositori (giornalisti, scrittori, ricercatori universitari e attivisti).

Politica interna
Negli ultimi anni, l’Egitto ha ottenuto risultati importanti in campo energetico, infatti è stato scoperto un importante giacimento di gas da parte dell’azienda italiana Eni, che permetterà al Paese una copertura energetica per decine di anni. A questo si sommano lavori importanti come l’allargamento del Canale di Suez che consentirà di ottenere introiti più alti con il passaggio di navi più grandi.
Al di là di questi importanti traguardi, i dati evidenziano come in realtà il regime di Al Sisi rischia un collasso economico a cui nemmeno il prestito triennale, di 12 miliardi di euro, elargito dal FMI può far fronte. Inoltre, l’emergenza terrorismo che affligge il Paese, intimidisce il traffico di turisti indebolendo l’economia nazionale. Negli ultimi due anni gli attacchi terroristici a chiese copte, caserme e organi della polizia, portati avanti dalle frange estreme dei “Fratelli islamici” e da Daesh si sono moltiplicati, causando numerose vittime.

Forse proprio per tutti questi fattori, in questi ultimi anni il consenso del presidente Al-Sisi è diminuito. Quest’ultimo dato è confermato anche dal centro sondaggi egiziano Baseera, dallo studio emerge che il consenso in favore del generale dell’esercito è sceso da un 82% al 64%.

Sicuramente dopo la rivoluzione Al Sisi ha dovuto prendere in mano un Paese distrutto dalla fame e dalla povertà, la valuta egiziana e le borse continuavano a crollare giorno dopo giorno e sperare in una ripresa economica in pochi anni è più che utopistico. È anche vero però che le richieste dei giovani “rivoluzionari” non erano soltanto economiche ma anche sociali. Un paese che si proclama democratico non può prescindere dal garantire il rispetto dei diritti umani e la libertà di espressione, capisaldi della democrazia. Detenzioni arbitrarie, torture e arresti fanno pensare spesso, che le morti e gli sforzi della rivoluzione siano stati vani o addirittura controproducenti, dato che l’Egitto si avvierà alle prossime elezioni con soltanto due candidati in gioco, di cui uno praticamente inesistente. Ed è facile prevedere il verdetto.

Youssef Hassan Holgado

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