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Morire di lavoro: il caporalato in Italia, Spagna e Grecia 

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L’associazione “Terra!”, da sempre impegnata nei progetti e nelle campagne sui temi dell’ambiente e dell’agricoltura sostenibile, ha pubblicato il rapporto “EUxploitation” un’indagine europea sul caporalato articolata tra Italia, Spagna e Grecia.

Per quanto riguarda l’Italia, vengono presi in esame tre territori: la Piana del Sele (in provincia di Salerno), in cui grandi aziende del Nord-Est come “Linea Verde” e “Bonduelle” producono prodotti di “quarta gamma”, cioè prodotti ortofrutticoli freschi, confezionati e pronti al consumo; l’area dell’Agro Pontino nel Lazio in cui è presente una delle più grandi produzioni di kiwi; e infine, l’area del foggiano, dove vengono coltivati massivamente pomodori e asparagi verdi. Ciò che accomuna queste tre aree è la presenza di grandi produzioni a basso costo che spesso ricorrono a lavoratori di origine straniera, i quali vivono in baraccopoli sprovviste di beni essenziali e quasi sempre adiacenti alla zona di lavoro. Nel caso italiano l’intermediazione tra bracciante e datore di lavoro si articola in varie modalità: da un lato c’è l’intermediazione legale, operata attraverso agenzie interinali e cooperative, dall’altro le forme illegali, spesso molto più diffuse delle prime, come il caporalato. A queste si sommano le forme di “lavoro grigio”, cioè casi in cui il lavoratore è in possesso di un regolare contratto, che però non copre il numero di giorni di lavoro effettivamente realizzati, come si legge nel rapporto: “da un lato non vengono corrisposti né tasse né contributi delle giornate non dichiarate, dall’altro lo Stato deve erogare sussidi di disoccupazione molto alti a persone che non ne avrebbero diritto e che non hanno mai svolto lavori agricoli”. In tutti questi casi quello che emerge è la fragilità del sistema, che da un lato porta all’aumento della produttività a discapito della qualità dei prodotti e dall’altro all’arretramento delle condizioni dei lavoratori. 

Nel caso spagnolo emergono delle caratteristiche diverse da quello italiano. Viene presa in esame la città di Murcia, conosciuta anche come “Huerta de Europa”, cioè l’Orto d’Europa, per via dell’ampia distesa di terreni agricoli. Anche in questo caso è presente il fenomeno dell’intermediazione, ma qui riguarda soprattutto i lavoratori stagionali impiegati durante il periodo più intenso della produzione. Come emerge dal rapporto le grandi aziende fanno spesso ricorso alle agenzie di lavoro interinale (ETT) che si occupano di mettere a disposizione i lavoratori per le aziende. Secondo la legge spagnola, i contratti dovrebbero seguire le norme della contrattazione collettiva ma “questo non sempre accade – si legge nel rapporto Euexploitation – perché emergono delle discrepanze e non sempre la manodopera che arriva da questo sistema è legale. Quindi si finisce per avere un numero elevato di lavoratori illegali, perché vengono fatti contratti la cui natura non è idonea per le effettive ore e giorni di lavoro svolti”. Le condizioni dei lavoratori sono disumane: nonostante le ispezioni, spesso i datori di lavoro denunciati finiscono per pagare la sanzione amministrativa e continuare a sfruttare la manodopera anche se alla terza sanzione è previsto che l’agenzia interinale venga chiusa.

Un altro caso citato nel rapporto è quello delle raccoglitrici di fragole in Andalusia. In questo caso, la selezione delle lavoratrici avviene direttamente in Marocco con la collaborazione dell’Agenzia Nazionale per il lavoro del Marocco (ANAPEC). Le lavoratrici, specie se hanno figli a carico, vengono preferite agli uomini perché garantiscono il ritorno in patria una volta terminata la stagione. Con l’avvento della pandemia da Covid-19 al termine della stagione di raccolta migliaia di donne sono, invece, rimaste bloccate in Spagna a causa della chiusura delle frontiere. Questo ha aggravato la loro condizione economica, perché sono state costrette a spendere il loro guadagno per la permanenza in Spagna, con il rischio di non avere più soldi per ritornare in Marocco. 

Infine, il documento fa un focus anche sulla Grecia, in particolare nel territorio di Manolada, nell’ovest del paese. In questa località, dove erano presenti campi di fragole e dove i lavoratori perlopiù migranti erano costretti a lavorare sotto la supervisione di guardie armate, all’inizio del 2013 si verificarono delle proteste dei braccianti. Le guardie aprirono il fuoco contro i manifestanti ferendone gravemente alcuni. Dopo quell’episodio, la corte di cassazione greca non ha accolto l’accusa formulata dagli operai di essere stati minacciati di morte. Tuttavia, in seguito all’intervento da parte della Corte Europea dell’Uomo (CEDU) con l’istanza Chowdury e altri c. Grecia del 2015, la Grecia è stata condannata per non aver impedito la “tratta degli esseri umani e lavoro forzato” e per non aver adottato misure preventive e sanzioni nei confronti dei datori di lavoro colpevoli di tale violazione. Ma la situazione dei braccianti, a distanza di anni, non è cambiata: come riportato in un’indagine del rapporto del Manolada Watch, emerge che la maggior parte dei lavoratori agricoli della regione rimangono irregolari. Continuano a pagare un canone mensile per alloggiare in delle baraccopoli che diventano invivibili, soprattutto nei periodi in cui le temperature sono alte. L’intermediazione tra lavoratore e datore di lavoro avviene anche nel caso greco per il tramite del caporale, che si fa pagare una tassa giornaliera di un euro. “I caporali svolgono un ruolo cruciale per i migranti in cerca di lavoro nella zona – scrivono gli autori del rapporto – favoriscono e controllano l’accesso al lavoro su base quotidiana: il produttore decide quante persone devono lavorare nei campi ogni giorno ed informa il caporale, che a sua volta recluta il numero di persone richiesto.”

L’associazione ambientalista “Terra!” in questi anni ha lanciato varie campagne contro la distribuzione di prodotti agroalimentari che vengono prodotti in contesti di sfruttamento della manodopera o del territorio. Tra queste, ad esempio, la campagna #FilieraSporca che mira a far luce sullo sfruttamento dei braccianti e sugli squilibri nella distribuzione del potere di mercato, o la campagna #ASTEnetevi, che denuncia la pratica vessatoria delle aste a doppio ribasso: i cartelli della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) promuovono delle aste per  il rifornimento di alcuni prodotti alimentari, dopodiché, ricevute tutte le offerte dai singoli produttori, procedono a una seconda asta a partire dall’offerta più bassa. Ciò implica che i produttori siano costretti ad abbassare i prezzi dei propri prodotti per ottenere la fornitura e dunque a diminuire i salari dei lavoratori. Con questo rapporto EUxploitation, l’obiettivo di Terra! è stato quello di esaminare le caratteristiche del sistema del reclutamento all’interno del mondo agroalimentare europeo. Quello che è emerso è la correlazione tra la grande distribuzione e la violazione sistematica dei diritti umani dei lavoratori. Il report termina con una serie di raccomandazioni da parte di Terra! dirette ai decisori politici: estendere la legge “anti-caporalato” introdotta in Italia nel 2016 anche agli altri paesi europei; riconfigurare le linee guida della PAC, la Politica Agricola Comune europea, in modo da disinvestire sull’agricoltura intensiva e industrializzata; e infine rendere “anti-economico” lo sfruttamento dei lavoratori mettendo i consumatori nelle condizioni di scegliere i prodotti coltivati nelle filiere etiche di produzione. Il caporalato è una piaga che coinvolge l’intero spazio europeo e dunque come tale deve essere affrontato comunemente.  

Sara Fornaro

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