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    Caporalato, solitudine e virus 

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    Il racconto di Jean-Renè Bilongo, sindacalista della FLAI-CGIL, durante l’incontro online proposto da UniLibera Milano. Le storie, le tragedie e le proposte per scardinare un sistema disumanizzante

     

    Nonostante la pandemia del Covid-19 e le misure di contenimento e isolamento messi in atto in Italia e nel mondo, fenomeni di sfruttamento lavorativo, caporalato e operato mafioso non cessano di esistere. E come essi, non cessano nemmeno le attività e le azioni di contrasto portati avanti dalla magistratura, dai sindacati e dalle associazioni. In questa direzione si sta svolgendo un’importante iniziativa realizzata dai ragazzi del presidio universitario di UniLibera Milano. Continuando nel ciclo “Libera le Conferenze”, promosso dall’associazione nelle università italiane, il presidio universitario milanese ha proposto un ciclo online di due incontri sul tema Mafia e Caporalato.

    Nel corso del primo incontro, tenutosi lunedì 27 aprile e moderato da Valerio Maiocchi, Jean-Renè Bilongo, coordinatore dell’Osservatorio Placido Rizzotto FLAI-CGIL, ha esposto la situazione attuale, permettendoci di entrando nel mondo dello sfruttamento lavorativo e del caporalto, di cui è diretto testimone.

    Lo sfruttamento lavorativo è come un Idra, il mostro mitologico dalle numerose teste, nel racconto di Bilongo. Uno di queste teste è proprio il caporalato (fenomeno di reclutamento e sfruttamento della manodopera), affiancato da riduzione in semischiavitù, dalla costrizione in condizione di vita disumane, dal non rispetto dei diritti personali e lavorativi, dalle vessazioni fisiche e psicologiche a cui sono sottoposti migliaia di uomini e donne.

    Un fenomeno che colpisce l’intera Italia, dai recenti casi riscontrati nel cuneese ai noti incidenti stradali del foggiano in cui persero la vita 16 stranieri a causa della stanchezza fisica patita per gli estenuanti turni lavorativi impostigli. Bilogno racconta di un recentissimo caso di cui è venuto a conoscenza verificatosi a Castrovillari, in cui 40 lavorati migranti hanno denunciato alle autorità le condizioni lavorative e di vita a cui erano costretti, raccontando come, nonostante la presenza di un contratto lavorativo con una paga di 50€ al giorno, i caporali imponevano la loro presenza, lucrando sulla retribuzione e appropriandosi della metà della paga giornaliera. Lo sfruttamento lavorativo non riguarda solo cittadini extracomunitari ma anche italiani, come ricorda la tragica morte di Paola Clemente, sfruttata nei campi per 2€ l’ora, e deceduta a causa dell’estenuante fatica a cui era costretta.

    Numerosi esempi che dimostrano come il fenomeno sia profondamente radicato nel sistema produttivo italiano, e in crescita a seguito dei decreti sicurezza dell’allora ministro Salvini (e ancora in vigore nonostante i proclami della ministra Lamorgese), che hanno spostato nelle baraccopoli e nei ghetti migliaia di uomini e donne fuoriusciti dal sistema dell’accoglienza, rimpolpando così quella schiera di manodopera facile da reclutare perché sprovvista di qualsiasi tutela giuridica e quindi anche di potere contrattuale.

    Nell’intento di combattere il fenomeno, FLAI-CGIL si sta impegnando nel progetto del Sindacato di strada, azioni dirette nei territori, in cui il sindacato raggiunge i lavoratori, intercettandoli nei luoghi di lavoro e non solo, raggiungendoli anche nei luoghi ricreativi e di culto, per portare assistenza. Un’assistenza che non è solamente giuridica e lavorativa ma anche psicologica.

    Una situazione, quella dei ghetti e delle baraccopoli, resa ancora più drammatica dall’emergenza sanitaria e dalla diffusione del Coronavirus. In un contesto dove anche 10 persone si trovano a vivere stipate all’interno di una stanza senza servizi igienici, le due regole di base per contrastare la diffusione del virus, ovvero l’igiene personale e la distanza sociale, sono impensabili da realizzare, non avendo nemmeno accesso all’acqua corrente. A ciò si aggiungono le difficoltà riscontrate dagli Ispettorati del Lavoro in regime di telelavoro, che ha permesso a caporali e sfruttatori di agire con maggiore libertà vista la riduzione e parzialità dei controlli.

    Da quando la legge 199 del 2016 (detta legge sul caporalato) è entrata in vigore, abbiamo assistito ad una crescita costante del fenomeno e delle irregolarità riscontrate in ogni contesto produttivo. Si è tuttavia  riscontrato come la legge funzioni meglio nel suo comparto punitivo piuttosto che in quello preventivo. Una motivazione di ciò la fornisce Bilongo, spiegandoci che la copiosità di infrazioni pervenute è paradigmatica del dramma e della sua profondità, non solo economica ma anche culturale, in quanto modello di pensiero basale è la necessità di sfruttare e reprimere la manodopera per ottenere il maggior guadagno realizzabile.

    E proprio nell’ottica della ricerca sfrenata del vantaggio che Bilongo si sofferma, imputandolo tra le cause principali dello sfruttamento lavorativo. In una gara al ribasso imposta dalla grande catena distributiva, la necessità dei piccoli imprenditori di sopravvivere all’interno della filiera, la corsa sfrenata al margine di guadagno più elevato, a pagarne le conseguenze sono i lavoratori di base.

    Al fine di combattere efficacemente il fenomeno e al contempo mettere in atto misure di contrasto e prevenzione alla pandemia di Covid-19, FLAI-CGIL e Terra! Onlus hanno redatto una lettera, sottoscritta da numerose altre associazioni, rivolta alle Istituzioni che chiede la regolarizzazione di tutti i lavoratori agricoli, per sottrarli dal giogo delle mafie e del caporalato e per svuotare ghetti e baraccopoli definitivamente.

    Salvatore Schininà

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