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    75 anni dopo 

    Tempo di lettura: 4 minuti

    Solo la consapevolezza trasforma il ricordo in impegno. Le parole di Hannah Arendt devono essere un monito, perché il male si cela dietro la banalità

    Se comprendere è impossibile, 

    conoscere è necessario, 

    perché ciò che è accaduto può ritornare, 

    le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: 

    anche le nostre.

    Primo Levi

    Sono passati 75 anni dal quel giorno in cui le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Quel giorno venne svelato al mondo l’esistenza di una macchina perfetta atta all’annientamento di milioni di persone. Un segreto di pulcinella in realtà, in quanto gli Alleati erano già a conoscenza dal 1942 degli eccidi compiuti dai nazisti e dai loro alleati nei campi di sterminio e della terribile minaccia che gravava sugli ebrei d’Europa, zingari, omosessuali, portatori di handicap mentali e fisici, oppositori politici. 

    Sono passati 75 anni ora, e ogni anno, il 27 gennaio, viene ricordata una delle pagine più buie della storia dell’uomo, conosciuta da tutti (anche da chi stupidamente la nega), narrata in mille sfaccettature, studiata nelle scuole, ma mai discussa a sufficienza. È difficile dopotutto fare i conti con più di 15 milioni di vittime. Pesa sulle coscienze di ognuno di noi sapere di poter essere al loro posto: se infatti fa paura pensare che potevamo essere noi le vittime di questo assurdo ingranaggio mortale, fa sicuramente terrore pensare che quell’assurdo ingranaggio lo potevamo tirare a lucido noi stessi.

    Hannah Arendt, filosofa ebrea scampata alla deportazione, scriveva nel suo saggio, dal titolo “La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme”, che «il male non è mai radicale, ma soltanto estremo. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo». Il male che si espande dunque perché nato dalla mancanza di consapevolezza, che manca di profondità e si basa sulla banalità delle nostre vite. 

    La Arendt, narrando il processo di Eichmann a Gerusalemme, colse la vera natura del male. Essa non è qualcosa di mostruoso, di demoniaco, ma è qualcosa di normale, o come lei stessa lo definì, banale. Eichmann, gerarca nazista, tra gli ideatori della cosiddetta “soluzione finale”, viene descritto come una persona «tutto sommato normale… Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: sarebbe bastato essere senza consapevolezze come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee proprie e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di porsi il problema delle conseguenze e degli impatti delle proprie azioni.»

    In fin dei conti, qualunque militare o civile complice dell’ingranaggio non faceva altro che il suo lavoro, immerso in un contesto storico-culturale che non gli faceva porre domande sulla sua personale condotta, ritenendo semplicemente normale prendere parte a questa “lucida follia” (non figlia del caso ma l’«esito del percorso moderno della razionalità occidentale approdata ad una cultura scientista della Nazione») per poi tornare la sera in casa, a giocare con i propri figli dopo una dura giornata di lavoro, senza il minimo sentore di ciò che stava facendo.

    Sono passati 75 anni, e c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella fierezza con cui diciamo “noi italiani siamo stati meno cattivi dei tedeschi”. È connaturata nella struttura dell’antifascismo la sua stessa fragilità. Il valore che è fondamento del nostro vivere democratico, è in via di dimenticanza. Forse perché a molti pare scontato lo stato di diritto in cui viviamo, forse perché non è da tutti avere il coraggio di dire “mio nonno è stato un fascista”, forse perché ci vergogniamo di ciò che siamo stati capaci di fare, alla ricerca di qualcuno a cui scaricare una colpa più grande della nostra, forse perché in fin dei conti l’Italia scelse di essere fascista. 

    Sono passati 75 anni, e le parole di Hannah Arendt hanno paurosamente riscontro anche oggi, nella nostra società, dove banalità e appiattimento hanno anestetizzato il senso del giusto e dello sbagliato. Sembra quasi normale, o per meglio dire banale, giudicare in pubblica piazza, puntare il dito sul vicino di casa, sovrapporsi alle istituzioni democratiche, sospendere per “giusta causa” diritti così faticosamente ottenuti. E proprio come Eichmann, non avere consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

    La data del 27 gennaio sta diventando un tappeto sotto cui nascondere il timore e la vergogna, eppure in questi giorni in cui intolleranza e paura proliferano, in cui il linguaggio pubblico si fa sempre più violento e sobillatore, alimentando la sfiducia verso la democrazia e le istituzioni, dovremmo avere il coraggio di spolverare questa tappeto, e di fare i conti fino in fondo con la nostra storia e con la nostra natura. Il dovere di ricordare, come diceva Primo Levi, non è solo una questione di rispetto, ma anche cura contro le pieghe meschine dell’animo umano. 

    Salvatore Schininà

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