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    Memoria e Impegno 

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    Il giorno della Memoria e il processo Eichmann

    Il giorno della Memoria, istituito con una risoluzione ONU nel 2005 per ricordare le vittime dell’Olocausto, delle leggi razziali, i deportati e anche i “giusti fra le nazioni”, viene celebrato attraverso iniziative di riflessione e narrazione dei fatti avvenuti ed è divenuto ormai l’archetipo di ogni commemorazione. La narrazione dell’Olocausto, però, rappresenta un campo problematico a partire soprattutto dagli anni ’60 quando, nell’ambito del processo Eichmann, si ricorse ad un numero interminabile di testimoni per compensare la difficoltà di provare un suo diretto coinvolgimento nelle operazioni orientali. Molti dei testimoni provenienti dai ghetti e dai lager dell’Est raccontarono le loro tremende esperienze e mostrarono al mondo intero il dolore e le sofferenze vissute dagli ebrei nei campi di concentramento. Si trattava, però, di esperienze non attribuibili in maniera diretta all’imputato: la sentenza riconobbe il baricentro delle attività di Eichmann nella parte occidentale del Reich e per questo venne condannato. Le testimonianze, quindi, non diedero un contributo pratico allo svolgimento del processo, ma ebbero, tuttavia, l’effetto di alimentare nell’opinione pubblica l’idea della cattiveria e dell’antisemitismo di Eichmann in quanto ingranaggio della Soluzione Finale e spettacolarizzarono il dolore dei sopravvissuti. Il caso Eichmann fu il primo processo sui crimini nazisti ad essere filmato integralmente e ad essere seguito dalla stampa di tutto il mondo. I nazisti vennero considerati come dei folli mossi esclusivamente dall’odio razziale.

    Ricordare non basta

    A partire da questa narrazione è cominciata a prevalere una “retorica del testimone”, che è confluita nei mass media ed è stata poi travasata nelle iniziative previste in occasione di questo tipo di commemorazioni: si assiste al racconto di un sopravvissuto all’Olocausto, si compatisce il suo dolore e si rimane atterriti senza trovare una trovare una risposta, fino ad arrivare a cercare nel testimone l’interpretazione definitiva degli orrori del ‘900. Questa retorica porta con sé il rischio di chiedere al testimone di sostituirsi alle nostre coscienze, quasi come nel processo Eichmann si chiese ai testimoni di sostituirsi, in un certo senso, ai giudici: il testimone diventerebbe, allora, l’unico interprete legittimo della Shoah. La Memoria, che ormai pervade ogni momento della nostra ritualità civile, non è fatta soltanto di testimonianza, che rappresenta comunque un momento fondamentale, ma anche di storia, in quanto tentativo di comprensione profonda e razionale del nostro tempo: si tratta di uno sforzo impegnativo al quale non è più possibile sottrarsi e non può più essere delegato in un’epoca ormai prossima alla scomparsa di ogni testimone diretto.
    Non basta più chiedersi “Com’è stato possibile?” allargando le braccia e ripetendo formule magiche “affinché non succeda più”, ma, seguendo le parole di Agamben, bisogna cercare di capire quali procedure giuridiche e  quali dispositivi politici hanno portato degli esseri umani ad essere privati dei loro diritti.

    Il nazismo non è un’inspiegabile “lucida follia”, come spesso viene presentato in queste retoriche, ma è l’esito del percorso moderno della razionalità occidentale approdata ad una cultura scientista della Nazione, che si è servita del progresso scientifico  e ha strumentalizzato la paura. Il colonialismo ottocentesco, lasciando in eredità l’idea della superiorità della cultura occidentale sulla base di una versione teleologica dell’evoluzionismo, aveva già elaborato un’idea della razza che si serviva di argomenti scientifici. Verso la fine degli anni ’30 le pratiche di eutanasia venivano eseguite in diversi paesi occidentali, ma in Germania, con il programma Aktion T4, vennero impiegate in maniera massiccia sui disabili e i malati mentali e accompagnate da considerazioni di tipo medico sulle loro vite indegne di essere vissute e da considerazioni di tipo economico sull’efficienza. Una volta accettati questi ragionamenti il passo per l’estensione di queste pratiche ad altre categorie considerate nocive fu breve: gli ebrei e tutti gli altri “devianti” avrebbero potuto compromettere il benessere fisico, sociale ed economico del popolo tedesco. Fu così che degli esseri umani vennero completamente spogliati di qualsiasi diritto per soddisfare il bisogno di sicurezza di una Nazione.

    Ricordare le vittime della Shoah è un momento importante di cittadinanza e come tale richiede un passo in più che non può essere assolto soltanto dallo spettacolo, dai testimoni o dagli esperti. Del resto viviamo in tempi in cui la paura nei confronti del diverso viene ancora manipolata ad arte per far passare dei provvedimenti a tutela della sicurezza pubblica, in cui degli esseri umani vengono spogliati dei loro diritti e tenuti in ostaggio sulle navi o sgomberati dai centri di accoglienza, in cui la logica dell’efficienza e della nazionalità scatena manifestazioni di odio razziale. Abbiamo paura, ma dobbiamo ancora capire chi ci minaccia veramente o torneremo di nuovo a chiederci, allargando le braccia:”Com’è stato possibile?“

    Massimo Occhipinti

    About the author: Massimo Occhipinti

    Scrivo per e grazie a Generazione Zero dal 2011 con uno sguardo che non si accontenta delle spiegazioni semplicistiche e rassicuranti.

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