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    Afrin non è sola 

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    In questi ultimi giorni per le vie delle città del Rojava siriano centinaia di migliaia di curdi, arabi, armeni e siriani marciano, l’uno accanto all’altro, in difesa dello YPG e dell’autonomia del Rojava, rivendicando i principi base della democrazia, in un clima di tolleranza e rispetto. Proprio quando si pensava che la guerra in Siria stesse per concludersi date le innumerevoli sconfitte dell’autoproclamatosi Califfato islamico, ecco che Erdogan, con l’operazione “ramo d’ulivo“(Olive Branch nome a dir poco azzeccato) attacca Afrin, uno dei tre cantoni curdi del Rojava, supportato dalle forze siriane filo turche. Da parte sua la Turchia giustifica l’azione militare come l’eliminazione definitiva del PKK, considerata un’organizzazione terroristica non soltanto da Erdogan, ma anche da USA, NATO, Unione Europea (dal 2001, su richiesta degli USA) e Iran. Gli attacchi del PKK sono spesso rivolti ad obiettivi militari turchi nel tentativo di destabilizzare la situazione, ma non sono mancati atti di violenza anche nei confronti della popolazione, che sono aumentati dopo le sanguinose repressioni e i numerosi sequestri perpetrati dal governo turco, producendo l’effetto opposto a quello desiderato. Determinante nello scontro tra PKK e Turchia è stato l’isolamento del loro leader Abdullah Ocalan, incarcerato nell’isola di Imrali.

    Abdullah Ocalan e il PKK
    Abdullah Ocalan è dal 1978 fondatore e leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), con il quale sperava di porre le basi per una forza democratico-radicale in difesa dei diritti dei popoli. Il Partito richiamava sostenitori da tutto il Kurdistan, cercando di andare oltre le divergenze politiche che da anni divideva il territorio. Proprio a causa della sua forte influenza nella diaspora curda e il grande successo riscosso, il PKK, è sempre stato visto dalla Turchia come una forte minaccia da reprimere. La soluzione, i turchi, la troveranno da lì a poco in un accordo con gli Stati Uniti: l’estradizione di Ocalan in cambio dell’appoggio turco durante le operazioni militari americane in Iraq e nel Medio Oriente. Infatti, il 15 febbraio del 1999, il leader turco è stato catturato da agenti dei servizi segreti all’aeroporto di Nairobi e una volta giunto in Turchia (dato che la pena di morte era stata abolita dopo forti pressioni da parte dell’UE) è stato recluso nel carcere di massima sicurezza ad İmrali, un’isola del Mar di Marmara. Ocalan che, ormai da anni ha perso gran parte della sua influenza politica, ha ordinato al PKK di smettere con la lotta armata e di abbandonare il sogno dello Stato-Nazione curdo, seguendo invece una nuova strategia politica: il “confederalismo democratico“. Forma di autogoverno ancora non presente in Turchia, ma sorta in Siria nel Rojava: lo stesso che Erdogan cerca di destabilizzare dal 20 gennaio scorso.

    Di che cosa stiamo parlando?
    Facciamo un passo indietro, che cos’è esattamente lo YPG? Sono le cosiddette “unità di protezione del popolo” formate da civili volontari che decidono di abbracciare le armi per difendere il Kurdistan siriano e che insieme allo YPJ (unità di difesa delle donne) difendono i siriani non solo dagli orrori dell’Isis, ma anche dagli attacchi di Erdogan. Lo YPG è un’organizzazione rivoluzionaria che auspica un cambiamento culturale, sociale e politico, lottando contro l’istituzione del patriarcato, concependo una nuova visione della donna, distaccata dalla sua condizione sociale. Più che un esercito vero e proprio, stipendiato e alle mani di un governo, lo YPG si avvicina ad un movimento sociale che vede nella figura di Ocalan, un mentore da prendere come modello. Mirando ad un confederalismo democratico, in cui vi sia tolleranza religiosa e politica, lo YPG è riuscito a formare uno pseudo “stato federale” che in qualche modo ha riportato un clima pacifico e di apparente serenità in questo sfondo di guerra e morte. Nassrin Abdalla, una comandante delle unità di protezione afferma che “lo YPG non è soltanto portare un’arma ma seguire un sistema, un’ideologia”.

    Dopo Kobane tocca ad Afrin
    Sembra che durante questi anni di guerra civile siriana, a preoccupare Erdogan, siano stati più i curdi che lo Stato islamico. Afrin nei sette anni di conflitto è diventata rifugio per centinaia di migliaia di profughi che hanno ritrovato “casa” lontano dalle barbarie di Daesh; gente di ogni religione ed etnia che sotto la guida del movimento curdo “diventa un esempio di determinazione collettiva per combattere il fanatismo e il fascismo”. L’attacco turco, presentato come “un’operazione di antiterrorismo” per “difendere i civili” in realtà è soltanto una scusa per mettere fuori dai giochi le rivendicazioni di autodeterminazione dei curdi. A rendere il tutto ancor più complicato, si aggiunge il fatto che le istituzioni internazionali e nazionali tendano a minimizzare e a rimandare il problema evitando di occuparsene.

    Di fronte all’indifferenza dell’Occidente, per l’ennesima volta i curdi sono lasciati a se stessi: loro e le loro montagne.

    Devris Yaldes

     

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