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    Coordinamento nazionale immigrazione della Caritas – La sfida dell’accoglienza si gioca nei territori 

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    Nel pieno degli scontri e delle proteste anti-immigrati di Tor Sapienza, a Roma, in occasione della tre giorni di coordinamento nazionale immigrazione della Caritas, si svolgeva la presentazione del Rapporto sulla Protezione Internazionale 2014.

    Si tratta dell’esito del lavoro congiunto tra enti impegnati nell’attività di monitoraggio e difesa dei diritti umani come UNHCR, Caritas italiana, Fondazione Migrantes e ANCI che, insieme al Ministero dell’Interno, hanno unito i propri saperi, competenze e impegno per ricostruire un quadro dettagliato del fenomeno delle migrazioni internazionali e del sistema di accoglienza in Italia.

    I vari conflitti, le guerre e le violazioni dei diritti umani continuano a generare nuovi migranti che fuggono dai loro Paesi per cercare pace e libertà, rischiando nei loro viaggi violenze, torture, abusi di ogni sorta e non dovendo escludere nemmeno la morte fino a quando non giungono nei Paesi che li accolgono: più di 23mila le vittime dal 2000 ad oggi nel Mediterraneo, di cui più di tremila nell’ultimo anno.

    Dal rapporto risulta che nel 2013 sono state più di 2,5 milioni le persone costrette ad abbandonare le proprie case e a cercare protezione al di fuori dei confini del proprio Paese, la maggior parte delle quali negli stati limitrofi.

    In Europa, nel 2013, sono state 435mila le domande di protezione internazionale di cui circa 27mila in Italia che si è collocata al quinto posto per numero di richieste di protezione ricevute dopo Regno Unito, Svezia, Francia e Germania ( quest’ultima con il numero più alto di richieste, circa 127mila).

    Numeri che ben poco ci dicono della umanità, delle storie e della sofferenza che si nasconde dentro ad ognuno di questi numeri e dei tanti altri che emergono dal rapporto, ma che bene rappresentano la necessità che ogni Paese si organizzi per garantire al meglio l’accoglienza e la tutela di chi ha rischiato la vita per trovare protezione e senza dimenticare tanti altri soggetti vulnerabili, come i minori, le vittime di tratta, gli apolidi, le cui condizioni si intrecciano spesso con quelle dei rifugiati.

    L’Italia, che nel 2014 con Mare Nostrum ha salvato migliaia di naufraghi nel Canale di Sicilia, si è trovata più volte coinvolta nella gestione di emergenze umanitarie – basti pensare alla crisi dei Balcani o ai barconi dall’Albania, o ancora alla emergenza del Nord Africa in seguito alla primavera araba – ma, ad oggi, non è riuscita a sviluppare un sistema di accoglienza e di tutela efficace in grado di superare il carattere emergenziale delle misure adottate di volta in volta dai vari governi.

    Per questo nel rapporto, pur facendo menzione del grande lavoro svolto dalle reti territoriali di enti non governativi e dal terzo settore di ispirazione ecclesiale e/o laica nella gestione del fenomeno che, nel corso delle emergenze, hanno svolto una funzione complementare e, non di rado, suppletiva rispetto agli interventi governativi, si raccomanda, oltre ad una maggiore cooperazione europea per la gestione degli ingressi, la ricomposizione di un sistema unico di accoglienza che si faccia carico dei migranti dal momento dell’approdo fino all’avvio dei percorsi di inclusione nei territori.

     

    È nei territori che si gioca la sfida dell’accoglienza e dell’integrazione e per evitare altre Tor Sapienza, per evitare che al dolore e alla sofferenza si aggiunga altro dolore e sofferenza, qui si deve realizzare la presenza e la collaborazione delle istituzioni nazionali e locali, per ottemperare a quanto prescritto dalle convenzioni internazionali, mentre spetta alle comunità e ai singoli l’incarnazione e il rispetto di leggi e convenzioni ancora più antiche: le leggi della solidarietà, della fraternità e dell’amore che accoglie.

     

    Giorgio Abate

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