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    Muore Berkin, trionfa Erdogan 

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    “Non è stato Dio a togliermelo, me l’ha portato via Erdogan”. Così la madre commentava la morte ad Istanbul Berkin Elvan, dopo nove mesi di agonia.  Era uscito per comprare il pane ed è stato colpito da un candelotto di gas lacrimogeno durante una violenta protesta a Gezi Park. L’agente che lo colpì, inspiegabilmente, non è stato condannato. Il giovane 15enne è diventato presto il simbolo della dura repressione messa in atto dal governo turco contro coloro i quali  in questi ultimi mesi hanno manifestato la proprio ostilità nei confronti del premier Recep Tayyip Erdogan. Berkin è il settimo giovane morto a causa delle violenze della polizia durante le grandi proteste di Gezi Park, che avevano fatto anche 8mila feriti. Alla notizia della morte, decine di migliaia di persone si sono precipitate  davanti l’ospedale dove è deceduto Berkin, che è diventata l’ennesimo scenario degli scontri tra manifestanti e polizia.

    funerale-sitoLa vicenda di Berkin ha commosso l’intera Turchia. A Istanbul, nel quartiere di Okmeydani, dove abitava il ragazzo, i negozi hanno abbassato le saracinesche. Ad Ankara un uomo si è seduto nella piazza di Kizilay con davanti un pezzo di pane e a un cartello con la scritta “Sono Berkin”. In pochi minuti lo hanno raggiunto decine di passanti, appoggiando a loro volta per terra il pane comprato per il pranzo. Un panettiere ha esposto un cartello: “Pane gratis per chi ha 15 anni”. Studenti di molte scuole e università turche hanno boicottato le lezioni.
    La miccia che ha fatto scattare la rivolta, che ormai da mesi tormenta i maggiori centri del Paese, è stata la decisione da parte del governo di distruggere il Parco Gezi a favore della costruzione di un centro commerciale. La protesta però si è gradualmente trasformata in una vera e propria contestazione nei confronti di Erdogan e del partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi).
    Nel Giugno del 2013, il Premier islamico aveva denunciato i milioni di giovani manifestanti che lo contestavano, definendoli terroristi e vandali ed aveva incoraggiato la polizia a reprimere duramente il movimento.
    Ad essere in crisi tuttavia non è il partito Akp (che gode ancora di ampi consensi) e nemmeno il suo leader Erdogan, ad essere in crisi è la Turchia come modello, quel modello turco che negli ultimi due anni è stato usato come esempio per provare come Islam politico e democrazia laica potessero convivere, e che è stato indicato come il traguardo ideale per gli stati in transizione della Primavera araba; un modello che, progressivamente, in questi stessi due anni ha di fatto tradito questo suo ruolo.turchia-vogliono-il-caos-dice-erdogan
    Nonostante la morte di Berkin, il momentaneo blocco di canali d’informazione come Twitter e Youtube e gli scandali politici che hanno visto coinvolto Erdogan in prima persona, la Turchia ha rinnovato la fiducia al premier uscente. Nel proclamare una vittoria tanto netta quanto inaspettata, Erdogan ha avvertito che coloro che hanno “tradito” la nazione pagheranno. “C’è chi cercherà di scappare domani – ha detto a migliaia di sostenitori davanti alla sede dell’Akp a Ankara – Ma pagheranno per quello che hanno fatto”. Parole che sanno di rivincita e di rabbia quelle del primo ministro turco e che calano il sipario sull’ennesimo giorno macchiato dal sangue di chi continua a far sentire ostinatamente la propria voce.

     

    Dario Gambera

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