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    Bossi-Fini: Una legge “contra personam” 

    Tempo di lettura: 3 minuti

    “Ma secunnu tia iu avìa a fari moriri i genti a mari pa pubblicità?”

     (Dal film Terraferma, di Emanuele Crialese)

    Leggi e umanità

    Morti in mare, sbarchi. Immigrazione, clandestinità. Le parole riecheggiano numerose volte negli ultimi anni e, nella fattispecie, negli ultimi mesi. Il dibattito, di fronte al traffico criminale incessante di vite umane e alla cruda morte, si risolve, più volte, nella pura e semplice bega fra una parte e l’altra dello spettro politico. La Destra e la Sinistra che, storicamente, si calunniano vicendevolmente: di crudeltà o di “larga manica”, secondo il colore politico in questione da cui proviene l’accusa in merito. Non vi è una soluzione nel mezzo. Le critiche degli esponenti leghisti a presunte mancanze di criterio nelle politiche di “accoglienza estrema” cadono, logicamente, nel vuoto. L’unica materia di legge sulla questione “immigrazione”, infatti, è la famigerata legge del 30 luglio 2002, n. 189, detta Bossi-Fini, dal nome dei noti redattori dell’appena citata norma.
    La morte cruenta trovata in mare da parecchi migranti, negli ultimi giorni, ha stimolato una “rispolverata” su questa legge che, imperiosamente, ha voluto “tagliare la testa al toro” con una vigorosa politica di espulsioni/restringimenti e di accordi politici con i paesi d’origine, al fine di prevenire il traffico clandestino d’immigrati. La palese contraddizione dell’accordo sul respingimento con paesi che, con fare lapalissiano, infrangono le basi del diritto umano (vedi il trattato con la Libia gheddafiana di qualche anno fa), è solo uno degli aspetti controversi della questione.

    Guerra di vedute

    Negli ultimi giorni lo scontro politico si è consumato fra due visioni opposte. Laura Boldrini e Cecile Kyenge hanno posto l’accento sul nodo gordiano derivante dalla responsabilità oggettiva della tragedia dovuta a politiche in campo largamente da rivalutare. La legge Bossi-Fini, secondo questo punto di vista, è ampiamente da sottoporre a modifica. Dall’altro lato la Lega Nord, patria “spirituale” e politica dei sottoscrittori della legge, si lancia, nella persona del vice gruppo leghista alla camera, Gianluca Pini in una crociata contro il “buonismo” intollerabile della sinistra e della sua logica delle “porte aperte”. Intanto le vittime dell’ultima tragedia, quella occorsa a Lampedusa, sfiorano oramai le duecento unità. Duecento numeri. Già, poiché le norme inumane ora in vigore criminalizzeranno tutti coloro che verranno identificati, fra il centinaio di poveri deleritti che è miracolosamente scampato alla morte in mare. Tra gli altri cortocircuiti sistematici di questa norma di legge troviamo l’emblematico, solo per citarne uno, articolo 11 – comma 3, che dichiara:

    “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre profitto anche indiretto, compie atti diretti a procurare l’ingresso di taluno nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico, ovvero a procurare l’ingresso illegale in altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona.”

    Questa rappresenta la più classica violazione alla cosiddetta “legge del mare” che impone, fra i marinai, soccorso a chiunque si trovi in difficoltà in acqua. Le norme sanzionatorie impedirebbero invece, in teoria, di prestare soccorso a chiunque, presumibilmente clandestino, si trovi persino ad annegare. Il contrasto fra legge e diritti umani non potrebbe essere più ampio già solo citando questo singolo comma. Questa legge è la migliore delle leggi possibili? No. Il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, ha più volte declamato la possibilità di creare dei “corridoi umanitari” in soccorso dei migranti lasciati a se stessi e nelle mani di crudeli aguzzini. Il triste contentino è quello di proporre il nobel per la pace per Lampedusa: questione su cui, per buonsenso, evitiamo di proferir parola. Quest’estate di fuoco dimostra che la legge Bossi-Fini non è la giusta via per risolvere il problema. Le stragi di quest’estate infinita e gli sbarchi sembrano non finire mai. La strage del 10 agosto alla plaja di Catania (6 morti) e quella del 30 settembre a Scicli (13 morti) sono state il preludio all’ecatombe lampedusana.
    Evitiamo di parlare di queste immane tragedie ancora: purtroppo se ne è parlato in modo morboso e, soprattutto, a sproposito, anche troppo. In conclusione, la politica delle “porte aperte” potrebbe risultare di certo indubbiamente problematica e controversa. Lo stato delle cose attuali, però, rimarca il segno negativo sulla casella “respingimento forzato”. Bere questo veleno legislativo lascerà, a lungo andare, un segno indelebile e incancellabile sullo status quo della nostra nazione.

    Simone Bellitto

     

     

     

     

     

    About the author: Simone Bellitto

    Simone “Bob” Bellitto. Nato a S.Agata di Militello (ME) nel 1987. Nato e cresciuto sul giornale on-line “Megaron”, ha collaborato e collabora a giornali on-line quali “Dietrolequinte”, “La Zanzara”, “Abits” e da maggio 2011 a “Generazione Zero” di cui attualmente è redattore nonché operaio in prima linea. Ha partecipato come redattore al progetto europeo “Generazione Zero Sicilia“, finanziato dal programma “Gioventù in Azione”. Scrive di storia, spazio civile, ingiustizie di vario genere e entità. Appassionato di cinema e musica, ha riversato per intero la sua passione per il sociale e per il buon giornalismo nel progetto di Generazione Zero, per una Sicilia migliore o perlomeno più informata.

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