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Basta omertà: la denuncia dei braccianti Sikh dal tempio di Borgo Hermada

Serre e campi agricoli costeggiano le strade dell’Agro pontino nel basso Lazio. Il viaggio, che parte da Roma, dura circa due ore. Man mano che ci si allontana dalla Pontina le vie si fanno sempre più strette, in particolare in prossimità di Borgo Hermada, frazione di Terracina fondata durante il periodo fascista. Dopo varie difficoltà, il pullman su cui viaggiamo entra all’interno del parcheggio del tempio Sikh, dove si apriranno i lavori del XXII Congresso di Magistratura democratica. I Sikh sono una comunità religiosa indiana, proveniente per la maggior parte dal Punjab, solo nella zona di Latina se ne contano ufficialmente circa 11 mila, ma i numeri sono al ribasso. Lavorano nei campi tutti i giorni e con orari massacranti, la maggior parte di loro è impiegata nella raccolta di prodotti ortofrutticoli.
Appena scesi dal pullman notiamo uno schieramento di forze dell’ordine, che evidenzia quanto la situazione sia tesa. Prima di entrare nella struttura ci togliamo le scarpe e ci copriamo il capo con una bandana, mentre i quotidiani frequentatori del tempio indossano il dastar, tipico turbante Sikh. Il tempio si presenta vuoto all’interno. L’evento, infatti, si svolge in un capannone adiacente dove il suolo freddo è coperto da un telo verde scuro.

Finalmente, con un po’ di ritardo, si aprono i lavori del Congresso. Introduce i lavori Gurmukh Singh, Presidente della Comunità Indiana del Lazio, che ribadisce la difficile situazione che vivono i membri della comunità: “lo sfruttamento riguarda tutti, non soltanto indiani o bengalesi”. Ci spiega i ricatti a cui devono sottostare e cita l’esempio di un bracciante infortunatosi sul posto di lavoro che è stato costretto a mentire dicendo di essere cascato dalla bici, perché sprovvisto di tutele assicurative e sanitarie, non garantite dal datore di lavoro. “Vengono a dirmi che i salari sono diminuiti di nuovo, da 5 a 4 euro l’ora” continua Gurmukh, sottolineando gli effetti e le conseguenze del nuovo governo giallo-verde, il quale, all’interno del contratto di governo, non ha nemmeno menzionato la parola “caporalato”.
Prosegue i lavori il Presidente di Magistratura Democratica, Riccardo De Vito che spiega la scelta simbolica del posto individuato per aprire i lavori: “inizia qui il nostro Congresso a pochi chilometri dalla Capitale, ma dove uomini e donne vivono un dramma e uno scandalo per l’intera democrazia italiana: il lavoro trasformato in schiavitù”. “Pensiamo che questo sia il posto migliore per riaffermare che sia il lavoro a creare riconoscimento per una cittadinanza basata sull’universalismo dei diritti – continua – qui posso nascere reazioni alle forme di sfruttamento”.

 

Credit Photo: Youssef Hassan Holgado

 

Magistrati, avvocati e braccianti ascoltano attentamente le parole degli ospiti. Interviene anche Roberto Iovino, coordinatore dell’Osservatorio Placido Rizzotto, presentando il rapporto “Agromafie e Caporalato”. Iovino ricorda Paola Clemente, lavoratrice pugliese, morta proprio sui campi, perché oggi: “In agricoltura si muore e si lavora ancora come cinquant’anni fa”. Sono circa 400,000 mila i lavoratori sotto caporale evidenziati dal Rapporto, “è un fenomeno endemico e sistemico” in uno dei settori, quello agricolo, più redditizi dell’economia nazionale.
Prende parola anche Linda D’Ancona, magistrato che ha lavorato alla stesura della L.199/2016 contro il fenomeno dell’intermediazione illecita, la quale spiega che con la nuova norma non viene punito solo l’intermediario, ma anche il datore di lavoro che usa e sfrutta tale manodopera. Durante l’incontro viene ricordato e citato più volte il grande sciopero svoltosi a Latina il 18 Aprile 2016, ribadendo l’enorme coraggio che ha spinto migliaia di Sikh a manifestare contro i loro caporali e datori di lavoro.
Ci sono anche i ragazzi di Libera Bologna, prende parola Fiore Zaniboni che ci illustra i dati dello sfruttamento lavorativo nella loro Regione: “Nella ricca Emilia Romagna c’è ancora molto da fare. L’ultimo rapporto ministeriale ha registrato 8000 casi di lavoratori irregolari” afferma Fiore, spiegando il lavoro che Libera svolge per sensibilizzare la cittadinanza a temi e questioni così delicati. Minacce, botte e salari da fame sono il minimo comun denominatore che da Nord a Sud tengono sotto ricatto chi appartiene agli strati più deboli della nostra società: immigrati, poveri e donne (troppo spesso costrette a prostituirsi per conto dei caporali). 
Altri interventi hanno dato vita alla giornata, che si conclude con le parole di Marco Omizzolo. Da anni Omizzolo è al fianco dei Sikh documentando e denunciando la loro critica situazione. Ha iniziato la sua ricerca sociologica lavorando sotto copertura proprio come bracciante, per cercare di capire appieno quali siano le condizioni di lavoro che sono costretti a subire ogni giorno. Nonostante le varie minacce subite, con enorme coraggio continua a scrivere e a portare a galla gli intrecci tra criminalità organizzata e imprenditoria agricola all’interno della filiera agroalimentare laziale. “Rispetto a questo sistema o ci ribelliamo o ne siamo complici” conclude, tra gli applausi dei Sikh.

A margine dell’evento i braccianti consegnano una targa onoraria al presidente di Magistratura Democratica, per ringraziarlo del lavoro svolto fino ad ora e per prendere l’impegno di un contrasto efficace e risoluto contro il fenomeno dell’intermediazione illecita. Giunti a fine giornata, la notte e il freddo calano prepotentemente a Borgo Hermada. Ci rimettiamo le scarpe e ci incamminiamo di nuovo verso il pullman che ci porterà a Roma, con la percezione che con questo Governo si è abbassata la guardia contro il fenomeno del caporalato ma con la consapevolezza che il velo dell’omertà è stato squarciato e presto anche i braccianti Sikh vedranno rispettati i loro diritti di lavoratori e di esseri umani.

Youssef Hassan Holgado

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