Migranti, giovani, precari, ambiente|lunedì, luglio 23, 2018
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    Una città più ricca in un nuovo modo di fare accoglienza 

    Nel bel mezzo della crisi, meramente politica, riguardante le migrazioni nel Mediterraneo un progetto di accoglienza innovativo rompe i soliti luoghi comuni sul tema.

    Il 27 giugno sono atterrati a Fiumicino 139 rifugiati, giunti nel nostro paese tramite una via legale e sicura aperta dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Conferenza episcopale Italiana che opera tramite le Caritas Diocesane. Un progetto nuovo e innovativo nelle modalità di accoglienza. Il progetto si presenta come un’evoluzione del predecessore “Protetto rifugiato a casa mia” che prevedeva l’inserimento dei rifugiati all’interno di case preselezionate, con il supporto volontario delle famiglie proprietarie. Il progetto si inquadra all’interno degli impegni internazionali intrapresi dall’Italia, con UNHCR e non solo, in merito alla protezione dei rifugiati internazionali.

    All’interno di questa cornice, Ragusa fa la sua parte e accoglie 8 nuovi cittadini provenienti dalle martoriate coste d’Eritrea, paese verso cui abbiamo delle importanti responsabilità storiche. In verità, la cittadinanza si ritrova nuovamente in questa gioia poiché a novembre 2017 si era stabilita in città una famiglia somala dal passato non facile.

    Per capire meglio come si organizza e come si sviluppa un progetto del genere abbiamo chiesto ai diretti responsabili che se ne occupano sul territorio. Ci spiegano tutto Domenico Leggio, Vincenzo La Monica, Emiliano Amico e Adriana Cannizzaro, rispettivamente Direttore Caritas Diocesana di Ragusa, responsabile immigrazione Caritas, responsabile corridoi umanitari per la Diocesi di Ragusa e operatrice di Progetto. Proprio il direttore Leggio tiene a ricordare che una persona su centodieci è costretta a lasciare il proprio paese di origine per carestie o guerre dirette o indirette che siano, e che di questo numero solo un quinto raggiunge sano e salvo la sponda d’Occidente. “Si parte per disperazione e perché è impossibile vivere dove si è nati, non per vanità. La Diocesi e la città di Ragusa danno il loro contributo, continuo, nella salvaguardia dei nostri fratelli più vulnerabili. La cittadinanza si era già arricchita in precedenza con l’arrivo dei nostri fratelli somali e adesso nuovamente ritrova, nel contatto con il prossimo in bisogno, la sua vera dimensione di umanità.” Racconta con enorme emozione il primo incontro con gli otto rifugiati, la gioia incredibile della vista di un paio di occhietti vispi pieni di speranza, di spensieratezza.

    Anche Emiliano rievoca, con animo pieno di emozioni, gli attimi e le lacrime di gioia dei primi momenti: “Le difficoltà e gli sviluppi che si incontrano lungo il cammino dell’accoglienza possono sembrare invalicabili, tuttavia distanze culturali grandi possono essere generatrici di inaspettate forze di cambiamento. Lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle, con loro siamo cambiati, tutti”. In merito alla polemica di questi giorni sull’immigrazione aggiunge: “se la chiusura non è la risposta, per i cristiani non è neanche un’opzione; non basta sgranare un rosario se si chiudono i porti ai problemi del mondo”.

    In merito alle metodologie del progetto, Adriana racconta di come sia indispensabile il lavoro di equipe, oltre che una ordinata strutturazione dell’accoglienza: “Il modello di accoglienza dei corridoi umanitari prevede un accompagnamento a 360 gradi che possa permettere alle persone arrivate di muovere i primissimi passi in Italia. Questo si traduce in sostegno nel cucinare, nel far rispettare le regole della convivenza, supporto scolastico, accompagnamento a visite mediche o ai corsi di italiano. Tutto questo avviene nella perenne attenzione alla cultura e alle abitudini degli assistiti e quindi, dell’Altro. La Persona è al centro di ogni minimo intervento che viene discusso e studiato insieme agli operatori. Il lavoro di equipe diventa pertanto uno snodo operativo importante per rispondere in maniera fattiva e concreta al bisogno emerso. Fondamentale è la sinergia nell’operare e la comunicazione all’interno dell’Equipe, per poter programmare e compiere le varie azioni.”

    Si è andati a toccare più volte un tema caro ai giornalisti: l’hate speech e l’utilizzo che di questo si fa per ricreare la post verità sulle macerie delle notizie vituperate e riadattate ad arte. Una pseudo-verità, che inneggia alla colpa e al pericolo invece di guardare ai fatti e ai numeri certificati. Una verità che salta il fatto e l’accaduto e passa alla narrativa distopica in un passaggio oscuro quanto meschino.

    Di tutto questo si parla con Vincenzo, l’uomo dei numeri. Riallacciandosi al messaggio di prima, ci comunica la sua preoccupazione circa una narrativa assuefatta dalla polemica: “La popolazione straniera a Ragusa e del circondario non supera il 6%, il vero problema della Città non è l’immigrazione ma il lavoro, la natalità e l’invecchiamento medio della popolazione, una vera e propria bomba demografica. Ragusa è un territorio relativamente ricco, ma che presenta un problema nella redistribuzione della ricchezza e che ogni giorno ne dilapida. Ragusa ha un grave problema di ludopatie che colpisce soprattutto le fasce meno agiate della popolazione. Nel comune diRagusa il problema strutturale non è di certo collegato alla presenza dei migranti residenti sul territorio.” Ogni anno la Caritas svolge una serie di raccolte dati su vari temi tramite l’Osservatorio delle povertà e delle risorse, che vuole dare a cittadini e istituzioni un punto di vista chiaro e alternativo che guardi ai volti, alle persone e alle sofferenze dietro ai numeri.

    I corridoi umanitari sono un esempio di questo impegno mirato, che vuole intercettare un problema grave e silente: la condizione del rifugiato e la tutela del suo status. Qui si innesta la nostra riflessione finale: la Storia si può cambiare la Geografia no. Siamo al centro del Mediterraneo e che siano per guerre, persecuzioni o per altri motivi, le migrazioni che giungono dal continente nero riverberano sulla penisola e esigono una risposta. In tutto questo, la stampa italiana non si pronuncia, non fa informazione. Eritrea ed Etiopia stanno costruendo una faticosissima pace, mentre il Dittatore Eritreo, Isaias Afewerki, continua a uccidere e perseguitare i suoi concittadini, in patria e fuori con le sue spie. Di tutto questo, gran parte del pubblico Italiano non sa nulla, forse perché le grandi testate italiane non sono interessate. Non si può parlare alla pancia ma si deve parlare alle coscienze, solo questo contribuisce a formare. Formare vuol dire anche impostare il problema in maniera corretta, chi crede che il problema non si risolva che con una decisione europea di altissimo livello, sbaglia di grosso. I “trattatini” non servono, occorrono tante risorse e un impegno europeo su più livelli, forse anche quello delle missioni di pace.Nel contempo bisogna ascoltare, osservare e discernere ciò che è umano da ciò che non lo è.

    Sandro Tumino

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