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    La metafora calcistica gramsciana 

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    Tra le più disparate attività in Italia nessuna è più popolare del calcio, unguento sociale e al tempo stesso massimo punto di polarizzazione degli Italiani, arsi da romantiche storie di tifo e di eroi o, talvolta, erosi dall’odio di curva.
    Lo sapeva Antonio Gramsci che, nonostante la vastità della propria indagine sociologica, non ha disdegnato a ricorrere alla metafora calcistica, come fosse alternativa al comune alfabeto, per spiegare come, secondo lui, l’italiano medio non si renda conto di essere un individuo piuttosto subdolo.
    In maniera molto semplice, secondo Gramsci, che contrappone il verace uomo Italico all’eleganza del modello anglosassone, del secondo sono evidenti il carattere grintoso e combattivo, tipico di quei ventidue leoni che le domeniche, dall’Olimpico a Wembley, si danno battaglia su ogni pallone, mentre il primo da il miglior saggio di sé al circolo, seduto in mezzo ai compari, immerso nel certamen psicologico dello “Scopone”, teso com’è a raggirare l’avversario.
    E certamente non si può negare che l’osservazione gramsciana non si discosti poi troppo dal vero, doverosamente soppesate le ragioni storiche di tali tendenze. Tuttavia scervellandomi in proposito sono giunto a pensare che, e lo dico con una punta di sommesso orgoglio, si possa imputare a Gramsci una lieve superficialità del giudizio espresso.
    Anzitutto una prima considerazione, molto pignola, forse troppo – ma da buon Siciliano non ho potuto esimermi dal farla- ritiene che a fare da pendàt al “football” nel gioco metaforico non sia lo scopone bensì la famigerata “Briscola in 5”, gioco in cui uno sa tutto e quattro non sanno nulla, pensano di sapere qualcosa e vorrebbero sapere tutto. Lo scopone, in fin dei conti, appare come una soluzione filosocialista: in una società interamente costituita da furbi, marpioni e ruffiani, nessuno parte svantaggiato. La chiave di lettura della Briscola, invece, pone già una prima distinzione, una netta cesura tra furbi di “Serie A” e “Serie B”, tra chi sa chi ha il carico e chi non, e chi spera di pescarne uno.
    Chiusa la parentesi di lessico ludico, forse Gramsci è stato abbastanza frettoloso nel distribuire a peninsulari e anglosassoni qualità e difetti (anche se le ricerche statistiche gli hanno ampiamente dato ragione), offrendo di questi ultimi una visione fin troppo edulcorata.
    Difatti, volendo portare all’estremo la metafora calcistica, si potrebbe replicare che, se gli Italiani sono tutti consumati giocatori d’azzardo, alla sportiva e genuina condotta dei calciatori inglesi non corrisponde un avviso simile nei 50000 inglesi sugli spalti, poco avvezzi alla risoluzione polemica dei conflitti. Potrebbero confermarlo le 39 vittime dell’Heysel o le mogli Inglesi, da generazioni rassegnate ad assistere i mariti di ritorno dalla scazzottata domenicale.
    Probabilmente oggi, Gramsci resterebbe molto deluso nel constatare che l’Italiano è riuscito a corrompere anche la genuinità del pallone e a trasformarlo in una competizione aziendale in cui i calzettoni colmi di fanghiglia ed eroi come Di Bartolomei sono solo un lontano ricordo. Rimarrebbe deluso nel constatare che ogni vent’anni in Italia scoppia un nuovo caso come Calciopoli (al quale però, è bene ricordarlo, di solito segue un titolo mondiale tinto d’ azzurro) e amareggiato ammetterebbe che lo “Scopone” (o la Briscola) ha sconfitto la società liberale. E ciò nonostante, penso che sapere che c’è gente come Bearzot e Causio (Zoff e Pertini un po’ meno) che dello Scopone hanno un ottimo ricordo, gli strapperebbe un sorriso.

    Vincenzo Criscione

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