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    Il siciliano, dialetto da non abbandonare 

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    Secondo i dati Istat, negli ultimi decenni l’uso dell’italiano sta crescendo notevolmente a svantaggio delle diverse forme dialettali della penisola, mentre l’uso esclusivo del dialetto si compensa parzialmente con la sua alternanza all’italiano. Tra questi non è escluso il dialetto siciliano, che sta subendo un calo significativo: se nel 1995 nell’Italia insulare era il 33,5% della popolazione a parlare solo o prevalentemente dialetto all’interno del nucleo familiare, nel 2000 la percentuale è scesa al 24,9%. Sale invece la percentuale della popolazione che ne alterna l’uso a quello dell’italiano: dal 31,6% al 41,4%. Inoltre la quota della popolazione che parla esclusivamente italiano o ne alterna l’uso a quello del siciliano aumenta quando ci si intrattiene con gli amici o, in misura più consistente, quando si hanno relazioni con persone estranee. Ma da cosa dipende questo fenomeno?

    Il termine dialetto denigra già di per sé l’identità di un idioma. Tale termine rimanda inevitabilmente a una concezione di arretratezza, di povertà, a un contesto rurale, se non all’idea vera e propria di passato, laddove il termine lingua è invece simbolo di progresso e futuro. Ebbene, lo sfortunato caso che riguarda il siciliano vuole che, pur essendo «abbastanza distinto dall’italiano tipico, tanto da poter essere considerato un idioma separato» -secondo quanto afferma Ethnologue– ciò non gli è valso lo statuto ufficiale di lingua. Eppure questo idioma costituisce una delle prime lingue romanze e la prima lingua letteraria dell’area geografica italiana. Situazione completamente diversa è, ad esempio, quella della lingua catalana, che, con appena il doppio dei parlanti -9 milioni- è riconosciuta come lingua ufficiale della regione della Catalogna, insieme alla lingua spagnola, e ne identifica profondamente l’identità culturale.

    L’idioma siculo ebbe particolarmente fortuna nel XIII secolo presso la corte di Federico II di Svevia con l’affermarsi della Scuola Siciliana, tanto da influenzare profondamente gli altri volgari italiani, soprattutto il volgare fiorentino, da cui si svilupperà la vera e propria lingua italiana. La questione della lingua affonda le sue radici nel De vulgari eloquentia, in cui Dante, pur concependo l’idea di una lingua italiana come risultato di una fusione dei diversi volgari italiani, utilizza il nativo fiorentino. Il dibattito prenderà una piega definitiva con Pietro Bembo, che nelle Prose della volgar lingua sostiene il primato del toscano trecentesco, in quanto punto di comunicazione tra gli autori del passato e i posteri, oltre a redigere una vera e propria grammatica del toscano letterario; vengono proposti i modelli del Petrarca per la lingua poetica e del Boccaccio per la prosa, mentre Dante è svalutato per il suo forte pluristilismo. Negli stessi anni Machiavelli assume una posizione “fiorentinista”: dichiara la supremazia della lingua fiorentina colta del tempo, contro la proposta arcaizzante del Bembo. La più nota presa di posizione sarà poi quella del Manzoni. Quando infatti sorgerà il dibattito risorgimentale sull’esigenza di adottare una lingua nazionale, sarà Manzoni a «sciacquare i panni in Arno», elevando il fiorentino a modello linguistico nazionale.

    Fino a questo momento la lingua siciliana non è rimasta incolume di fronte all’affermarsi del toscano. Già a partire dal Cinquecento, l’avvento della stampa aveva permesso la circolazione dei testi redatti in toscano anche in Sicilia. Inoltre, già ai tempi di Carlo V d’Asburgo si sviluppa una forte diglossia, per cui le due lingue hanno ruoli sociali differenti: se il toscano viene utilizzato in un contesto puramente formale, come ad esempio nell’ambito burocratico, il siciliano viene impiegato in un contesto basso e informale. Ciò accade anche in altre aree regionali della penisola italiana relativamente agli idiomi locali. Non a caso, all’indomani dell’Unità d’Italia, solo il 2,5% della popolazione italiana sarà effettivamente in grado di parlare italiano. In Sicilia, dunque, l’uso del siciliano come lingua delle masse sarà predominante ancora per decenni. È solo a partire dalla Prima Guerra Mondiale che la lingua italiana inizia a farsi strada anche tra gente di estrazione popolare: responsabili la mobilitazione e il mescolamento degli uomini nelle truppe. Un impatto decisivo avrà anche l’avvento delle trasmissioni radiofoniche e, dalla seconda metà del Novecento, l’avvento della televisione. Da questo momento in poi il dialetto siciliano non può fare altro che resistere all’avanzata inesorabile della lingua italiana e si sviluppa quella che viene definita dilalia: se in precedenza l’idioma siculo veniva parlato in ambito informale e sostituito dall’italiano solo in ambito formale, adesso la lingua italiana subentra anche in quei contesti informali di cui un tempo l’indiscusso protagonista era il siciliano.

    Al giorno d’oggi, ci troviamo a fare i conti con un mondo governato dalla tecnologia e non solo non è stato possibile arrestare l’avanzata dell’italiano a discapito del dialetto siciliano, ma ci si trova a dover sostenere persino il gravante peso della lingua inglese. Nel nuovo millennio abbiamo innalzato un muro che ci separa nettamente dal passato, in quanto tendiamo a non riconoscerci più come parte di un’identità sicula nel suo vissuto storico, ma proiettiamo noi stessi verso un ideale di cosmopolitismo. In questo modo tendiamo ad accogliere a braccia aperte tutto ciò che ci rende simili nel più ampio senso geografico, tentiamo incessantemente di adeguarci a ciò che è comune e che ci possa avvicinare l’un l’altro, in modo da abbattere qualunque confine separi un individuo dall’altro, anche nel caso dei soggetti tra loro più diversi, provenienti da qualunque parte del globo, professanti qualunque religione e temprati da qualsiasi influsso culturale. Tutto ciò che ci rende diversi assume una connotazione negativa e per questo va soppresso. Questa è la sorte che sta subendo la lingua siciliana dei giorni nostri: essa viene sempre più spesso caricata di un senso di vergogna, di rozzezza, di arretratezza.  È soggetta a una vera e propria discriminazione e ad una totale mancanza di protezione. Ciò che un tempo era considerato abituale e ordinario, viene ormai considerato una rarità. E la lingua siciliana non merita niente di tutto ciò.

    Riconoscendo l’importanza del fatto che il passato non va dimenticato né vanno dimenticate o rinnegate le proprie origini, preservare e tramandare un bene così prezioso, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, ci permette di rendere vivi tutti quei pezzi di storia che fanno la Sicilia. Scrittori quali Verga Pirandello, Bufalino e Sciascia, solo per citarne alcuni, che a lungo hanno fatto tesoro della lingua siciliana, sono le tessere di un puzzle che non va disfatto, ma che al contrario va composto giorno dopo giorno e custodito da tutto ciò che possa cancellarlo. La lingua siciliana, in tutta la sua nobiltà, identifica la realtà di una terra ricca di storia e di un popolo ricco di tradizioni e tesori da preservare.

    Giuseppe Lomagno

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