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    Fenomenologia degli spazi sociali pubblici: tra occupazione e legalità 

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    “Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne profitto, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da lire duecentomila a due milioni. Le pene si applicano congiuntamente, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone, anche senza armi.”

    Articolo 633 del Codice Penale Italiano

    (Occup)Azione

    Quando uno spazio sociale viene occupato, solitamente, si utilizza il termine occupazione abusiva o occupazione non conforme. Il termine viene utilizzato solitamente quando vengono “prese con la forza” le abitazioni, conformi a utilizzo di alloggi popolari, ma rimasti inutilizzati; oppure quando spazi definiti “popolari” vengono occupati…e qui nasce la classica fenomenologia dell’occupazione dei centri sociali e popolari. Definiti, spesso, a torto o a ragione, luoghi di aggregazione culturale o rifugi per spaccio di droga en plein air. Non è, comunque, nostro compito (nè tantomeno nostro dovere) esprimere giudizi in questa diatriba. Allo stesso modo non è nostra intenzione fare una teologia del centro sociale o una requisitoria. Anche perchè sarebbe fin troppo facile perdersi nel vortice delle querelle politiche lunghe un secolo: il centro occupato comunista, il centro occupato fascista, il centro occupato non allineato. Pura retorica. Il punto chiave, a nostro parere, è quello suggerito dalla citazione, tratta dal Codice Penale Italiano, che apre l’articolo. Centro Sociale o case popolari, piazze o bastioni di svariata natura: l’occupazione non autorizzata o non regolamentata di un luogo pubblico è, per la legislatura italiana, illegale. Il reato di riferimento può essere definito “invasione di terreni e edifici”. Questo vuol dire che oltre, che legalmente, anche moralmente è sbagliato “invadere” uno spazio, anche se pubblico? Il discorso si fa delicato. Proveremo a fare quello che, alle volte, Carlo Lucarelli fa nelle puntate dei suoi programmi: partire da un determinato fatto o evento e sbrogliare il bandolo della matassa. Il momento in questione porta la data del 13 dicembre 2013: a Milano nasce la Casa Dei Diritti, uno spazio sociale contro la discrimanazione e per salvaguardare chi, come troppo spesso accade, dei propri diritti non riesce a usufruire.

    I diritti a portata di tutti

    La Casa dei Diritti è uno spazio dove vengono erogati dei servizi, dove si trovano degli sportelli informativi e di orientamento aperti ai cittadini, dove puoi organizzare o partecipare a eventi, convegni, conferenze, momenti di incontro e confronto, occasioni di dibattito.
    Il filo conduttore: i diritti e le azioni contro le discriminazioni.
    Una palazzina che, per una volta, è stata adibita dal Comune per fare da “salvagente ai discriminati”: per servire e proteggere le vittime di violenza e discriminazione e salvare dalla strada migliaia (in larghe scale milioni) di giovani avviati a una vita violenta. Questo è il motto della Casa dei Diritti di Milano ed è stato adottato, ovviamente, da tutte le iniziative simili che sono sorte nel Belpaese. Il Sud, manco a dirlo, ha bisogno di iniziative del genere, perso nella sua mentalità troppe volte retrograda e assorbito in un atmosfera che a volte rasenta i ragionamenti da delitto d’onore. La voce dall’estremo meridione arriva dalla città di Ragusa. L’appello era già giunto nella scorsa primavera e pubblicato sul nostro sito. Un mese fa circa era anche arrivato l’appoggio della CGIL che aveva, in una conferenza stampa, illustrato il progetto teso a creare un’area franca dove possono trovare riparo e accoglimento persone o gruppi a cui sono stati negati diritti fondamentali o siano stati oggetto di discriminazioni di ogni tipo e genere. L’iniziativa Casa dei Diritti, che si spera possa avere il successo che merita, potrebbe trascinare nella legalità quell’immenso dissenso che finora, purtroppo, vive a livello legislativo nell’illegalità. Questo potrebbe chiuedere il cerchio che abbiamo aperto all’inizio di questa analisi: quali sono le conclusioni che ne possiamo trarre? Purtroppo esistono due mondi separati, due rette parallele che rischiano di non incontrarsi. Occupare uno spazio pubblico illegalmente è ancora, allo stato attuale, la soluzione più veloce. Non quella più indolore. Ragusa stessa, nel 2009, ha vissuto l’esperienza del Centro Sociale La Fabbrica, l’ex Hotel San Giovanni sgomberato che è rimasto un po’ come trauma nella psiche cittadina. Locali che vengono blindati, processi che si dilatano. Anche Catania ha vissuto le sue esperienze traumatiche, come quella del Centro Sociale Guernica o del Centro Popolare Experia; Palermo vive ancora la ferita aperta del Centro Sociale Zeta Lab. Questi sono esempi singoli che non vogliamo certo utilizzare come unico campione: purtroppo la retorica della resistenza a tutti i costi ha fatto più male che bene a questi luoghi potenzialmente importanti. Il loro tallone d’Achille, ribadiamo, rimane quello di aver vissuto nell’illegalità. Non sarebbe, probabilmente, ora di regolamentare ciò che finora è illegale? Di far sì che questi posti, questi spazi pubblici, siano a disposizione di tutti? E che questo accada nella piena legalità? Così concludiamo il nostro procedimento ad anello, tornando a quel paragrafo del codice penale che dovrebbe essere, quantomeno, rivisto e rivisitato. Anche gli ultimi hanno diritto a una propria “casa”. Forse la Casa dei Diritti va nella direzione giusta, sperando che le giunte cittadine di parecchi comuni si scrollino di dosso la polvere medievale che si portano ancora addosso. Probabilmente, e qui diventeremo molto impopolari, si deve un po’ allentare la politicizzazione a tutti i costi del dibattito in questione: occorre semplicemente il buon senso per dar respiro a persone che non vivono, allo stato attuale, una vita degna di essere vissuta. Sono troppi i nostri vicini di casa, nelle periferie delle città, a due passi dal nostro giardinetto, a morire di fame e di violenza. Il diritto non deve essere nè fascista, nè comunista: deve essere semplicemente alla portata di tutti.

     

    Simone Bellitto

    About the author: Simone Bellitto

    Simone “Bob” Bellitto. Nato a S.Agata di Militello (ME) nel 1987. Nato e cresciuto sul giornale on-line “Megaron”, ha collaborato e collabora a giornali on-line quali “Dietrolequinte”, “La Zanzara”, “Abits” e da maggio 2011 a “Generazione Zero” di cui attualmente è redattore nonché operaio in prima linea. Ha partecipato come redattore al progetto europeo “Generazione Zero Sicilia“, finanziato dal programma “Gioventù in Azione”. Scrive di storia, spazio civile, ingiustizie di vario genere e entità. Appassionato di cinema e musica, ha riversato per intero la sua passione per il sociale e per il buon giornalismo nel progetto di Generazione Zero, per una Sicilia migliore o perlomeno più informata.

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