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    La lista Tsipras per rilanciare il lessico della politica e dei diritti 

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    Riportiamo un articolo del nostro direttore responsabile, Giacomo Pisani, pubblicato sul sito di Fondazione Critica Liberale.

    L’aggressione sistematica ai diritti fondamentali è la cifra di una subordinazione strutturale della sfera giuridica e sociale al mercato. Tale aggressione si dipana a livello europeo, dove le istituzioni economiche dettano le leggi dello sviluppo e configurano il modello tecnico su cui si regge la sovranità dei mercati.
    La giustiziabilità dei diritti si scontra con le condizioni imposte dall’austerity, che ne traducono la rivendicazione in un affare meramente formale. Dal punto di vista sostanziale, infatti, è la dignità stessa, come pre-condizione dell’attuazione dei diritti fondamentali, ad essere costantemente mortificata.
    La tutela dei diritti presuppone che la politica disponga le condizioni materiali perché essi possano tradursi in possibilità e servizi effettivi da parte dei cittadini. La politica diviene dunque lo spazio di connessione della sfera sociale, nella sua ampia differenziazione tipica della postmodernità, a quella dei diritti, strappata ad un livello di enunciazione puramente formale e rimessa ai rapporti che innervano la materialità della vita. La politica è il luogo della riappropriazione dei diritti nella loro esposizione ai processi storici e sociali e, come afferma Rodotà, “i diritti diventano deboli perché la politica li abbandona”. Tuttavia, non si tratta qui di un processo liscio e pianificato.1439902_sue_sett.jpg_large La società pone una sfida continua a alla politica, che deve qui assumere i bisogni degli individui in carne e ossa e tradurli in provvedimenti e nella garanzia di diritti e servizi. Tale sfida si inserisce nel crinale di una lotta per il riconoscimento in cui sono perennemente implicati il sistema giuridico, il sistema economico e quello politico. Il terreno di questa sfida è oggi a livello europeo, dove i processi economici si sviluppano in forma transnazionale, mettendo in scacco le politiche dei singoli stati, costrette a sacrificare la progettazione del futuro in funzione dei parametri europei. Questi si configurano così come gli indici di un ordine tecnocratico incapace di rimodularsi accogliendo le istanze degli individui, tutelando i diritti fondamentali, preservando la sfera inalienabile della dignità e della libertà individuale alla base del riconoscimento giuridico.

    La lista Tsipras costituisce l’opportunità per portare l’asse del conflitto sul terreno europeo. La possibilità di una progettualità politica che articoli sul piano dei diritti fondamentali la dialettica dei bisogni, si esprime nel e contro la stabilità tecnica dell’ordine europeo. La lista Tsipras è la porta di accesso degli elementi di conflitto insiti nel tessuto sociale, all’interno di quell’Europa in cui i processi economici prendono forma.
    In questo varco è necessario far rientrare le lotte per il reddito e per la casa, le rivendicazioni per un lavoro dignitoso, le basi per la costruzione di un welfare dal basso. Se è vero che la riarticolazione del lavoro e della produzione, nel postfordismo, ha rotto il codice di sviluppo dello Stato-piano in cui si innestavano perfettamente lavoro di stampo fordista e diritti sociali, ci tocca oggi ricostruire un terreno di lotta a partire da quelle macerie. Qui la posta in gioco è altissima e l’alternativa che ci si pone è fra l’adeguamento all’Europa dello spread e dei mercati finanziari, che succhia la vita per riprodursi, e una lotta per il riconoscimento dei bisogni e delle soggettività neutralizzate dall’estetizzazione postmoderna.
    Per questo è necessario un processo ampio di inclusione, che non assolutizzi un modello da contrapporre al mercato ma che sia un grimaldello per decostruire l’Europa finanziaria e innervarla dei temi delle lotte sociali, che sia il martello nietzscheano sopra l’astrattezza della finanza.
    Il terreno della politica europea va riempito di contenuti e di candidature che esprimano il significato dei conflitti in corso, che lasciano trasparire una forte domanda di cittadinanza da parte dei soggetti esclusi dal lavoro e dal welfare eppure costantemente messi a valore. Il recupero della sovranità politica passa per un processo di intensificazione del conflitto, che non ricada nella formulazione di un modello astratto da contrapporre a quello attuale ma che si inserisca nella prassi, che radicalizzi le contraddizioni interne allo sviluppo finanziario e si riappropri gradualmente degli spazi di progettazione del reale.
    Lo spazio europeo è lo spazio di questo conflitto, in cui dobbiamo porre con forza le ragioni della politica. Non ci restano molte occasioni.

    Pubblicato il 05/03/2014 su Fondazione Critica Liberale

     

    Giacomo Pisani

     

     

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