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    Yona Sanchez

    “Cuba, liberata Yoani Sanchez”. Così il Fatto Quotidiano del 7 ottobre scorso, titolava il pezzo sulla liberazione della blogger e giornalista cubana dissidente al regime Castro. “Hanno provato a denudarmi – dice “ma c’è una parte di noi stessi che nessuno può strapparci!” queste le parole dette dalla stessa dopo le 30 ore di prigionia a Bayamo.
    Ma chi è questa donna e perché è stata arrestata? Il regime di Castro è davvero così terribile come dalle nostre parti si afferma? Per avere una risposta a queste domande, dobbiamo cercare di analizzarle una per una. Tanto per iniziare, Yoani Sanchez, è un’attivista e blogger cubana. Dopo la laurea in Filologia ispanica, conseguita nel 2000, sarà prima in Europa e poi nuovamente a Cuba, fino al 2007, anno della formazione del blog Generazione Y, sua fortuna e condanna. Negli ultimi anni, si è distinta per essere diventata una delle personalità più di spicco in ambito giornalistico a livello mondiale, basti pensare al Premio Ortega y Gasset per il giornalismo digitale nel 2008, al Premio Maria Moors Cabot per la sua attività di blogger nel 2009 e l’inserimento nella lista dell’International Press Institute World Press Freedom Heroes nel 2010.  La rivista Time l’ha inoltre inserita nella lista delle 100 persone più influenti al mondo del 2008, per aver avuto il merito e il coraggio di essersi contraddistinta, sotto un regime che non lascia spazio al dissenso.
    Parimenti però, è anche il regime stesso ad attaccarla più volte, con l’accusa di essere una controrivoluzionaria, una mercenaria al soldo degli Stati Uniti, e di ingiuriare l’isola con messaggi violenti, sulla base della guerra mediatica del Pentagono. Inoltre, voci sostengono che il server tedesco Cronon AG, il quale appoggia il suo sito, ospiti anche siti neonazisti.

    L’Italia e l’incarcerazione della Sanchez

    Al di là delle chiacchiere però, l’occasione che ha portato al suo ultimo arresto è stato il processo che si è tenuto nei giorni scorsi a Cuba riguardo l’incidente che lo scorso 22 luglio ha visto coinvolti, l’attivista spagnolo del Partido Popular di Madrid, Angel Carromero e i dissidenti Oswaldo Payà e Harold Cepero, questi ultimi deceduti. L’accusa per Carromero è di omicidio colposo. La giornalista cubana, formalmente è stata arrestata, assieme al marito, con l’accusa di effettuare le proprie funzioni giornalistiche (corrispondente per El Pais) in maniera illegale e voler fomentare durante il processo uno show provocatorio che sicuramente, avrebbe finito per danneggiare l’immagine del governo stesso. Dopo 30 ore di interrogatorio, con non pochi problemi, la donna e il marito sono stati liberati.
    Allarmati dalla faccenda, il ministro degli Esteri italiano e il suo seguito, hanno celermente allertato l’ambasciata italiana all’Avana con la speranza di poter seguire da vicino la faccenda e in una nota, il ministro stesso, ha comunicato “Mi riconosco pienamente nei diffusi sentimenti di solidarietà che la notizia ha suscitato nella società civile italiana e auspico che l’episodio possa risolversi rapidamente con il rilascio di Yoani e del marito”. “Ho dato allo stesso tempo disposizioni di compiere gli opportuni passi a Bruxelles affinché l’Unione Europea innalzi il suo livello di attenzione e valuti eventuali iniziative nel quadro dell’azione condotta in tema di rispetto dei diritti umani a Cuba”.

    L’altra faccia della medaglia

    Alla luce di tali dichiarazioni, una domanda sorge però spontanea: in Italia, nel nostro civilissimo e democratico paese, nel quale i diritti umani sono rispettati (anche se a volte sembra che i poliziotti se ne dimentichino) che aria tira? Sono coerenti le dichiarazioni riguardo questa storia, dei nostri politici? Assolutamente no. Freedom House, assicura che l’Italia è ad uno dei livelli più bassi per quanto concerne la libertà, tanto di stampa, quanto televisiva, relegandola per giunta dietro a diversi paesi dell’ex Blocco Sovietico.
    La mala sorte ha colpito più volte la nostra libertà di stampa. Si pensi alla puntata sulla droga in Parlamento delle Iene, al film Videocracy, che illustrava la capacita delle tv di influenzare le masse. Ma si pensi anche all’oscuramento mediatico che subisce quell’esercito di cronisti minacciati dalla mafia che parlano di cose scomodissime. Come scordarsi, poi, dei diversi tentativi, fatti peraltro passare inosservati,  di mettere a tacere giornalisti come Biagi, Santoro, Floris e la Gabanelli, conduttori che al nostro di regime hanno sempre dato fastidio: basti pensare all’Editto Bulgaro e le estenuanti difese e promozioni di saltimbanchi della parola, al soldo dei soliti amici degli amici degli amici. Nell’ultimo periodo, solo i social network hanno accresciuto le nostre speranze di avere una libera, sebbene non assolutamente verificata, fonte di notizie. Anche questo sassolino è stato rimosso dalle scarpe dei soliti noti di cui parlavamo poco fa: la legge Romani del 2010 pone serie limitazioni all’attività su internet, dando anche un aiutino ai saltimbanchi delle aziende genuflesse. La cosa non è piaciuta agli Usa e nemmeno all’Ue.
    E qui casca l’asino. A Cuba c’è tutto il margine per parlare di una complessa situazione, di innescare dibattiti, come quello che hanno visto l’associazione “Nessuno Tocchi Caino” contestare la lettera alla Commissione dei Diritti Umani delle NU di 4 premi Nobel ( Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer) tra 200 intellettuali, in favore del regime cubano. In Italia, anche; con la sola differenza che la Repubblica sarebbe una democrazia parlamentare.

     

    Sebastiano Cugnata

    About the author: Sebastiano Cugnata

    Sono nato a Ragusa il 23 Luglio 1992. Ho conseguito la laurea in Filosofia all'Università di Catania. Nel dicembre del 2011 ho avuto l'opportunità di far parte della redazione di Generazione Zero.

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