Migranti, giovani, precari, ambiente|mercoledì, Ottobre 28, 2020
Ti trovi qui: Home » L'Europa siamo noi » Rapporto Svimez 2011: il Sud e la ripresa che non c’è

    Rapporto Svimez 2011: il Sud e la ripresa che non c’è 

    Tempo di lettura: 6 minuti

    Sud e Nord: insieme nella crisi,divergenti nella ripresa

    Così esordisce nel suo intervento Riccardo Padovani, direttore dello *SVIMEZ, alla presentazione del *rapporto SVIMEZ 2011: “Sud e Nord: insieme nella crisi, divergenti nella ripresa“.
    Sembra quasi una frase retorica, di quelle dette in politichese durante le periodiche caccie ai consensi. Ma non è così: il significato è pieno e crudo e trascende invenzioni o strumentalizzazioni. Il relatore ha dati alla mano, li recita quasi all’interno di una dichiarazione solenne, e infine quei dati parlano. Dalla realtà che fotografano, ora si trovano sulla carta: impongono una riflessione e lo fanno senza compromessi o false speranze.

    La crisi del biennio 2008-2009

    Si parla di Mezzogiorno, di Italia e di crisi: il rapporto relaziona sulla situazione economica in senso lato del Meridione, per singole regioni, nella comparazione con le altre regioni, con attenzione alle medie nazionali e ai risultati europei. I dati raccolti nel 2010 parlano chiaro: la tremenda crisi economica del biennio 2008-2009 che ha investito il mondo occidentale non ha risparmiato l’Italia. Alcuni speravano che l’Italia ne fosse meno colpita, ma così non è stato. Adesso stenta ed arranca, soffrendo una difficoltosa ripresa che rischia di confinare la realtà italiana fra gli ultimi posti nel panorama internazionale.

    Mentre i paesi dell’area euro recuperavano nel 2010, crescendo del +1,8%, la Repubblica dello stivale si espande con un Pil dell’1,3%, meno quindi della Francia (+1,5%) e molto meno della Germania (+3,5%), tradizionali concorrenti commerciali dell’Italia, ora ancora più agguerriti. Ma d’altronde, la tendenza a dati di sviluppo più modesti rispetto ai colleghi europei non è nuova: negli ultimi quindici anni, dal 1995 al 2010, il Pil nazionale ha avuto una crescita annua media pari all’+0,8%, meno della metà della media Ue (+1,8%).

    Quanto al Mezzogiorno, anche qui c’era qualcuno fiducioso di una crisi più mite. Si pensava che la debolezza del Sud Italia sarebbe stata la sua forza. Infatti la debolezza nei mercati esteri avrebbe protetto l’economia meridionale dalla stessa crisi “esterna” che andava a minacciare gli equilibri economici: il basso posizionamento nel mercato garantiva una maggiore indifferenza rispetto al suo crollo. Tuttavia la crisi c’è stata e si è fatta sentire: tutto il sistema economico-industriale è venuto a soffrirne, in quanto il Meridione è così legato al Nord, che quando questi entra in crisi, subito lo segue. La crisi si è fatta sentire al Sud con una forza poco meno intensa del resto del Paese, scontando un recesso produttivo nel biennio 2008-2009, in termini di Pil, del -6,3% contro il -6,6% nazionale. La media europea, invece, è stata ben più bassa:-3,8%.

    La ripresa che non c’è

    Ma se il recesso è stato comune e diffuso, diverse sono le reazioni nel periodo successivo: sofferta la crisi 2008-2009, il 2010 è stato l’anno in cui verificare le energie rimaste alla nostra macchina produttiva e valutarne le capacità di recupero. Qui la centralità del rapporto SVIMEZ, che fotografa un momento tanto delicato della situazione economica nazionale, in cui si saggia la reazione del sistema produttivo nazionale allo stimolo delle manovre economiche e delle sollecitazioni di ripresa.

    Il resoconto fatto dall’Associazione non è positivo: l’Italia cresce poco e lo fa ansimando, ancora sofferente per questo rallentamento che la costringe a ripartire per recuperare le posizioni perdute, mentre le concorrenti europee, dotate di maggiori strutture di produzione e di distribuzione al consumo, già dimenticano la vecchia crisi e si preparano a prevenire o sopportare al meglio i rischi futuri.

    Il meridione è fermo, ora più che mai. Perduti i risultati positivi sudati negli anni, ora ristagna in un immobilismo generalizzato e vede espandersi il divario che lo separa dalla realtà settentrionale.
    Il PIL del Sud a prezzi correnti è stato pari al 30,9% di quello del resto del Paese, rispetto al 31,3% del 2007.
    Il settore industriale in senso stretto ha raggiunto il 2,3% quale indice di crescita, contro il 5,3% dell’area Centro-Nord.
    Rispetto al prodotto terziario la percentuale di crescita raggiunge appena un terzo (0,4%) della media nazionale (1,2%).
    Non raggiunge neanche un terzo della media nazionale (1,3%) l’indice di aumento della spesa finale delle famiglie, attestandosi sullo 0,4%; mentre i consumi finali interni, al Nord in crescita allo 0,7%, al Sud si paralizzano al 0,3%.
    Unica nota positiva in questa selva di dati negativi è quella del settore agricolo: si è registrata una crescita dell’1,4% contro lo 0,7% del Centro-Nord; il risultato è buono ma non abbastanza. Infatti il Sud deve recuperare un dissesto maggiore: la crisi del biennio 2008-2009 ha causato una recessione nel settore del -4,6% nel Sud, mentre ha colpito il Nord più superficialmente (-0,8%).

    Previsioni future

    C’è poco ad essere ottimisti, stando almeno alle previsioni stese dalla SVIMEZ: il Pil italiano dovrebbe registrare un incremento, ma questo, attestandosi al 0,6%, sarà ben inferiore rispetto alle media europea. Il Fondo Monetario Internazionale preventiva per la Germania  un incremento del Pil del +2,7%, per la Francia dell’+1,7%.
    Quanto al Meridione, cifre risicate, come per la Puglia (+0,3%), tonde come per la Sicilia (+0,0%) o addirittura negative, quale il caso della Calabria (-0,1%).

    Cosa non va

    L’Italia soffre un incredibile deficit competitivo: produce ma non ha poi la capacità di imporsi sul mercato con prezzi validi e strategie combattive. Il rapporto sottolinea una immanente “inefficenza dinamica” quale debolezza nazionale: inefficenza sia per specializzazione che per internazionalizzazione. Denuncia le manovre estive (D.L. n. 98 del 2011, convertito in legge n. 111 nel luglio 2011 e decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011, da leggere sistematicamente con la manovra 2010) quale strumento inadeguato: le manovre hanno ad oggetto cifre per 80 miliardi di euro, i quali, entro il 2013, dovranno essere acquisiti per il 47% dalla riduzione delle spese e per il 53% dagli incrementi delle entrate.
    Circa la riduzione delle spese, qui il primo vulnus denunciato dal rapporto. La riduzione delle spese interessa sensibilmente quei territori in cui la spesa pubblica fino ad ora ha avuto un effetto trainante dell’economia e delle realtà produttive: al Meridione è chiesto il sacrificio maggiore, tanto più in relazione alla ridotto peso e sviluppo economico. Il Meridione ha scarse capacità economiche, ma è chiamato a contribuire al 35% di questa riduzione, in un rapporto tra peso economico e tagli molto sproporzionato rispetto alle altre realtà territoriali. In termini di quota percentuale sul PIL, l’effetto cumulato della manovra nel 2013 dovrebbe pesare 6,4 punti al Sud e 4,8 punti nel Nord.
    Accanto al maggior peso di contribuzione richiesto al Sud, vi è un’ulteriore critica sulla distribuzione di quanto raccolto. La ridistribuzione gioverebbe in misura diversa alle varie regioni: quelle meridionali sarebbero destinatarie del 29% dei benefici della manovra, mentre le altre regioni ne riceverebbero il 71%.
    Il rischio, più che mai attuale, è quello di affossare maggiormente il Sud. Come? Pretendendo una sua contribuzione alla manovra sproporzionata rispetto alle proprie capacità; riducendo l’investimento a favore di altre zone, economicamente sviluppate e già meglio ripretesi dalla crisi; tagliando risorse per infrastrutture e istituzioni, col pericolo (fondato) di mortificare maggiormente i livelli di somministrazione dei servizi; e infine abbandonando a sé stesso il Meridione, proprio nel momento di massima criticità e debolezza che i dissesti macro-economici gli hanno arrecato.

    Soluzioni per il futuro

    Quali soluzioni perciò, in una situazione così critica e dissestata, per risollevare il Mezzogiorno? Alla luce della relazione SVIMEZ, il suo direttore, Riccardo Padovani, propone una propria soluzione (e dell’ente che dirige); soluzione ponderata e concreta che, se ad alcuni potrà non convincere, o addirittura sembrare improponibile, ad altri magari apparirà semplicemente anacronistica e un po’ retrò. Di seguito le sue parole: “Per contrastare i rischi insiti in tale prospettiva, occorrono azioni compensative che possono essere di due tipi: per un verso, vanno sperimentate misure in grado di ridurre l’impatto sociale della crisi nel breve termine con forme di sostegno ai redditi o almeno ponendo grande attenzione ai rischi di tagli alle prestazioni sociali (evitando gli effetti perversi di tagli indiscriminati); per l’altro, pur nell’indubbia difficoltà di muoversi in tale direzione, le politiche di rigore selettive (spending review) devono garantire la salvaguardia di spazi per un rilancio della spesa complessiva in conto capitale destinata allo sviluppo.”; “A questo fine, va ripristinata la responsabilità attiva dell’operatore pubblico, non come pura entità di spesa, bensì come capacità di delineare e perseguire una strategia.” Insomma, ritorno alla centralità dell’investimento pubblico e di ridefinizione di una politica di sviluppo che “deve essere una priorità nazionale complessiva che non può essere affidata alla spontanea allocazione del mercato, ma rimanda ad interventi di politica “attiva dell’offerta” in campo infrastrutturale, industriale e dell’innovazione”.

    *SVIMEZ e Rapporto SVIMEZ

    La SVIMEZ è l’acronimo di Associazione per lo Sviluppo dell’Industria del Mezzogiorno. È costituita il 2 Dicembre 1946 a Roma, tra i fondatori Pasquale Saraceno e il socialista Rodolfo Morandi, allora ministro dell’industria. Si occupa della questione meridionale, ossia l’arretramento economico-produttivo del Meridione rispetto alla realtà nazionale. Partecipe attivo del dibattito e della riflessione meridionale, è promotore del nuovo meridionalismo, movimento sorto nell’accezione contemporanea nell’ambito dell’Iri a partire dal 1938, ma riferibile fino ad Antonio Genovesi, economista e filosofo del XVIII secolo.
    Con la sua opera, ha realizzato un contributo decisivo alle costituzione della Cassa del Mezzogiorno.
    La SVIMEZ redige annualmente un rapporto, detto Rapporto SVIMEZ, in cui censisce i vari indicatori economici dell’andamento dello sviluppo meridionale, e ,in un’ottica comparatistica riferita alla realtà nazionale e a quella internazionale, commenta gli interventi economici realizzati e quelli mancati suggerendo strategie di rilancio e sviluppo produttivo. Si caratterizza per proporre una forte ingerenza pubblica nell’economia, la necessità di una industrializzazione sistematica finanziata in maniera accentrata, quindi la centralità dello Stato nella edificazione di un Sud sviluppato con un intervento attivo e deciso, senza interventi frammentati o puramente simbolici.

    Fonti e link utili
    Traccia dell’intervento di Riccardo Padovani (http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_materiali/2011/rapporto_2011_testo_padovani.pdf)
    Rapporto SVIMEZ 2011 (http://www.svimez.it/)
    Wikipedia, naturalmente… (http://it.wikipedia.org/wiki/Svimez)

    In risposta a Rapporto Svimez 2011: il Sud e la ripresa che non c’è

    1. Pingback: Dossier sulle mobilitazioni | Generazionezero

    Aggiungi commento