Migranti, giovani, precari, ambiente|lunedì, Novembre 30, 2020
Ti trovi qui: Home » Sanità » L’epidemia che scopre l’Italia – Parte I

    L’epidemia che scopre l’Italia – Parte I 

    Tempo di lettura: 4 minuti
    Intervista a Salvatore Curiale, comunicatore scientifico dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani e autore, insieme al direttore scientifico Giuseppe Ippolito, del libro “Cosa Sarà. Come cambierà la nostra vita dopo la grande pandemia. La sanità, il lavoro, la scuola, la politica”.

    A margine della presentazione del libro edito da Mind Edizioni, come fuori concorso alla rassegna letteraria Liolà, organizzata da Pro Loco Mazzarelli a Marina di Ragusa, abbiamo intervistato Salvatore Curiale (comunicatore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma) e Concetta Castilletti, ricercatrice dello stesso Istituto e membro dell’équipe che lo scorso febbraio ha isolato il virus. I diritti d’autore del libro saranno interamente devoluti all’attività di ricerca dell’Istituto Spallanzani.

    Cosa Sarà, edito Mind Edizioni

    Cosa sarà. Come cambierà la nostra vita dopo la grande pandemia. La sanità, il lavoro, la scuola, la politica, è un lavoro che si propone di analizzare la situazione italiana all’indomani dell’epidemia mondiale di Covid-19, partendo da una ricerca storica delle epidemie che hanno colpito il mondo nei secoli, fino ad una analisi del presente, alla ricerca di soluzioni per il futuro. All’interno del testo ci sono interviste e contributi di Lucia Annunziata, Ferruccio de Bortoli, Francesco De Gregori, Raffaella Sadun e Antonio Zoccoli su come cambieranno società, lavoro, sanità, politica ed economia del Paese.

    Dott. Curiale, da dove nasce l’idea di questo libro?
    Volevamo fare qualcosa di diverso dai soliti libri sulle epidemie e sui virus, qualcosa che si proiettasse sul “dopo pandemia”, cercando di immaginare come cambierà la nostra vita, individuando rischi e opportunità, cominciando dal sistema sanitario. Siamo partiti dall’esperienza che il dott. Ippolito ha vissuto quasi 40 anni fa, quando venne fuori l’epidemia dell’AIDS. Un virus completamente diverso dal Covid, ma che mise il sistema sanitario italiano in una situazione complicata. Gli affetti di quel virus avevano delle necessità sanitarie e sociali che il Sistema Sanitario Nazionale, e nello specifico gli ospedali, non erano in grado di offrire. L’AIDS, da “peste degli omosessuali e dei drogati”, cominciò ad interessare tutti quando cominciarono i contagi tramite la trasfusione di sangue. Quella malattia fu l’occasione per riorganizzare il SSN. All’interno del libro è dedicato un capitolo sull’argomento in cui teniamo un’intervista immaginaria a Elio Guzzanti, padre della legge 135, del 5 giugno 1990, “Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS”. Tramite questa legge vennero istituti dei nuovi livelli di assistenza con alla base la medicina del territorio e una presa in carico dei pazienti che non fosse necessariamente ospedaliera. Per quanto riguarda il Coronavirus, questa malattia pone dei problemi sostanzialmente analoghi, facendoci capire come la tutela della salute non passa solamente dall’ospedale, ma anche e soprattutto per il controllo e il presidio del territorio, per fornire i supporti sanitari necessari. Nello specifico, evitando di affollare gli ospedali che possono diventare incubatori del virus.

    Cosa significa conoscere le dinamiche sociali di un territorio?
    Significa venire a conoscenza della situazioni di marginalità e quindi prendersi cura degli ultimi, degli emarginati, dei migranti, tramite presidi sanitari e assistenza sociale. Questo è impegno non solo etico ma anche utilitaristico, perché in questi contesti il rischio di diffusione del virus è molto elevato. La pandemia ci ha obbligato a vedere e considerare questi contesti, che prima facevamo finta di non vedere. Oggi abbiamo l’obbligo di creare condizioni lavorative sanitariamente e socialmente accettabili. La sanità diventa quindi una porta di accesso per una legalità che va a beneficio di tutti. L’epidemia ci deve aprire gli occhi sul sistema-paese e su quelle che devono essere le nostre priorità. 

    Prendendo spunto dalla campagna di comunicazione per la prevenzione dell’AIDS, con il momento ritratto in foto del bacio del virologo Fernando Aiuti, quali sono stati i momenti di maggior impatto comunicativo durante l’epidemia? In generale, la comunicazione è stata sufficiente nel suo ruolo preventivo?

    Nella prima fase, la comunicazione è stata all’altezza. La gente ha capito come comportarsi nella fase acuta dell’epidemia. Ad avere maggiore impatto, più che le parole e gli articoli di giornale, sono state alcune immagini, come quella dei camion che portano via le salme da Bergamo e quella del Papa da solo in piazza San Pietro il 27 marzo.  Dopodiché, qualcuno ha cominciato a scadere in una comunicazione errata. Sono venuti fuori personaggi che affermavano che il virus è morto, o che è mutato, o politici che si tolgono la mascherina dicendo che non c’è più pericolo. Purtroppo in un contesto di iperinformazione o di infodemia come dice De Bortoli, non si riesce a controllare a pieno la comunicazione, e si può cadere nell’equivoco o nell’errore. 

    A livello mondiale numerosi sono gli esempi di contrapposizione tra governanti e scienziati. Quali sono le cause di questa diffidenza e di queste difficoltà collaborative tra politica e scienza?

    Il rapporto tra scienza e politica è complicato, però se il compito degli scienziati è quello di dare dei pareri, quello della politica è di compiere scelte tenendo conto di tutti gli aspetti, dall’economia alla scienza, cercando di bilanciare le necessità e le richieste di ognuno.  Se avessimo prolungato il lockdown per altri due mesi il virus sarebbe potuto estinguersi in Italia, ma anche l’economia nazionale sarebbe morta. Detto ciò, gli esempi migliori di contenimento di questa pandemia sono avvenuti dove la politica ha ascoltato la scienza e ha preso decisioni ponderate e informate. Al contrario, dove la politica ha preso decisioni totalmente difformi alla scienza e al buon senso, seguendo invece la ricerca o il mantenimento del consenso, sono successi dei disastri. Negli USA si è scelto di privilegia l’economia, in Brasile il presidente Bolsonaro ha affermato che il Coronavirus è «solo un piccolo raffreddore», in Gran Bretagna hanno inizialmente seguito la via dell’immunità di gregge e quindi “sacrificato” qualche anziano per essere più forti. I risultati di questo approccio sono sotto gli occhi di tutti…

    Intervista di Salvatore Schininà

    In risposta a L’epidemia che scopre l’Italia – Parte I

    1. Pingback: L'epidemia che scopre l'Italia – parte II | Generazionezero.org

    Aggiungi commento