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    Se il lavoro te lo devi comprare 

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    Quanto costa oggi entrare nel mercato del lavoro

    L’intero sistema sociale, prima che lavorativo, si sta avviando (ed è già a buon punto) alla digitalizazzione dei flussi di informazione e alla creazione di una rete a maglie larghe basata sui rapporti informatici e sull’uso diffuso in ogni ambito, da quello economico a quello ingegneristico, delle tecnologie. Questi sono gli anni della rivoluzione digitale e tecnologica. Quali spazi ci sono in questo ambiente per un umanista? Che sia laureato in Lettere, in Filosofia o in Beni Culturali (sono differenti i profili dell’ambiente della Comunicazione), chi ha affrontato gli studi umanistici sembra ormai inadeguato a questa realtà. Anzi, questa lo ha forse relegato al ruolo di zavorra di una tradizione rinascimentale ormai desueta, il cui unico sbocco occupazionale sembra debba essere quello scolastico e didattico.

    Eppure l’Harvard Business Review sembra dare una speranza: in un articolo del 2016 segnala la necessità per le aziende, più o meno grandi, di assumere umanisti, dotati di creatività, empatiaascolto e visione, caratteristiche acquisite tramite gli studi umanistici.
    Delinea così la figura degli umanisti digitali, professionisti capaci di inserirsi in aziende di qualunque settore produttivo e in cui sfruttare la capacità di pensiero nei rapporti interpersonali, nella comunicazione d’impresa e pubblicitaria, e nella mediazione tra cliente e tecnico.

    Ma ciò che riporta alla triste realtà sono le qualifiche necessarie per vedere i propri meriti e le proprie capacità riconosciute, ovvero l’acquisizione di master di vario livello. Da qualche anno in Italia è scoppiata la corsa al master, come vero trampolino di lancio per l’accesso al mondo del lavoro.Una vera giungla, con migliaia di master offerti non solo dall’università, ma anche da enti privati, e dal costo variabile. Una ricerca del Sole 24 Ore di pochi anni fa oscillare il range dei prezzi dai mille euro dei master di I livello, tenuti dalle università pubbliche, fino ai 60mila euro dei master MBA, rivolti spesso a professionisti già affermati, che vogliono ulteriormente qualificare le loro competenze. Ovviamente ognuna di queste proposte formative è accompagnata da un’offerta di borse di studio, che tuttavia non potrebbe mai coprire (e dopotutto perchédovrebbe?) la domanda di accesso.

    Per gli umanisti quella del master sembra essere rimasta l’unica strada percorribile – o una delle pochissime –per entrare nel mondo del lavoro. Si aggiunge un altro dato: ad un livello così alto di formazione, ha un peso molto rilevante il nome dell’ente presso il quale si segue il master, non solo per i contatti diretti con aziende leader nel settore presso cui fare uno stage, ma anche per il semplice valore che porta il prestigio di un particolare marchio. E allora è ovvio che tutti sogniamo di frequentare un corso post laurea proprio al Sole 24 Ore, che offre un master sulla Comunicazione d’Impresa, Lobbyng e Relazioni Internazionali dal costo di 12.200 euro, o ancora sul Management Cinematografico e Audiovisivodal medesimo costo. Perché poi non sognare un master presso lo IED, istituto privato dal valore acclamato in tutto Europa, e rivolto specialmente a studenti dalla formazione umanistica, essendo destinato alla specializzazione nelle arti visive e nella comunicazione?La sua offerta è didatticamente varia e professionalmente concreta, come ad esempio il master Creative Direction, rivolto «ai laureati in discipline creative e umanistiche come lettere, antropologia, sociologia, filosofia, scienze della comunicazione», ma anche questo dal costo consistente, 16.900 euro.

    Di proposte del genere ce ne sono a volontà e ognuna di esse riporta nelle schede esplicative e negli sbocchi professionali identificati, in maniera più o meno netta, le quattro caratteristiche di cui, secondo la ricerca dell’HBR, ogni umanista digitale è fornito.E allora perché uno studente, appena laureato dovrebbe scegliere di seguire un master presso un’università pubblica che, senza volere accusare né sottostimare la sua validità, non permette contatti con aziende di tale valore o un uguale accesso al mercato? Purtroppo spesso si è costretti a tale scelta per motivi economici, infatti soprattutto di questi tempi, una spesa di diverse migliaia di euro non è facilmente sostenibile, e al costo del master di per sé vanno aggiunte le spese necessarie a far fronte ad un trasferimento in altre città. Consideriamo poi che la maggior parte degli studenti italiani fuori sede è meridionaleE allora rimangono sogni le prospettive di carriera, la crescita personale e professionale, le proprie ambizioni. Chi tenta di seguire percorsi ordinari e puliti in Italia, incorre in questo cortocircuito, per cui, se sei nato già fortunato, puoi diventare ciò che vuoi oppure ti toccano le briciole, a meno che non si ricorra a quella maniera tutta italiana di accarezzareun amico per afferrare un lavoro.

    Ma se l’esclusione di molti è dovuta per ai motivi economici, essendo le borse di studio insufficienti nella maggior parte dei casi e precludendo così l’accesso ai meritevoli, il rovescio della medaglia porta a pensare che soltanto chi ha le capacità economiche a prescindere dal reale valore personale ha la possibilità di andare a concorrere alla creazione della nuova classe manageriale. Questo potrebbe portare ad un indebolimento dirigenziale delle aziende, o peggio ad una corsa a chi è più furbo e riesce meglio a raggirare non solo colleghi e reclutatori, ma soprattutto i fruitori dei servizi proposti. Il tutto ha ripercussioni infine sulla situazione dell’Italia, un paese che da troppo tempo non investe nella formazione e nell’istruzione dei sui giovani, a differenza di molti paesi europei. Esempio cardine è il sistema scolastico e universitario dei paesi scandinavi e specialmente della Danimarca, che offre un sussidio mensile a tutti i i suoi studenti. Senza una seria riforma in questo campo, gli umanisti rimarranno pezzi di quel grande museo a cielo aperto che è l’Italia.

    Salvatore Schininà

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