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    Federica Angeli testimone: reportage dal processo al clan Spada 

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    Il cielo è aperto sopra la capitale quando arriviamo a Piazzale Clodio, a pochi metri dalla sede del Tribunale Ordinario di Roma. Riusciamo a parcheggiare subito, di solito bisogna fare un po’ di giri prima di trovarlo, oggi invece siamo baciati sia dalla fortuna che dal sole. Io e Lorenzo, nuova penna di Generazione Zero, ci dirigiamo verso l’entrata del tribunale dove è stato organizzato un presidio a favore di Federica Angeli, che oggi testimonierà contro Armando Spada, boss della mafia romana di Ostia che nel maggio del 2013 minacciò di morte la giornalista di Repubblica. Il processo inizia a mezzogiorno ma già un’ora prima, fuori dal tribunale, si radunano giornalisti e associazioni, pronti a dare sostegno a Federica, che si presenta davanti le telecamere visibilmente commossa e in uno stato d’ansia. D’altronde sta per affrontare di nuovo colui che gli ha reso la vita difficile, se non impossibile, negli ultimi cinque anni. Mentre risponde alle domande dei giornalisti, un ragazzo di etnia rom, ci passa vicino urlando “sta pagliaccia”, “a buffona” e seguito da una signora, presumibilmente un suo famigliare, se ne va. L’ennesimo atto di violenza verbale e psicologica ai danni di una donna che si ritrova sotto scorta per aver denunciato, attraverso le sue inchieste, i malaffari (attività commerciali e traffico di droga) dei più potenti clan autoctoni del X Municipio di Roma: gli Spada, i Fasciani e i Triassi.

    Sono le 11,45 e l’udienza sta per iniziare, ci affrettiamo ad oltrepassare i controlli per entrare in aula anche noi, ma non sempre le cose vanno per il verso giusto e ci dicono che non possiamo entrare all’interno con la fotocamera. Insistiamo, ma niente da fare. E allora corsa verso la macchina per posarla e di nuovo al tribunale.

    La testimonianza
    Insieme a noi, nell’aula 10 dell’Edificio B entrano anche due scolaresche. L’aula è piccola, manca l’aria, non è adeguata ad ospitarci tutti e tanti sono costretti a rimanere fuori. Dentro ci sono solo una decina di sedie, perciò rimaniamo in piedi e ascoltiamo le parole del giudice che inizia l’udienza affermando che la Federazione Nazionale Stampa Italiana e l’Ordine dei Giornalisti del Lazio si sono costituiti parte civile al processo, in sostegno di Federica. Il processo s’interrompe in attesa dell’arrivo dell’imputato: Armando Spada. Passano i minuti ma non si presenta ancora nessuno e allora nel frattempo il giudice ci mostra l’intera inadeguatezza del sistema giudiziario italiano, iniziando un processo diverso, completamente slegato a quello per cui siamo qui. Si ascoltano i testimoni, questa volta l’episodio incriminato è un’aggressione, l’ennesima scaturita tra due giovani per una ragazza. 

    Dopo una ventina di minuti, finalmente entra Armando Spada. Prima di entrare, l’intera aula sembrava pervasa da uno stato di agitazione, nonostante il silenzio la facesse da padrone. Entra un uomo dalla pelle olivastra, tozzo e robusto, con pochi capelli e con gli occhiali da sole che mascherano uno suo sguardo risoluto. Indossa un maglione grigio e un paio di jeans ed è scortato da quattro agenti della penitenziaria. Federica si dimostra ancora una volta una donna coraggiosa e lo guarda negli occhi mentre si accomoda affianco al suo legale Ippolita Naso, difensore anche di Carminati nel processo di Mafia Capitale.

    Il giudice fa iniziare l’udienza e incoraggia Federica a pronunciare il giuramento di rito, prima di iniziare a raccontare i fatti e le intimidazioni subite. Inizia tutto nel 2013, quando la giornalista di Repubblica stava portando avanti un’inchiesta sui rapporti tra i clan Fasciani, Spada e la pubblica amministrazione del territorio romano.

    La testimone racconta dell’indagine in merito ad una concessione ottenuta per lo stabilimento balneare “Orsa Maggiore” che stava portando avanti; dell’inaspettato incontro con Armando dentro quella struttura, da cui capì che non era il suo genero, Damiano Facioni, a gestire quel business illegale ma Armando stesso. Racconta anche che era entrata in quello stabilimento insieme a due giornalisti freelance, per fare l’intervista e pubblicarla poi online, e che una volta che Armando e gli altri presenti si resero conto che stavano registrando, la situazione degenerò. Incomincia l’aggressione verbale che rischia quasi di sfociare in qualcosa di più violento. “Armando Spada era una furia, si dimenava talmente tanto che dovevano tenerlo in due persone” racconta Federica, a un certo punto con le dita fa il segno della pistola e gli intima di non pubblicare niente e spegnere le telecamere “altrimenti me te sparo in testa”. Parole ribadite con estrema decisione in aula, nel silenzio assordante dei presenti, tutti attenti nell’ascoltare la testimonianza. Affianco a me la sorella di Federica sospira, non riesco a capire se in segno di sollievo per l’incubo che sta quasi volgendo al termine o per disapprovazione per quelle infami parole recitate nel 2013 dal boss romano.
    Racconta che dopo quel gesto la fanno entrare in una stanza, lasciando i suoi due colleghi fuori, in quelle quattro mura c’era anche Cosimo Appeso arrestato nel 2014 ed ex luogotenente della Marina militare che si presentò con queste parole: “sono della Sacra Corona Unita”. Parole messe in discussione anche dalla stessa Federica che infatti in aula afferma: “uno della Sacra corona unita non mi si presenta così, voleva più che altro intimidirmi”. La situazione si stabilizza dopo che Armando Spada riceve una telefonata, ma prima di dirgli “mo te ne poi pure andà” consiglia a Federica di indagare su Papagni, dato che loro erano “puliti”.

    L’incontro con Papagni avvenne sempre presso un altro stabilimento balneare, chiamato “Le Dune”, inizialmente il colloquio era molto tranquillo e l’intervistato rispondeva a tutte le domande che gli venivano poste. Nel momento in cui Federica gli chiede se veramente avesse assoldato un sicario per far uccidere Carmine Fasciani (una faccenda che si presume risalga agli anni 80 ndr.), la situazione sfugge di mano. Papagni negò tutto e gli disse di non mandare in onda il servizio per non scatenare una “guerra civile ad Ostia”, minacciando anche di stroncargli la carriera. “Io conosco il Capo dei Capi dei carabinieri”, “chi sbaglia paga”, queste le frasi rivolte alla giornalista durante una telefonata ricevuta qualche giorno dopo il loro incontro.

    Dopo aver denunciato queste due eventi intimidatori, contro Spada e Papagni, e per aver testimoniato per un caso di duplice omicidio a cui aveva assistito, questa volta contro Romoletto Spada, il 16 luglio riceve una telefonata inaspettata. È il Prefetto Giuseppe Pecoraro che le dice “lei da domani è sotto scorta”, in quarant’anni nessuno aveva denunciato per due volte di seguito il clan Spada, tranne Federica.
    Arrivati a questo momento del racconto, negli occhi della testimone si fa strada la commozione e gli occhi diventano lucidi quando racconta di come il vivere sotto scorta abbia stravolto la sua vita. Lacrime che finalmente scendono quando parla dei suoi tre figli e del marito, che insieme a lei sono stati costretti a subire limitazioni alle proprie libertà individuali.
    In aula cala il silenzio, perfino il giudice che fino ad ora non aveva trapelato emozioni rimane impassibile di fronte alle dichiarazioni di Federica.
    La testimonianza si conclude, gli avvocati degli imputati proseguono per circa un’ora rivolgendo varie domande alla testimone, in quello che più di un’udienza di testimonianza inizia a sembrare un interrogatorio.

    La fine di un incubo
    Finalmente è tutto finito, sono le 14,15 e seguiamo Federica fino all’uscita. Fuori dall’aula una folla di persone l’accoglie calorosamente: è bello non sentirsi soli in momenti del genere, ci diciamo tra noi.

    Una volta fuori, Federica si accende una sigaretta che oggi più che mai sa di libertà, di liberazione da un peso enorme portato sulle spalle per ben cinque lunghi anni. Ora finalmente si può ritornare a sorridere, anche se a metà, dato che il processo non è ancora finito; si può ritornare a vivere forti del sostegno e della solidarietà che Federica ha ottenuto, specialmente sui social network, dove l’opinione pubblica ha sempre riconosciuto il valore delle sue inchieste giornalistiche e della sua persona.

    La sigaretta è finita e gli rivolgiamo qualche domanda, prendo il telefono per registrare l’intervista e ascolto le sue parole come una lezione di vita. Rispondendoci, si dice pronta a denunciare, ancora una volta, qualsiasi favore rivolto dai nuovi consiglieri municipali ai clan di Ostia. E rimaniamo affascinati dalla sua determinazione e perseveranza.

    La salutiamo e usciamo dal cortile del Tribunale, varchiamo i cancelli con la consapevolezza di aver assistito a una grande prova di coraggio. Siamo stati veramente toccati da questa mattinata intensa e mentre ritorniamo in macchina, sperando che non ci abbiano multato dato che il bollettino del parcheggio è già scaduto da un’ora abbondante, continuiamo a chiederci come faccia Federica ad essere così forte e positiva. Lei che è sempre stata una cronista di nera e giudiziaria, si è ritrovata ad essere la figura più importante nella lotta alla mafia a Roma. Le sue inchieste hanno portato alla luce la rete criminale presente sul suo territorio, sul suo quartiere e nonostante le minacce non ha mai ceduto, anzi ha continuato a svolgere il suo lavoro dignitosamente e nella maniera più seria possibile. In questi cinque anni Federica Angeli, donna forte e audace è diventata una forza della natura, forza che oggi, all’interno dell’aula 10 del vecchio edificio B del tribunale di Roma, ha travolto anche noi.

    Youssef Hassan Holgado

    About the author: Youssef Hassan Holgado

    Nato il 2 settembre del 1995 a Salamanca, una piccola cittadina spagnola situata nella regione della Castilla y León. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, redattore di Generazione Zero da settembre 2016. Da gennaio 2018 occupo la posizione di Direttore Editoriale, continuando a fare del giornalismo la mia passione.

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