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Il ritorno di un conflitto mai concluso 

Giovedì 7 dicembre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha comunicato il suo intento di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme: “Gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme capitale di Israele” ha dichiarato, parole che hanno rimbombato nel mondo intero, provocando forti reazioni.
Da anni Gerusalemme è terreno di scontri senza fine tra il popolo palestinese e quello israeliano. Le tensioni sono costanti e in una situazione già fuori controllo basta una piccola scintilla per riaccendere l’odio e far vacillare gli instabili equilibri. Dal momento della sua elezione, il presidente statunitense ha operato delle scelte, sia di politica estera che di politica interna, non sempre in sintonia con gli ideali di pace e di ordine sociale. Schierandosi dalla parte di Israele, Trump ha ulteriormente ridotto le possibilità di dialogo tra le due parti, compromettendo anche gli equilibri internazionali. Infatti, gli Stati Uniti potrebbero perdere molti accordi d’intesa con le maggiori potenze del mondo arabo, specialmente con l’Arabia Saudita, protettrice della storica moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, con cui Trump ha stabilito rapporti più stretti fin dall’inizio del suo mandato. Non si è fatta attendere la reazione di Erdogan, da sempre partecipe nella situazione palestinese. Durante un comizio a Karaman, il leader turco ha manifestato la sua intenzione di istituire un’ambasciata a Gerusalemme est, chiaro segno di sfida nei confronti della decisione presa dalla presidenza statunitense. Anche la Lega Araba si è unanimemente espressa contro l’affermazione del presidente Trump, dichiarandola una mossa strategica pericolosa per gli equilibri diplomatici internazionali. La Lega si è appellata direttamente all’ONU e ieri il Consiglio di Sicurezza ha votato la Risoluzione promossa dall’Egitto, la quale dichiarava illegittima la dichiarazione di Trump e chiedeva di rispettare tutte le risoluzioni emanate fino ad ora nei confronti del conflitto arabo-israeliano. La risoluzione ha ottenuto 14 voti favorevoli su 15 ma non è stata approvata per via del veto posto, ovviamente, dagli Stati Uniti.
L’America di Trump è sempre più isolata sul fronte internazionale.

Si apre così, ancora una volta, un lacerante scontro tra Palestina e Israele.
Forte la reazione del popolo arabo, che venerdì 15 ha partecipato a una nuova “giornata della rabbia”, durante la quale un milione di manifestanti ha risposto all’appello di Hamas: “la nostra rivoluzione in Palestina e all’estero non cesserà finché D. Trump non cambierà idea”. Terminata la preghiera, i palestinesi si sono diretti verso la città vecchia di Gerusalemme, dove sono stati prontamente fermati con violenza dall’esercito israeliano. L’urlo di protesta si è progressivamente divulgato a macchia d’olio e ha coinvolto tutta la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Alla disperazione palestinese, manifestata dal lancio di pietre, le forze militari israeliane hanno risposto con il lancio di lacrimogeni e proiettili, provocando l’ennesimo spargimento di sangue in una terra ormai stremata da un lungo conflitto.

Quattro morti e oltre 250 feriti.
La prima vittima è stata colpita a Ramallah. Subito dopo è stata la volta di un altro giovane palestinese ucciso nella città di Anata. Nella striscia di Gaza, invece, due i morti, entrambi colpiti da un proiettile alla testa, il 23enne Yasser Sokar e il 29enne Ibrahim Abu Thrayya. Quest’ultimo, ridotto su una sedia a rotelle dai bombardamenti israeliani durante l’operazione militare “Piombo Fuso” del 2008, è simbolo di un popolo oramai abituato alle violenze e alle sevizie, ma che resiste e lotta contro l’occupazione fino alla fine. Gerusalemme continua a presentarsi come teatro di spargimenti di sangue inconcludenti, che da anni tormentano le due parti.
La dichiarazione di Trump è un diretto schieramento a favore di Netanyahu, e rischia di aumentare ulteriormente la disparità di forze tra i due popoli. I numeri parlano chiaro: le vittime palestinesi sono nettamente superiori a quelle israeliane. Israele lotta per l’espansione territoriale, la Palestina lotta per la sopravvivenza.

Eventi di questo tipo, parole come quelle espresse da Trump, rafforzano il sentimento di odio e il bisogno di rivalsa da ambe le parti, sentimenti che diventano propri anche delle nuove generazioni.  Continua così ad essere alimentato un circolo vizioso senza fine, che allontana sempre di più ogni speranza di pace e accordo.

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