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Mafia e antimafia a Palermo 

 Un convegno per i 40 anni del Centro Impastato

In occasione dei 40 anni di impegno del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”, il 26 ottobre si è tenuto a Palermo, in Viale delle Scienze, nell’Aula Magna dell’Edificio 12, un convegno intitolato “Mafia e antimafia. Lo stato della ricerca e le politiche negli ultimi anni”, organizzato dal Centro e dal Dipartimento “Culture e società” dell’Università.

Il convegno è stato organizzato con lo scopo di far conoscere all’opinione pubblica l’evoluzione del fenomeno mafioso e della risposta che l’ordinamento ha dato e continua a dare ancora oggi. Al centro dell’iniziativa l’idea che non esista solo una mafia territoriale, palese, violenta e facilmente conoscibile. È fondamentale, specie in una sede universitaria, informare gli studenti che nell’era della globalizzazione e dell’internazionalizzazione, la mafia serpeggia e si insinua in ogni aspetto della realtà, monopolizzando il controllo su alcuni affari.

La mattina: questioni socio-culturali

La giornata si apre con l’intervento della professoressa Maria Concetta Di Natale, direttrice del Dipartimento “Culture e società” dell’Università degli Studi di Palermo. Segue l’interessante intervento di uno dei massimi studiosi a livello internazionale di poteri criminali e rapporti tra economia, politica e criminalità, Umberto Santino, il quale è fondatore insieme ad Anna Puglisi del Centro Impastato. Santino ha illustrato il senso del suo progetto, e in particolare di quest’evento: il punto di partenza è l’analisi critica di correnti e idee, mentre il punto d’arrivo è comprendere che la mafia «non è soltanto un’organizzazione ma una mentalità». È stata fatta un’analisi del fenomeno da ogni punto di vista e molti sono stati gli interventi e gli spunti di riflessione.

In mattinata sono intervenuti Marco Santoro, Alessandra Dino, Monica Massari, Rocco Sciarrone, i quali hanno esposto le loro valutazioni dal proprio punto di vista, che ha permesso agli ascoltatori di farsi un’idea razionalmente valida su come il fenomeno si sia modellato per continuare ad esistere nel corso del tempo. Dalla definizione di Umberto Santino della mafia come «insieme di gruppi criminali che agiscono all’interno di un sistema di rapporti, che svolgono attività violente e illegali finalizzate all’arricchimento, che risponde ad un ben definito codice culturale e gode di consenso sociale» a quella di Marco Santoro come «un poliedro risultante dal rapporto interattivo tra aspetti criminali, sociali, economici, politici e culturali», una riflessione pluralistica è stata ricondotta all’unità: se si vuole sradicare il fenomeno bisogna che una comprensione vera e profonda di esso e dei suoi significati sia trasfusa a ciascuno di noi.

Il pomeriggio: come ha risposto la giurisprudenza alla mafia?

Nel pomeriggio è stato dato un taglio differente alla discussione: dall’analisi storico-politica-culturale della prima parte ci si è concentrati sulla risposta che la giurisprudenza ha dato contro la proliferazione del fenomeno mafioso. Sono intervenuti Antonio La Spina, Michele Prestipino, Franca Imbergamo, Piergiorgio Morosini.

È stato evidenziato un ritardo storico dell’ordinamento italiano nel riconoscere il fenomeno e nel mettere in atto meccanismi per eliminarlo. Avrebbe dovuto affrontare, infatti, il problema considerandolo come tale, adoperando gli strumenti più adatti. A causa di molti errori di valutazione, oggi si mischiano esperienze di criminalità diverse e si integrano fra loro. Si sta diffondendo quindi il concetto di “metodo mafioso” e la sua replicabilità sul piano internazionale, anche dove non erano presenti fenomeni mafiosi di tipo autonomo.

Per tale motivo la mafia fa irrefrenabilmente passi avanti in senso sociale e in senso geografico. Come ha detto il Procuratore della Repubblica di Roma Michele Prestipino dobbiamo uscire dai nostri schermi interpretativi, dagli stereotipi che ci spingono a pensare che non c’è mafia oltre il nostro perimetro territoriale, che «se non c’è un siciliano, un calabrese e un napoletano non ci sarà mai mafia».

Qual è allora il modo migliore oggi per porre a fine a questo male che sembra incurabile?

 

Emanuela Zafonte

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