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#IOSTOCONERRI 

“Torno in un’aula di giustizia per ascoltare le conclusioni dei miei accusatori, le loro ragioni e la richiesta di pena da caricare sul tempo a venire. Il Pubblico Ministero cerca di dimostrare la mia pericolosità di scrittore, la responsabilità penale delle mie parole. Parla per circa un’ora. So che la condanna può stare tra uno a un massimo di cinque anni di prigione. Mi aspetto la richiesta maggiore, dopo il profilo criminale tracciato dalla requisitoria. Invece ascolto la richiesta minima, un anno e pure con l’applicazione delle attenuanti generiche, che abbassano la pena a otto mesi. Non capisco. I miei avvocati su mia richiesta non chiederanno attenuanti in caso di condanna. Alle parole non si possono applicare, altrimenti si riducono di valore.”

Queste sono le parole pronunciate dallo scrittore e poeta Erri De Luca il 22 Settembre 2015, giorno successivo l’udienza del processo che lo vede alla sbarra con l’accusa di “istigazione a delinquere”. Viene certamente spontanea la domanda: cosa avrà mai fatto di così grave uno scrittore per essere accusato di un reato così pesante? La risposta è presto detta, ha espresso la sua opinione.

Si, su Erri De Luca pende una richiesta di condanna ad otto mesi di carcere per le posizioni espresse sulla Tav Torino-Lione. Lo scrittore è da tempo vicino alle posizioni del movimento No Tav che da sempre si batte contro la costruzione di quella che risulta essere, oltre che un’opera oramai strategicamente superata ed economicamente svantaggiosa, un plausibile pericolo per la salute dei cittadini Valsusini vista la possibile presenza di amianto nelle rocce dei settori interessati dal tunnel di base e dal tunnel dell’Orsiera (volume stimato almeno 76.000 metri cubi) oltre che l’ennesima mangiatoia dato che che i costi negli anni sono lievitati in maniera esponenziale.

Ebbene, De Luca è a processo per aver affermato più volte, in particolare in un’intervista all’Huffington Post il 1° Settembre 2013, che “la Tav va sabotata” e che le cesoie trovate in macchina a degli attivisti, “sono utili a tagliare le reti” poste illegalmente, secondo il Movimento No Tav. I Pubblici Ministeri Andrea Padalino e Antonio Rinaudo del Tribunale di Torino chiedono la condanna dello scrittore proprio per quelle parole che, secondo i PM, avrebbero istigato alla violenza vista successivamente durante gli scontri nei cantieri della Tav.

Alla luce di questi eventi, viene da chiedersi se oramai in Italia, non di certo ai primi posti per la libertà di stampa e con una democrazia rappresentativa spogliata del suo significato, non sia neppure concesso ad uno scrittore di esprimere la propria, anche se dura e non condivisibile, opinione. Ci si chiede se questo non sia altro che un nuovo giro di vite della libertà d’espressione, se dopo aver punito i manifestanti e zittito rappresentanti politicamente scomodi in quanto fuori dal sistema politico-mafioso che tiene in piedi questa “grande opera”, non sia arrivato il momento di accerchiare quei pochi intellettuali pensanti che denunciano questo letame, tacciando ogni qualvolta di estremismo la “parola contraria”.

Non ci aspettavamo alcuna reazione da parte delle forze politiche che non possono che festeggiare, visto che alcuni degli esponenti dei maggiori Partiti sono dentro la questione Tav fino al collo, ma la cosa che più ha impressionato è il silenzio della maggior parte degli “intellettuali” italiani davanti questo evento pericoloso ed antistorico, senza pensare minimamente che quello che è successo oggi a De Luca un giorno potrebbe accadere a loro.

“Lunedì 19 ottobre si aprirà l’ultima udienza, leggerò una mia dichiarazione, ascolterò la sentenza. Non faccio pronostici. Qualunque essa sia, per quello che mi riguarda sarà la parola fine di questa vertenza tra lo Stato e un suo cittadino sul diritto di impiego della parola contraria.”

“Se la mia opinione è un reato, continuerò a commetterlo.”

                                                                                                                                                                            Alberto Lucifora

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