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    “Il giuoco delle parti”: la compagnia Orsini mette in scena Pirandello al teatro Verga di Catania. 

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    Il triangolo della contemporaneità, amore follia e… indifferenza, è quello che Luigi Pirandello nel 1918 immaginò ne “Il Giuoco delle parti”, commedia in tre atti tratta dalla di poco precedente novella, “Quando si è capito il giuoco” (1913).
    Ma, nel momento in cui le mani di uno dei più attuali scrittori e drammaturghi del secolo scorso si uniscono ad un’eccellente squadra tecnica, umberto orsiniquale quella della compagnia Orsini, lo spettatore non può che lasciare la comoda poltrona sulla quale aveva delicatamente poggiato il fondoschiena a sipario ancora chiuso, e iniziare a battere le mani. Sorridendo. Compiaciuto.
    Infatti, il riadattamento dell’opera di Roberto Valerio, Umberto Orsini e Maurizio Balò, andato in scena, per il pubblico catanese, dal 18 al 23 marzo al Teatro Verga, attanaglia il pubblico e gli mostra quanto la pazzia sia parte della labile trama di ogni esistenza, e quanto ogni cosa, nel delicato capello che costituisce la nostra mente, sia infinitamente relativa, anche fuori dal palcoscenico.
    Rispettivamente regista, primo attore e scenografo, Valerio Orsini e Balò, i tre pezzi forti della pièce, sono riusciti a far emergere, dall’apparente semplicità del testo pirandelliano, una cruda messa in scena di ironia e follia, concetti sempre lasciati impliciti in Pirandello, ma ora reali e manifesti sul palco del Verga.
    Il regista ci racconta come il suo: « primo incontro con “Il giuoco delle parti” accadde nell’ormai lontano 1996 quando venni scritturato da Lavia per il ruolo di un signore ubriaco. Essendo impegnato in scena solo per una manciata di minuti, trascorrevo la maggior parte del tempo dietro le quinte ad ascoltare tutte le sere quelle battute così articolate e complesse recitate dai miei colleghi; in particolare Orsini e il suo Leone Gala catturavano la mia attenzione e facevano volare la mia fantasia. Ecco – prosegue Valerio – posso dire che questa mia regia ha inizio in quei giorni, mentre ammiravo quello splendido spettacolo pensavo a come lo avrei realizzato io. A distanza di anni, il caso tanto caro a Pirandello, ha fatto sì che potessi metterlo in scena, oltretutto nel modo che avevo sempre desiderato: con Umberto Orsini come interprete di Leone Gala».

    Ma vediamo la trama: convinto di aver capito il “Giuco della vita”, Leone Gala, marito di Silia (Alvia Reale) dalla quale si è pacificamente separato, si troverà, per volere dellafoto 2 il giuoco delle parti stessa, ad essere parte di un triangolo amoroso i cui vertici sono costituiti da lui e dal suo antagonista Guido Venanzi (Michele di Mauro). La sua filosofia di vita è sempre stata quella di cedere ai comandi di chiunque desiderasse imporgli qualcosa: essere sempre pronto ad afferrare un uovo fresco lanciato all’improvviso e, una volta afferrato, forarlo delicatamente e infine, berlo. Trovare un equilibrio, dunque, e non permettere a niente e nessuno di alterarlo.
    Così s’era lasciato sposare e poi abbandonare e cornificare dal capriccio di quella stessa donna che ora gli chiedeva di difendere il suo onore violato tramite un duello.
    Questo il semplice intreccio del poeta Girgentino.
    Tuttavia, con le parole di Umberto Orsini, scopriamo come qualcosa nella pièce sia mutata: « Lo spettacolo muove i suoi primi passi dallo strappo, dal momento cioè in cui Silia racconta a Leone Gala di essere stata oltraggiata sanguinosamente. Immaginando Leone Gala rinchiuso in una sorta di “Stanza della tortura”, egli ripercorre ossessivamente i fatti; ma ricucire quello strappo è impossibile, impossibile continuare la vita di prima, se non a patto di una lucida follia. Leone Gala – come spiega dunque Orsini – ricostruisce la vicenda attraverso la sua memoria. Naturalmente, a distanza di tempo, i ricordi di Leone non possono che essere frammentati, distorti, offrendoci dei fatti una sua versione-visione, assolutamente parziale e soggettiva, ricostruendo nella sua testa anche momenti della vicenda che egli non ha realmente vissuto. Tutto questo amplifica i possibili piani del racconto: Silia è veramente un lucido architetto del possibile delitto del marito? E’ stata realmente sanguinosamente oltraggiata o è solo un pretesto per portare il marito al duello? Silia è una donna strega-Alcina o una fragile e complessa donna moderna? Guido Venanzi, amante di Silia, è un freddo complice della trappola ordita, o una vittima della follia omicida di Silia e della follia filosofica di Leone? Leone Gala è riuscito veramente a svuotarsi (come ci racconta) dei sentimenti e delle passioni della vita o è invece un rancoroso marito tradito che lucidamente uccide l’amante di Silia? E soprattutto; commettere un assassinio crea una frattura insanabile nella vita di qualsiasi uomo: cosa accade nella testa di Leone Gala dopo tale frattura?».

    La compagnia Orsini, dunque, è riuscita senza remore a rendere evidente la scoperta del senso o, ancora meglio, del non senso della vita in precedenza indagata da Pirandello, arricchendola però di parole, corpi, volti, voci ma soprattutto regalandogli una mise en scène tanto innovativa, quanto legata al significato ontologico del testo.

    “… Ma tu devi far la tua parte, com’io la mia. Il gioco è questo…”

    Martina Toscano

     

     

     

     

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