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    Un’altra storia da Muos 

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    “Sul Muos tanti parlano, ma nessuno, se non gli attivisti o chi è sensibile al problema, ne conoscono, a nostro parere, la pericolosità. E non solo per la salute. Infatti, ammesso e non concesso che non faccia male, è sempre uno strumento bellico e, in quanto tale, pericoloso e alquanto ‘inutile’ per un paese come l’Italia”. Queste le parole di Elena, ragazza ventenne di Niscemi (CL). Un’intera enciclopedia è stata scritta in questi ultimi anni sul problema Muos, tra analisi, articoli di approfondimento, cronache delle manifestazioni, interviste ai professori, agli attivisti, ai politici. Le storie però sono quelle che più di tutte riescono a trasmetterci sempre qualcosa. Da una parte, perché da essere umani ci immedesimiamo nei protagonisti di queste storie; dall’altra, perché, come accadeva nella tragedia antica, vi è una qualche forma di catarsi per il pubblico, per i lettori e, devo dire, anche per chi scrive.

    Le parole di Elena

    “Mio padre -continua Elena- porta un defibrillatore dal 2010. Inizialmente, durante le visite, hanno notato che il defibrillatore presentava dei difetti, non funzionava come doveva e gli hanno detto che il problema era l’utilizzo di apparecchi elettrici, che ha smesso di utilizzare dopo questa visita”.
    Il padre di Elena, Salvatore, il 19 ottobre scorso, intervenne pubblicamente al convegno organizzato dal Movimento No Muos Sicilia e dal Comitato Mamme No Muos, portando all’attenzione di tutti la situazione che vive quotidianamente. Elena riprende: “I problemi continuano, continuano a formattarlo (il defibrillatore, ndr), ma i tecnici competenti si sono rifiutati di pronunciarsi riguardo ai valori ARPA che mio padre ha mostrato loro: secondo loro non sono rilevanti ma non hanno detto niente riguardo ai problemi presenti. A casa, i nostri computer presentano problemi con il touchpad, che non funziona quando i computer sono in carica. Inoltre i tablet e i cellulari, quando sono in carica, non funzionano completamente. Abbiamo domandato al Comune di far spostare gli apparecchi per misurare le radiazioni da una abitazione alla nostra, che in linea d’aria è più vicina, ma non sapevano come aiutarci”. La casa di Elena si trova vicino alla base americana di contrada Ulmo, sede del Muos e “come ho detto, mio padre, a costruzione avvenuta del Muos, non potrebbe più vivere a Niscemi e questo causerebbe non pochi problemi, vista la nostra situazione economica e visto che abbiamo una sola abitazione, quella ubicata vicino all’attuale base NRTF (Naval Radio Transmitter Facility)”.

    Punti di vista

    La denuncia pubblica del signor Salvatore e le parole della figlia Elena, sono chiari segni di preoccupazione, di paura. La relazione, ormai celebre, di Zucchetti e Coraddu (Politecnico di Torino), datata 2011, dichiarava la pericolosità delle antenne per la salute, così come lo studio curato dal professore D’Amore, dell’università La Sapienza; di contro, l’ISS (Istituto Superiore di Sanità), basandosi sui documenti rilasciati dagli americani, questa estate aveva decretato che non ci sarebbe alcun rischio per la salute, cosa che invece cozza con quanto detto dal militare Salvatore Ferlito, malato di leucemia. Pareri discordanti. Però la gente ha paura, seriamente. Cose che fanno riflettere.

    Fa male o non fa male? E che impatto avrebbe con le apparecchiature mediche, come per esempio il defibrillatore del signor Salvatore? Secondo lo studio dell’ISS “nessun rischio anche per dispositivi come ‘pacemaker e defibrillatori cardiaci impiantati’”. Eppure Elena non è per niente tranquilla: “Già molti scappano da Niscemi, per vari motivi, soprattutto di natura lavorativa, e questo sarebbe un motivo in più, ma se trovassimo un buon lavoro, sia io sia mia sorella, ci piacerebbe continuare ad abitare nel paese in cui siamo nate e cresciute, ma se il Muos venisse ultimato sono sicura che non la penseremmo così”.
    Più di un anno fa una storia simile ci aveva colpiti. Si trattava di Linda, una donna modicana che lottò contro il cancro: i dottori che la presero in cura, a Pisa, le chiesero se nella zona in cui abitasse fosse in contatto con apparecchiature elettromagnetiche di qualunque genere, cosa che la insospettì tanto da scriverne sul gruppo facebook dei No Muos.

    Oggi, invece, una ragazza di vent’anni dice di voler andare via da casa se la situazione non cambia, mentre il padre accusa problemi cardiaci di non poco conto, gridandolo al microfono davanti ad una platea contraria al Muos. Questa è la storia di Salvatore e di sua figlia Elena. Un’altra storia siciliana.

     

    Attilio Occhipinti 

    About the author: attilio occhipinti

    Nato a Ragusa nel 1989, sono laureto in Filosofia presso la Facoltà degli studi di Catania e in Comunicazione e Cultura dei Media all'Università degli studi di Torino. Dall’aprile 2011 scrivo su Generazione Zero, all’interno del quale ho ricoperto la carica di direttore editoriale dall'agosto 2013 fino a settembre 2014. Per circa un anno sono stato il responsabile delle risorse umane, ruolo che mi ha permesso di coordinare i rapporti tra gli autori e i collaboratori. Mi sono occupato di diversi temi curato nei miei articoli, dall'ambiente, alla politica, passando per i tanti problemi che affliggono gli studenti, i precari e gli immigrati. I miei articoli sono apparsi su I Siciliani giovani, rivista mensile di antimafia, mentre in passato ho collaborato con il mensile d’inchiesta Il Clandestino con permesso di soggiorno. Dal 2016 coordino le attività di ufficio stampa dell'Associazione Generazione Zero.

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