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    Ragusa: storia di una silenziosa mafia 

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    Ragusa

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    La provincia di Ragusa, per dettagli storici legati alla non presenza della mano armata di Cosa Nostra, si è meritata negli anni l’appellativo di “babba” correlato all’idea di un’isola di purezza all’interno del contesto siciliano. Ma la logica spinge sempre più verso l’opposta versione dei fatti e, perfino, si arriva sostenere che la provincia di Ragusa non sia altro che una grande lavatrice, in cui il denaro sporco viene reinvestito. Risulta, però, complicato riuscire a trovare il bandolo della matassa in un contesto economico, quello ragusano, così tanto articolato e vario: basterebbe però ricordare il boom della fine degli anni ’70, con il pullulare di imprenditori di dubbia onestà. Si tratta del periodo in cui le famiglie mafiose del palermitano e del trapanese cominciano ad acquistare ettari di terreno attorno ad Acate, Santa Croce, Vittoria e Comiso. Si tratta dei Teresi, degli Aiello di Bagheria, i Salvo di Salemi, i Rollo, gli Amoroso e i Greco di Cianculli, i quali non entrando in contrasto con il clan dei Dominante, già presente nel panorama ibleo, ma sicuri degli appoggi politici, si dedicano ad una fitta attività imprenditoriale. Ciò che, invece, sta emergendo, ai giorni nostri, è la presenza sempre più capillare di gruppi armati proto-mafiosi con il proprio giro di estorsioni e racket, evidenziato dal recente arresto di 5 “stiddari”:

    Mario Campailla, detto "Mario Saponetta"

    Mario Campailla, di 50 anni, detto “Mario Saponetta”, il quale aveva già scontato otto anni di carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti; Francesco Razza, di 53 anni e fratellastro di Campailla; Salvatore Servo, 38enne originario di Palagonia ma residente a Comiso; Silvio Izzia 36enne anch’egli fratellastro di Campailla e Massimo Scalambrieri, 25 anni. Tutti gli arrestati avevano precedenti specifici, più un sesto fermato, Salvatore Adamo, di 36 anni, per porto abusivo d’armi.
    La “Stidda” è un’organizzazione mafiosa, o proto-mafiosa, oggi diffusa prevalentemente nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Enna e Ragusa, che annovera nella sua “Hall of Fame” iblea i fratelli Gallo (uccisi nel 1987 da Biagio Gravina, professore dell’attuale IPSIA di Ragusa); lo stesso Biagio Gravina e il clan, cosidetto dei Dominante, formato anche dai tre fratelli Carbonaro, già attivi al fianco di Turi Gallo. Ma questi precedenti storici sono forse caduti nell’oblio per la cultura omertosa della provincia babba: “cu si fa i fatti so, campa cent’anni”. Ma i fatti odierni non permettono ed evidenziano come questo modo di comportarsi sia a rischio sopravvivenza, con tutte le problematiche che lo scardinamento di una cultura sociale comporta: l’operazione, denominata “Chimera”, è stata, infatti, portata a termine grazie alla denuncia di tre imprenditori comisani ed alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Il Procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, ha voluto sottolineare “l’attività che prosegue in sinergia tra la procura iblea e la Dda, in un territorio che ha dimostrato la persistenza del fenomeno mafioso e con un giro d’affari non indifferente”. A caratterizzare il ritorno degli stiddari a Comiso, come spiega il procuratore aggiunto della Dda Amedeo Bertone, “era la grande disponibilità di armi da guerra, provenienti dalla Calabria e la capillare organizzazione che Campailla aveva dato al gruppo sin dagli ultimi mesi della sua detenzione”.

    Simone Lo Presti

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    Ho iniziato a scrivere per Generazione Zero nell'aprile del 2011 spinto dal bisogno e dal coraggio di guardare il mio territorio con occhi curiosi mai paghi delle belle parole, ma desiderosi di osservare i fatti. Ho imparato, così, che un buon giornalista deve stare dentro la notizia e raccontare i fatti da quella prospettiva.

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