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    Iconografia del Partito Democratico (Dossier “Qualcosa è cambiato?”) 

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    Il nome
    Spesso abbreviato in PD. Le parole sono due: “Partito” e “Democratico”. Il primo disegna un gruppo organizzato, fa riferimento alla tradizione dell’organizzazione politica dei secoli scorsi, all’idea di fazione, di parte di un tutto. La parola “Partito” ci proietta dentro il passato e ci rassicura. “Democratico” è un aggettivo, ci dice come è fatto questo partito, qual è la sua qualità e perché dovremmo sceglierlo. Lo dovremmo preferire, poiché è democratico. E la democrazia è da considerarsi un valore condiviso, almeno sulla carta. Il nome del Partito Democratico è quindi, innanzitutto, un nome rassicurante.

    L’acronimo e breve storia dell’acronimo in Italia
    Il Partito Democratico è il PD. L’acronimo non è solo un modo per abbreviare e ricordare meglio il nome. Entra nel solco di una tradizione, quella delle sigle, e può avere un suo significato, più o meno voluto: come abbiamo detto, il nome del Partito Democratico vuole dare un senso di rassicurazione, di legame a ciò che è stato, per cui è francamente difficile che non ci si richiami a precedenti modi di rappresentare il partito attraverso una serie di lettere.

    Logo Pd

    La tradizione di Sinistra vede sigle più o meno lunghe. Il PCI, Partito Comunista Italiano, il PSI, Partito Socialista Italiano — vere colonne storiche del movimento progressista — hanno tre lettere. Le sigle di Sinistra si allungano per altri organismi, fino a contare anche cinque lettere, come nel caso dello PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, o, in area più radicale, PMLI, Partito Marx-Leninista Italiano, il PdCI, Partito dei Comunisti Italiani.
    Questa divisione per numero di lettere andrebbe considerata solo sul piano visivo, sul piano iconografico della parola, perché la sigla diventa rappresentazione della parola e dell’idea. Infatti, è chiaro che a livello sonoro il PCI è pic-cì, due sillabe, mentre il PSI è pi-esse-ì, ben quattro sillabe, il PSIUP è psiup, una  etc. Un nome sonoramente corto si ricorda di più e rimane più facilmente impresso nella memoria dell’elettorato, quindi c’è una generale tendenza ad abbreviarne il suono.

    L’importanza iconografica del nome e della sigla rivestiva nei tempi dell’alfabetizzazione un ruolo centrale. Esso si legava irrimediabilmente a un simbolo, un logo, che aveva un ruolo preciso nell’immaginario collettivo della società d’appartenenza. L’acronimo PCI era indissolubilmente legato alla falce e al martello, ad esempio; mentre la fiamma era l’MSI. Ricordiamoci, quindi, che stiamo parlando di simboli, in ogni caso, di rappresentazione di un’idea.
    Ma se volessimo pensare che le sigle lunghe fossero solo a Sinistra? Il contenuto iconografico della sigla di partito era formato da tre lettere nel caso del partito di Almirante, il Movimento Sociale Italiano. Persino il PNF, Partito Nazionale Fascista, aveva una sigla lunga. Ne potremmo trarre la conclusione che, se le Sinistre avevano sigle lunghe, nemmeno lo schieramento opposto aveva sigle brevi, sempre che non si voglia considerare la DC genuinamente di destra. All’idea che MSI e PNF avessero nomi lunghi e che, quindi, questo contraddirebbe l’ipotesi del nome lungo solo a Sinistra, si può obiettare dicendo che Mussolini veniva da una tradizione socialista e che aveva trasposto questo modo di pensare la rappresentazione del partito anche nella destra più radicale. Il Popolo Della Libertà, PDL, è anch’esso figlio della cultura socialista di Craxi. Ma sorge il dubbio del PLI, il Partito Liberale Italiano, che non è figlio del mussolinismo ed è di destra. A questo si potrebbe obiettare dicendo che nel PLI c’era un’anima di Sinistra, visto ciò che fece il “Mondo”, dando vita al Partito Radicale.
    Si resta comunque perplessi.

    A questo punto verrebbe da dire anche che Lotta Comunista e Democrazia Proletaria sono nomi brevi e che Rifondazione Comunista segue questa linea. Ma non si considera la mancanza della “P” di partito in questi tre casi, l’ultimo dei quali disegna una formazione che ha nome ufficiale Partito della Rifondazione Comunista, quindi Prc. Se Dp è più un movimento che un partito o non sente il bisogno di rappresentarsi come Movimento per la Democrazia Proletaria*, ciò non la fa sfuggire alla logiche delle sigle lunghe di Sinistra, poiché, aggiungendo questo elemento rientrerebbe all’interno del filone rosso.
    In linea di massima, queste strane parole iconografiche hanno un significato per ogni lettera. Se a Sinistra si amano le sigle lunghe è perché si considerano alcuni contenuti come imprescindibili, per cui vanno mostrati nell’acronimo attraverso una lettera. Se, per esempio, qualcuno decide di fare una scissione dal PSI, di sicuro sentirà il bisogno di rendere noto il perché, di evidenziare attraverso una lettera la differenza rispetto al PSI o di riformulare il nome a pieno, ma sempre evidenziando le caratteristiche nuove e di rottura. Il PSLI, Partito Socialista dei Lavoratori, di Saragat, confluisce nel 1951, insieme al Partito Socialista Unitario, nel Partito Socialdemocratico Italiano, che non resiste alla tentazione di essere il PSDI, anche per evitare confusione con il PSI. Tuttavia, non mancano casi analoghi a destra, relativi, forse, a un’uguale intransigenza nella necessità di rappresentare le idee attraverso l’acronimo: il PDIUM, Partito Italiano di Unità Monarchica, ne è un esempio.

    Si può dire, in linea di massima, che i partiti in Italia, abbiano un nome composto dalla parola “Partito” o “Movimento”, da quella di nazionalità “Italiano” e da altre di carattere qualitativo, come “Socialista” o “Sociale”. Negli anni Sessanta si iniziò, sulla spinta internazionalista, a disfarsi della seconda caratteristica —  in alcuni casi anche della prima — vedi il caso di Lotta Continua o del Partito Radicale o del Movimento Studentesco, salvo poi recuperarla in maniera massiccia negli anni ’80. La DC, invece, ha sempre avuto tale denominazione e costituisce una sorta di anomalia.
    Negli anni ’90 si assiste, invece, a una dimensione di destrutturazione del nome. L’MSI diventa Alleanza Nazionale; nasce la Lega Nord, che non si usa rappresentare per sigle, così come Forza Italia. Paradossalmente i resti della DC si raggrumano nel CDU, Cristiani Democratici Uniti.
    La tendenza generale è quella di appiattire i contenuti o di rappresentarli in maniera meno articolata, forse, per fare chiarezza in un periodo di confusione.
    Si afferma, soprattutto negli anni Zero il declino del logo, cui si verrà sostituendo il nome di un leader. “Lega Nord-Padania” diventa “Lega Nord-Bossi”; nascerà La Destra di Storace. Negli stessi anni Zero si riaffermeranno i nomi lunghi, classici, quasi portatori di una ritrovata stabilità: SEL di Nichi Vendola, L’IdV di Di Pietro, il PDL di Berlusconi, il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, l’UDC di Casini, FLI di Fini, Api di Rutelli. Fuori dalla logica del leader-simbolo, resterà forse solo la Federazione della Sinistra.

    In questo quadro un nome corto come quello del PD è un’anomalia. Quale altra anomalia conosceva il passato politico dei nomi elettorali? La Democrazia Cristiana. Basta un nome corto per dirsi democristiani?
    No, ovviamente.
    La logica del nome rassicurante, legata a questa idea di anomalia della sigla,  può  farci pensare che il PD abbia in se stesso e nella sua simbologia un richiamo forte al centrismo e alla storia democristiana, più che a quella degli altri partiti italiani?

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