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    Brigatisti e mafia. Nel libro di Roberto Gugliotta. 

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    “Il picciotti e il brigatista” è un libro introspettivo, narrativo. Secondo lei il romanzo è l’arma migliore per diffondere la controinformazione o far riflettere? Non sono più efficaci i libri di saggistica?

    Non sono importanti i nomi ma le storie. Il libro pubblicato dalla Fazi prende spunto da un fatto realmente accaduto: usare la criminalità per giustiziare i brigatisti e far pagare loro con la vita il delitto di Aldo Moro. I mafiosi, i potenti e i doppiogiochisti in doppiopetto sono persone complicate e grigie. Loro tessono trame ardite e intricate. Noi, invece, siamo gente semplice. E allora, tanto per chiarire, non lanciamo la penna in pindarici voli. Ci accontentiamo della lineare semplicità dei fatti. E, allora, questi sono i personaggi di questa vicenda italica. Dove le parole dei mafiosi influenzano il corso della storia. A un certo punto, dopo il sequestro Moro, gente legata ai servizi aveva proposto a boss mafiosi, Turatello, Buscetta, di costruire nuclei speciali di malavitosi per uccidere una ventina di brigatisti fra cui Alberto Franceschini e Renato Curcio. Uno si chiamava Tanino Costa, era un boss mafioso di Messina. Rifiutarono perché non si sentivano di ammazzare dei “bravi ragazzi”. C’era una cultura antistatale e veniva rispettata la persona d’onore. I brigatisti si salvarono per miracolo perché nella mafia le persone di base – parlo del giovane mafioso, di quelli che chiamano “picciotti” – non sono così malvagie come appaiono.

     

    Perché mettere a confronto due mondi che sono contro lo Stato?

    Di certo brigatisti e mafiosi hanno portato qualcosa di sé all’interno del carcere. E questo incontro in differita finisce per rappresentare due modi diversi di fuggire che incidentalmente si sono incrociati nell’evasione. Sono due isolamenti che non si conoscono, che forse non si guarderanno mai in faccia ma che comunicano fra loro in uno spazio che non ha nulla di virtuale. No, non si può dire affatto che questo luogo di fuga sia virtuale: è lo spazio d’un libro ma è anche qualcosa in più, è lo spazio della realtà umana in cui siamo un po’ tutti prigionieri.

     

    Questo libro sta suscitando l’interesse che si aspettava?

    Negli anni Settanta la cultura della violenza era patrimonio di tutti i movimenti: “lo Stato si abbatte e non si cambia” accumunava tutti i movimenti di quegli anni. Adesso al centro dei movimenti c’è l’idea di costruire nuovi modi di vivere su ambiente, relazioni interpersonali, che la trasformazione della società va agita nel sociale. Oggi si pensa: cominciamo a trovare nuovi momenti di società poi ci misureremo con lo Stato. È più difficile. Chiederei ai giovani cosa hanno da dirmi. Sembra che questi giovani abbiano poco da dire. E mi manca sapere cosa pensano i giovani di oggi. Io ci lavoro, però sono molto confusi, anche nei rapporti interpersonali, in genere cercano di non assumersi responsabilità. Mi aspetto di sentire qualcosa da loro.

     

    Una domanda un po’ off topic. Lei crede che il libro digitale, l’ebook, sia il futuro della letteratura?

    Credo che l’odore della carta sia qualcosa di magico, di unico.

     

    Quali difficoltà ha incontrato nel raccontare una storia così delicata, considerando che parliamo di individui che con la società “normale” hanno un rapporto conflittuale?

    Credo che sia una dinamica generale dello sviluppo storico. Ci sono grandi sommovimenti sociali che criticano la realtà esistente per avere un mondo diverso, poi ci sono strutture di potere molto solide che non appaiono in prima fila ma hanno costituito il potere da centinaia di anni. Se c’è un’idea che è sempre stata presa per il culo dai teorici degli anni Settanta era quello dello Stato Imperialista delle Multinazionali, tra le poche cose intelligenti che i brigatisti abbiamo detto. Il potere che vedevamo era illusorio, perché il potere vero era nelle lobby economiche. Era la “Trilateral”, allora era America-Europa-Asia, era l’idea del controllo del mondo attraverso il triangolo composto da Stati Uniti, Europa e Giappone. Tutti dicevano che era la più grande idiozia delle BR. Tutto questo per dire l’idea, non negativa, che la nostra società produce sommovimenti e che c’è il tentativo di utilizzarli da parte di strutture riservate. E quando ci riescono, i sogni di rivoluzione dei movimenti si trasformano in momenti di consolidamento del vecchio potere.

     

    Le prigioni di oggi sono diverse da quelle di una volta? Lei ha voluto lanciare un messaggio sullo stato delle carceri in Italia?

    Per rispondere uso un pezzetto del romanzo:

    Spesso ho pensato che era un viaggio indietro nel tempo, verso i valori che avevamo allontanato da giovani; uscire di prigione per essere dimenticati, andare a nascondersi nell’anonimato provinciale del nord est, dove un uomo di mezza età può sperare di fare la spesa e spedire una lettera senza essere additato come ex galeotto, sposare una qualunque perpetua per non farsi venire strani pensieri a tarda sera, magari riprodursi pur di non pensare, non riflettere, non farsi più nessuna domanda. Imborghesirsi per sopravvivere, coltivare ideali di basso profilo e aspirazioni non più che mediocri, farsi imbrigliare dalle meschine necessità di tutti i giorni per non finire ubriachi con una canna in bocca piangendo e chiedendosi perché.

              Per molti di noi è stato così. Qualcuno poi la canna se l’è spinta in gola davvero, e qualcuno ha anche premuto il grilletto. Qualcuno ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha finto di aver capito la lezione, annegando la propria coscienza in qualche landa sperduta dell’Italia o della propria anima, oppure si è dato alla macchia del tutto. Io ho scelto altre cose; mi sono sacrificato alla vergogna e ho voluto dare alla mia esperienza un significato, facendone la mia attività di ogni giorno invece di dimenticarla alla prima boccata d’aria fresca. Credo che la mia versione della canna in bocca sarebbe stato proprio pretendere che non fosse successo niente, fingere che in un mondo reale e giusto un ragazzo potesse davvero andare a dormire meno che trentenne e svegliarsi a cinquant’anni in un mondo diverso e senza ricordare nel mezzo un singolo attimo di vita che avesse avuto senso…”.

     

    Perché scrivere una storia di questo tipo? Che cosa ha spinto lei e Vizzaccaro a farlo?

    Gli Anni di piombo hanno cambiato la storia di questo Paese, diviso una generazione ma soprattutto hanno causato molti lutti e tanto dolore. Il picciotto e il brigatista è la sintesi di un grande malessere di una Nazione: non credere più nelle istituzioni e nel domani. Ecco perché con Giovanna abbiamo sentito la necessità di spiegarlo ai giovani di oggi: si trovano a dover affrontare le stesse problematiche. Ragazzi, dovete sempre credere che c’è una soluzione  per tutto ma non ci sarà un futuro per nessuno se si usa come strumento la violenza. Si può fuggire dalla realtà, si può fuggire dalla Rete e si può fuggire mentalmente e idealmente dal carcere, attraverso il tratto di un disegno che risponde a una poesia, la illustra e la fa propria. Evadere, appunto. Oppure sognare di farlo. Lo scarto verso la fuga, la comunicazione indiretta fra due mondi chiusi e isolati come i brigatisti e i mafiosi, la prigionia fisica e quella mentale, il collegamento fra diverse solitudini che viaggiano parallelamente e che non si sono mai incontrate se non nello spazio d’una amicizia, d’una rivolta, e alla fine d’un libro. È una forma indiretta di comunicazione che raccoglie una doppia sfida: parlare di un periodo buio e doloroso con umanità. Come se dovessimo scrivere una lettera a un detenuto senza sapere nulla di lui –  né il nome né il volto né la storia che l’ha condotto dietro le sbarre.

     

    A quali autori o letture si è ispirato, sempre che si sia ispirato a qualcuno?

    La realtà supera di gran lunga la fantasia: con Giovanna abbiamo dovuto fare molte ricerche per limitare gli errori ed essere preparati agli incontri con i nostri protagonisti. Per intervistare le persone occorre conoscere la storia personale e spesso nei libri non sempre la verità è rigorosamente rispettata. Noi abbiamo cercato di restare liberi dai pregiudizi: chi eravamo noi per poter giudicare i loro errori? Abbiamo cercato solo di capirne le cause e rimettere al lettore la decisione finale. Il tempo è il giudice più serio che ci sia: nessuno potrà mai corromperlo né modificarne il giudizio. Così alla fine abbiamo montato il tutto e il racconto pubblicato dalla Fazi testimonia la bontà del lavoro.

     

    Che progetti sta sviluppando adesso?

    Osservo e penso … il tempo risponderà per me!

     

     

     

    Intervista di Giulio Pitroso

    About the author: Giulio Pitroso

    Giulio Pitroso, nato nel 1989 a Ragusa. Laureato in Lettere Moderne a Catania, in Culture Moderne Comparate a Torino. Ha collaborato con Il Clandestino con Permesso di soggiorno, Sciclipress, IlMegafono.org. Ha diretto dalla sua fondazione Generazione Zero Sicilia fino al luglio 2012. Dallo stesso anno è presidente di Generazione Zero. I suoi articoli sono stati ripresi su Liberainformazione e i Siciliani giovani.

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