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    Andrea Scarfò i suoi proiettili 

    Tempo di lettura: 2 minuti

    Andrea Scarfò è un fotografo, un fotografo che racconta storie attraverso le immagini. Il suo nuovo progetto chiede agli utenti, attraverso una produzione dal basso, la possibilità di fare un libro fotografico

    Si può dire che sei un fotografo freelance?
    Sì, è la migliore definizione. Non è esaustiva, ma va bene.
    Freelance significa letteralmente “a lancio libero”, cioè io propongo i miei lavori già pronti ad agenzie, giornali, riviste, clienti…
    Non è sempre così, lavoro con la fotografia ormai a 360° e certi lavori (penso alle foto commerciali, i book fotografici e la tanto nota fotografia cerimoniale) si fanno solo su commissione.

    Che cos’è una produzione dal basso?
    È un progetto freelance o un’idea che non trova un investitore, e quindi risorse, perché possa essere realizzato.
    È una forma di garanzia per l’autore affinché non vada a perderci per realizzare la sua “creatura”.
    In buona sostanza è un meccanismo che permette di avere come produttore non un capitalista ma i suoi futuri acquirenti. Una sorta di filiera corta del settore editoriale stampato e multimediale.

    Perché fare un libro fotografico, oggi?
    Bella domanda.
    Perché la fotografia non è morta. Perché la fotografia, possedendo il dono della sintesi, racconta e comunica sensazioni, conoscenze ed emozioni che nessun altro linguaggio espressivo possiede. La fotografia dona la possibilità di mettere in qualcosa di statico una dinamica e, soprattutto quella stampata. La fotografia offre inoltre il tempo necessario all’osservatore di essere letta e di provocare. Sì, le fotografie vanno lette!

    Ci sono delle differenze tecniche tra il tuo primo libro, “U gioia. Pasqua a Scicli” e quello che stai promuovendo?
    Pur restando due libri fotografici sono totalmente diversi.
    U Gioia – Pasqua a Scicli” è un libro stampato. “Al tempo delle pallottole di plastica” mira a divenire un ebook fotografico, quindi qualcosa di molto facile da vendere e ad un prezzo molto basso.
    La realizzazione fotografica dei due lavori invece è totalmente diversa.
    Il reportage folkloristico immerge in contesti spesso festosi, o comunque non ostili al fotografo.
    Nella realtà di Rosarno non c’è mai stato un soggetto felice di essere ritratto, sia tra gli africani, sia tra gli autoctoni italiani.
    E ancora, il primo è frutto delle foto fatte nell’arco di 60 ore, il secondo racchiude in sé 11 mesi di lavoro e ancora di più di formazione e informazione.

    Perché “Al tempo delle pallottole di plastica”? Che significato ha questo titolo?
    Perché è questo il tempo in cui la ‘ndrangheta non spara, ma continua comunque ad essere presente sul territorio con violenze meno efferate, ma sempre orrende.
    Perché a Rosarno gli africani sono sempre stati sparati con armi ad aria compressa caricate con pallottole di plastica. L’ultima (non l’unica) rivolta, quella famosa del 7 gennaio 2010, è sorta da uno di questi episodi.

    Che cos’è Frame Off?
    È un collettivo di fotografi e videomakers che ha sede a Noto ed ha tra i fondatori l’eccellente Francesco Di Martino, un modo nuovo di fare fotografia, insieme.
    Io lavoro invece, insieme ai ragazzi de “il Clandestino con permesso di soggiorno”, che non è un collettivo, ma un periodico della città di Modica.

    Intervista di Giulio Pitroso

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