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La nostra Resistenza 

La nostra grande guerra è spirituale, suggeriva Chuck Palanhiuk, nel grandioso “Fight Club”. Siamo i figli di mezzo della storia, quasi c’avessero buttati al mondo senza un perché. Un sentimento che in tanti conoscono e che si solidifica nelle ricerche filosofiche e scientifiche di tanti eminenti professori, che, dietro la barricata della loro cattedra, raccontano le nostre ansie.
Beh, noi forse una guerra adesso l’abbiamo trovata. Sì, perché noi, la nostra generazione- che dista forse un paio da quella di Chuck- noi siamo facili a disinnamorarci, abbiamo forse un velo di cinismo addosso, sul cuore, che niente e nessuno ci potranno mai portar via. Siamo come pieni di mancanza e disincanto. Sarà per questo che hanno detto che siamo dei nichilisti, che siamo l’ospite inquietante. Sarà colpa delle ragazzine che fanno sesso a tredici anni sui divanetti dei locali notturni, sarà colpa dei genitori, sarà colpa dello Stato. Molti di noi, spesso i più piccoli, che questi anni Zero li hanno attraversati appena, pensano che la colpa sia nostra. Che noi non valiamo nulla. Chi glielo ha ficcato in testa? Glielo avrà detto qualche insegnante. Lo avrà insegnato Rai Due, dove l’unica volta che ho visto un ventenne parlare era il nuovo amore di Lory Del Santo. Lo avrà voluto imporre qualche bullo di periferia. Difficile dire di chi sia la responsabilità: di questi tempi sono in molti a dire stronzate.

Noi la nostra guerra l’abbiamo trovata. Non è una guerra terribile come quella che divise l’Italia nel ‘43. Non ci sono dei veri e propri eserciti sul campo. Non è la guerra di Maria Occhipinti, che si oppose alla leva, che fu cuore di un movimento di cui non vogliono parlare i media ufficiali, quello dei nonsiparte, capace di bloccare diverse città e di vedere addirittura la costruzione di una libera repubblica a Comiso, seppur di breve durata. Il nostro nemico è molto più subdolo. Non è la guerra contro gli Italiani, quella che mosse l’Evis e le forze indipendentiste. Noi non sappiamo neppure da dove veniamo e, peggio, non abbiamo una chiara idea di dove andare.
La nostra guerra è contro le mafie, contro il sottosviluppo del Mezzogiorno, contro tutti coloro che ci negano la libertà di fare del nostro futuro ciò che vogliamo. A noi pare che le città del Sud diventino ogni giorno più simili ad avamposti del Terzo Mondo. E che quelle del Nord non siano certo linde e cristalline.
Ma non ci interessano le parole di chi, giacca e cravatta, si mette a raccontarci la Legalità. Legale era anche la deportazione degli ebrei, legale era il potere di Mussolini e legali anche le cariche pubbliche di chi ha collaborato con le mafie, spesso fingendo di essere baluardo dell’antimafia. Noi di queste minchiate ci siamo stancati da un pezzo.
La verità è che non abbiamo il tempo per raccontare quanto cruda sia la repressione mafiosa. Sappiamo che succede, ma succede troppo in fretta. Bruciano la macchina a uno dei poliziotti della scorta di Pino Maniaci e una legge infame (legale) finirà per chiudergli la televisione. Ma noi non facciamo in tempo a raccontarlo, che è già successo qualcos’altro. Sorprendono l’ennesimo politico con affari loschi a Palermo. E intanto succede qualcosa attorno a Lombardo, il governatore siciliano.
Perché coloro che hanno i mezzi non raccontano tutte queste storie? Perché non dovremmo considerare Minzolini responsabile di un’attività criminale, responsabile di un silenzio pesantissimo? Perché i suoi pari non dovrebbero essere diversi (fatte le dovute eccezioni)?

La nostra guerra è contro le mafie in ogni loro forma, contro le organizzazioni che con essa trattano, la nostra guerra è contro il sistema che le produce e le rafforza, siano esse quelle russe, beneficiarie del crollo dell’Unione Sovietica, o quelle del narcotraffico messicano.
Se non vinceremo, avremo per lo meno dato un senso a quello che facciamo ogni giorno.

 

Giulio Pitroso

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