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    Il Pozzo della Solitudine, ovvero sugli orrori della letteratura GLBT 

    Tempo di lettura: 4 minuti

    Anche io sono una di quelle miopi nerd che, dopo essersi letta e/o vista un film/libro interessante, va immediatamente su Wikipedia a leggere sulle “curiosità” i retroscena piccanti delle cose che mi piacciono. Ad esempio, voi lo sapevate che Debra Winger quando recitava in Voglia di Tenerezza era strafatta di cocaina? Be’ io grazie a Wikipedia lo so, alla faccia della Treccani. 
    Naturalmente ho fatto la stessa cosa dopo essermi letta Orlando e, oltre ad avereil pozzo della solitudine scoperto che il suddetto romanzo partiva in origine come lettera d’amore alla fidanzata della Woolf, scoprii anche che questo romanzo venne censurato nello stesso anno assieme ad un altro, per l’appunto Il pozzo della Solitudine. Attratta dal fatto che l’unica storia a tematica lesbica intelligente che avessi letto prima di allora era stata quella tra Sailor Neptune e Sailor Uranus nel manga di Sailor Moon e anche da altri nobili fattori culturali (costava un euro), decisi di aggiungerlo alla mia libreria. 
    Che dire di questo libro? Visto che i miei commenti di solito sono piacevoli come una biopsia, vorrei partire una volta tanto dagli aspetti positivi del libro in questione. Devo dire grazie a questo libro soprattutto perché era dai tempi de Il Pranzo è Servito che non leggevo di storie d’amore impossibili poiché fortemente stigmatizzate dalla società. Voglio dire, se non ci fossero i gay, oggi, dopo la rivoluzione sessuale, di quale cavolo di amore impossibile si potrebbe mai parlare? In un’epoca in cui sul sito di Repubblica sgami le foto di Susan Sarandon con il suo nuovo pupazz… ehm fidanzato di trentadue anni ogni barriera è stata abbattuta e molti scrittori, poco in vena di scrivere ma tanto in vena di fare soldi, non possono più battere cassa pescando a piene mani da quel minestrone denso di lacrime/dolore/passione che è il melodramma romantico. Tuttavia, grazie a Dio nel nostro paese gli omosessuali si chiamano ancora froci, ed è per questo motivo che Il pozzo della Solitudine non è un reperto fossile di un passato di cui potere parlar male, ma un libro ancora attuale. 
    Va bene, ho finito le note positive, adesso cominciano le magagne. 
    Parliamoci chiaro, Il pozzo della Solitudine ha in comune con Orlando l’anno di pubblicazione e la gogna mediatica, finito lì. Se Orlando però è un miracolo di freschezza, ironia, stile ed intreccio, Il pozzo della Solitudine è invece il romanzo capostipite del cosiddetto genere GLBT, cioè dei romanzi a tematica omosessuale (GLBT è l’acronimo che sta per Gay, Lesbian, Bisex, Transex), che nel 99,9% dei casi se non ci fossero i gay sarebbero dei libri di Sveva Casati Modigliani, in quanto si articolano pressapoco così: 
    -Una storia d’amore ovviamente impossibile.
    -Nel caso di una storia lesbica, la storia d’amore impossibile nasce da una profondissima amicizia nata tra i banchi di scuola/posto di lavoro/nobildonne ottocentesche; nel caso di storie gay di solito l’amore nasce tra un ricco maschione e un efebo rompiballe e lo sfondo o è la villa del maschione o è la doccia della caserma dell’efebo rompiballe. 
    -La storia tra mille travagli va avanti finché qualcuno lo scopre e lo va a dire alla società che si incazza alquanto per lo scandalo. 
    -Nel caso della storia lesbica nell’80% dei casi una delle due schiatta per omicidio/malattia/caduta di meteorite in testa, nel restante 20% si mollano perché una delle due si sposa e l’altra piange e maledice questo mondo crudele e beffardo per almeno due capitoli; nel caso della storia gay il maschione torna dalla moglie e l’efebo invece va a fare l’opinionista da Chiambretti. 
    Ma non disperate, perché Il pozzo della Solitudine ha anche altri difetti. Innanzitutto lo stile: se soffrite di diabete abbiate cura, prima di iniziare la lettura del libro, di preparare l’insulina. Per essere precisa:

    “Padre e figlia cavalcavano verso casa nel crepuscolo, e adesso non c’erano rose canine nelle siepi, ormai prive di foglie e grige per la brina gelata, un delicato ricamo di rami […] piccole luci brillavano nelle finestre delle casette delle tendine ancora aperte, ancora molto amichevoli…” 

    Vi basta?

    Ma veniamo alla protagonista, che sembra uscita da una fantasia erotica della scrittrice: Stephen. Si, avete letto bene, ha un nome da maschio la nostra eroina: ovviamente nelle famiglie di inizio novecento mamma e papà preferivano sempre e spudoratamente avere un erede maschio a cui sbolognare tutti i soldi dopo avere tirato le cuoia, ma ahimè a loro il primo tentativo andò male… Sarà per la prossima volta? Macché! Dato che la piccina era tamarra fin dalla prima poppata e il padre bello fumato da molto prima dell’incipit, non viene a quest’ultimo l’idea di chiamarla Stephen? Ovviamente la moglie protesta per circa due righe all’idea e la storia va avanti che è un piacere. Per quanto nel romanzo ci si impieghi una ventina di capitoli prima che Stephen si renda conto di essere lesbica, la cosa è chiara ai lettori da tipo il terzo capitolo, il tempo di svezzarla: Stephen tira di scherma, cavalca da amazzone, fa pesi, spara con il fucile quando va a caccia, veste come un gentiluomo (visto che con i vestiti da donna la stessa Hall dice che fa pena), è coraggiosa, galante, valorosa, scrive da Dio e parte pure in guerra a guidare le autoambulanze sotto le bombe… Naturalmente spero non stiate pensando che io stia forse insinuando che questa visione della mascolinità è un filino stereotipata: lo so benissimo che i compagni/mariti/padri che avete accanto fanno le stesse cose, mica stanno stravaccati con la patta sbottonata davanti a Controcampo su Italia Uno! 
    Ovviamente anche Stephen ha diritto al Veramente Vero Amore e così in guerra conosce una crocerossina, Mary, che s’innamora di Stephen nell’arco di una pagina. Dato che Stephen fa il ruolo della camionara, Mary è ovviamente così femminile che farebbe passare la Barbie per Gianna Nannini: oltre ad essere ovviamente più bassa di Stephen, è minuta, indifesa, docile, dolce, sensibile ha gli occhi da cerbiatta e la boccuccia di rosa. Naturalmente spero non stiate pensando che io stia forse insinuando che questa visione della femminilità è un filino stereotipata: lo so benissimo che le vostre compagne/mogli/madri sono tutte così, mica vi romperebbero la testa a muro se osate proporre di spendere tutti i risparmi per un televisore Full HD 170 pollici e un Home Theather di ultima generazione… 
    Le due allora mollano tutto e vanno a vivere a Parigi e per circa metà del libro va tutto bene, finché la vita da reietta si fa sempre più pesante…e vabbé il finale non lo dico sennò faccio lo spoiler e nessuno si legge più questa recensione, però sappiate che rientra nei due finali classici delle storie lesbiche. 
    Consigliato a chi vorrebbe sapere se i medici della pubblicità progresso sono etero, gay o non t’importa.

    9 Risposte a Il Pozzo della Solitudine, ovvero sugli orrori della letteratura GLBT

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