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    Made in Italy 

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    Anche i diavoli vanno in paradiso

     Barletta, 3 Ottobre 2011. Una data che ha rimesso in circolo cori di indignazione e “inviti a reagire”, per le condizioni animalesche in cui lavoravano le quattro donne, morte sotto le macerie della palazzina crollata. Come risvegliati da un torpore primaverile, figure istituzionali e non solo, hanno partecipato al cordoglio per la tragedia avvenuta nella città in provincia di Bari. Quasi a non aver visto fino ad adesso, ciò che significa lavorare in Italia. Episodi degli anni passati hanno messo in luce come il lavoro, da fondamenta della Repubblica italiana, si sia trasformato ormai in una concessione senza nessuna garanzia, né di salario né di salvaguardia dei diritti di chi lavora. Partendo dalle condizioni di schiavitù dei migranti a Rosarno sfociate nella rivolta di tre anni fa, passando per le centinaia di morti nei cantieri di cui ci arriva notizia quasi giornalmente, arrivando al funesto fatto di Barletta. Storie accomunate dal finale tragico. Storie di quotidiano sfruttamento. Storie di quotidiane frustrazioni perpetuate alla dignità di questi poveri diavoli, obbligati a permanere in un infernale girone dantesco.

    Ma di Barletta e di Rosarno, ce ne sono tante. Raccolte “nell’Universo lavoro”. Potrei, per esempio, raccontarvi la storia di Antonio, o di Francesco. Il primo, ragazzo appena diciottenne, che vive in Puglia. Il secondo, ragazzo del Sud che come tanti parte per il Nord Italia. Giù verso quel Nord, visto come terra di realizzazione per molti. Terra di patimenti per altri.

    Ho avuto il piacere di conoscere Antonio, questa estate, in un mio soggiorno a San Severo. Ridente cittadina dell’entroterra pugliese, a San Severo il tempo scorre via veloce. Le luci calde, rendono piacevole passeggiare per i vicoli del centro storico. Su questo sfondo apparentemente fiabesco, si stagliano realtà celate. Situazioni che si ripropongono, in altre città del Sud. Situazioni che abbiamo visto proiettate sui grandi schermi guardando Gomorra ma che rimangono nascoste solo perchè della “periferia italiana”. Ci sono quartieri dove è impedito l’accesso. Zone della città, come il “Texas” o San Bernardino, dove se sbagli strada è immediato il fermo da parte di chi vi risiede. Scene viste tra le “vele” di Scampia o tra i palazzi occupati dello Zen. Dove le istituzioni faticano a trovare spazio e dove l’azione nel sociale è pressoché nulla.

    Antonio lavora come elettricista. Nessun contratto. Nessuna assicurazione per eventuali infortuni. Troppi i costi da sostenere per chi lo paga a fine mese. Antonio ha appena subìto un infortunio sul lavoro quando ci conosciamo. Una ferita dovuta al contatto con un cavo elettrico. Rischi del mestiere, si direbbe. Antonio ha dovuto giustificare quella ferita sulla gamba con una caduta dalla bicicletta, a causa di un fosso sulla strada. Non ha potuto usufruire dell’assicurazione. Non ha avuto la garanzia di quei giorni di malattia che gli sarebbero spettati per diritto e ha dovuto chiedere il risarcimento al comune di San Severo, per una caduta che non c’è mai stata.

    Francesco ha lasciato la scuola prima di terminare la terza media. Lavora da quando era appena quattordicenne. È partito per Torino nel mese di Gennaio, quando il grigio è il colore predominante delle giornate. Prima delle vacanze di Natale, aveva ricevuto la notizia della possibilità di andare a lavorare al Nord. Non ci ha pensato due volte ad accettare. In una delle giornate di lavoro gli si è squarciato un braccio. Corsa all’ospedale e 68 punti di sutura. La mattina dopo era di nuovo lì, in cantiere. Anche lui non ha potuto usufruire delle giornate di malattia. Tanto meno dell’assicurazione. È la “legge del cantiere”: se rimani a casa, puoi fare le valigie e, avanti un altro al posto tuo.

    Storie che sembrano arrivare dal più orrendo dei romanzi. Storie vere. Reali. Storie che raccontano di uno sfruttamento divenuto ormai strutturale, quasi legalizzato. Racconti di ordinario schiavismo in un Paese nel quale, termini come “precariato” e “lavoro in nero” sono diventati la norma. A pagare, però, sono sempre quei diavoli. Quelli del girone infernale dantesco. E chi ha detto che il paradiso è solo per gli angeli?

     

     

    Andrea Casano

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