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    Terra Matta, il documentario – Intervista a Roberto Nobile 

    Tempo di lettura: 4 minuti

    Il libro di Vincenzo Rabito alla fine diventa un film. Anzi, a dire il vero un documentario. Prodotto, scritto e diretto da Chiara Ottaviano e Costanza Quatriglio, il documentario si ispira liberamente al best seller del 2007 dello scrittore chiaramontano. In effetti Vincenzo Rabito è quanto di più lontano possibile dall’immagine assodata dello scrittore vate, o del talentuoso portento che alla prima opera imbrocca subito la strada per la top ten. Rabito infatti era un chiaramontano nato nel 1899, prima bracciante, poi soldato nella Prima Guerra Mondiale, in seguito di nuovo soldato nella Seconda, infine minatore in Germania. Dal 1968 in poi ha preso una macchina da scrivere e ha deciso di scrivere la sua autobiografia. Peccato per un piccolo dettaglio: Vincenzo Rabitoterramatta non ha mai fatto un giorno di scuola, ha imparato a leggere e a scrivere da autodidatta e leggendo il libro si vede. È zeppo di errori grammaticali, ortografici, di sintassi. Tuttavia Rabito non si è mai arreso dinanzi all’ignoranza a cui la miseria in cui ha vissuto lo ha inchiodato. Così come la sua autobiografia è il racconto picaresco di un’esistenza sempre in lotta contro la fame e la guerra, anche l’intreccio del libro riesce a trovare tutti i pertugi e gli spiragli possibili per sfuggire alla scure delle categoriche leggi grammaticali italiane. Il risultato alla fine è un romanzo che è un miracolo: fresco, avvincente, dolente quanto rocambolesco. L’elemento di forza più grande però è proprio lo stile. L’italiano sgangheratissimo e realmente – questo sì, non come Camilleri – impregnato di dialetto siciliano riesce a catapultarci senza nessun artificio retorico nell’atmosfera di lotta, travaglio e avventura che è stata la vita di Vincenzo Rabito.
    Dato che il documentario parla di un ragusano diventato a sua insaputa illustre, quale migliore collaborazione questa pellicola poteva avere se non da un altro ragusano che causa lavoro è quasi arrivato ad esserlo, ovvero Roberto Nobile. Attore di teatro/cinema/televisione, ha fatto tante cose interessanti, come il figlio di Marcello Mastroianni nel film Stanno tutti bene, il professore di francese ne La Scuola, ma quando ancora la gente a Ragusa lo ferma per strada, magari mentre è intento a mangiare una scaccia/cono/granita, e gli ricorda con gli occhi sbrilluccicanti della sua intensa interpretazione dell’agente Parmesan in Distretto di Polizia, qualcosa dentro di lui si spezza.
    Gentilmente ci ha concesso cinque minuti del suo tempo per parlare di Terra Matta – Il Novecento italiano di Vincenzo Rabito analfabeta siciliano.

    GZ:  Di che tratta esattamente questo documentario? Può anticiparci qualcosa?

    RN:  Il doc, per quello che ho capito, cerca di scoprire Vincenzo Rabito per  come lo hanno visto gli altri (figli, parenti, conoscenti, confrontando lo scrittore che parla di sè nella sua autobiografia, con l’uomo ed il padre che è stato. Questa è una spiegazione molto riduttiva del percorso creativo della regista Costanza Quadriglio, ma è quello che ho afferrato dalle conversazioni con lei e dalle impressioni del set.

     

    GZ: Qual è il suo ruolo in questo documentario?

    RN:  Uno degli assi portanti del percorso è la mia voce fuori campo, che legge brani del testo, ad accompagnare le immagini. Vengo inoltre filmato, mentre leggo alcuni brani davanti ad un pubblico di Chiaramontani, e devo dire che uno dei protagonisti del doc è proprio il popolo della cittadina.

     

    GZ: Lei conosceva Giovanni Rabito o i suoi familiari, vero?

    RN: Da ragazzo, negli anni 70, ero amico di Giovanni, il figlio più piccolo dell’autore e, frequentando casa sua, ebbi modo di conoscere Vincenzo Rabito ed anche di leggere in anteprima brani di quello che andava scrivendo sulla sua Olivetti.

    Poichè l’autore era semi analfabeta, era straordinario scoprire dietro le sgrammaticature e la sua lingua inventata (una specie di chiaramontano letterario) un percorso narrativo potente e coinvolgente. Comunque allora non pensavamo lontanamente che lo scritto diventasse così famoso ed importante. C’era in Italia un “mandarinato” letterario, un “club” nel quale Vincenzo Rabito non sarebbe mai stato ammesso, neppure come cameriere.Di questo, noi piccoli e ignoranti provinciali dello sprofondo del paese, eravamo vagamente consapevoli, Per noi, ogni autore pubblicato dalle case editrici più note era, solo per questo, un dio (per quanto mediocre e destinato in breve al dimenticatoio), un dio abitante l’Olimpo  e a distanza olimpica da Rabito. Essere smentiti, a distanza di  40 anni, è stato un bel miracolo.

     

    Gz: Ci può narrare la genesi dell’opera e come è alla fine arrivata ad essere pubblicata da Einaudi dopo così tanto tempo?

    RN: Per anni, prima e dopo la morte del padre, Giovanni ha cercato di far pubblicare il libro del padre inutilmente. Dopo innumerevoli rifiuti di case editrici, che comprendevano il valore dell’opera, ma erano spaventate dalla mole e dalla difficoltà di lettura, cominciò a fare una specie di “traduzione”, che la rendesse più agevole, senza tradirla. Mano a mano, mi spediva il lavoro dall’Australia, dove si era trasferito, per chiedermi un parere. Infine mandò il testo ad un concorso per autobiografie,(credo sia a Pieve s stefano, cerca su internet) una specie di archivio del 900, che meritevolmente le raccoglie, e lo vinse facilmente. Gli organizzatori, collegati con Einaudi, lo segnalarono alla casa editrice, che volle la versione originale per la pubblicazione. Il resto è noto.

     

    GZ: Ci può infine consigliare di andarlo a vedere?

    RN: Terra matta è un capolavoro, e già per questo consiglio di vedere il doc, come ogni altra cosa che ne parli. Inoltre mi sembra che la regista, già autrice di altre notevoli opere, ha veramente cercato di capire Rabito, di entrare nel suo mondo, con rispetto ed amore. Non ho dubbi che il suo stile ed i suoi sentimenti porteranno ad un film affascinante e nutritivo dal punto di vista intellettuale.

     

     

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