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    L’Italia peggiore e Borsellino 

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    Di Giulio Pitroso

    Sento di poter essere inesorabile. Questo scorso mese ci ha regalato un’infinita serie di brutture e meschinità. Sgarbi che da del mafioso a uno che la mafia la combatte, un certo giornalista di nome Antonio Mazzeo. Le minacce a Gianfranco Crscienti e Giuseppe Pipitone. Un’ala di smarrita impunità, di vaghezza, che riflette le più basse aspirazioni del nostro popolo da il meglio di sé quando un noto gruppo musicale della scena punk subisce la violenza di coloro che avrebbero dovuto difenderli come cittadini. Questo mese appena scorso ci ha regalato scene agghiaccianti, come quella di chi crede che i precari siano l’Italia peggiore.
    Lo abbiamo vissuto con la consapevolezza d’arrivare a oggi, a pochi giorni dalla commemorazione della morte di Borsellino. E in mezzo alle solite teste vuote, gli uomini senza memoria. Ma noi non lo possiamo dimenticare chi è Cuffaro, cosa disse durante quella famosa diretta, proprio rivolgendosi a Falcone. Noi non dobbiamo dimenticarlo questo. E non possiamo permettere che lo si faccia dimenticare agli altri o che alcuni, vestendosi di panni che non gli appartengano, facciano discorsi da bar sulla mafia. Non possiamo accettare che si parli con tanta incoerenza di certe cose, che si dimentichi chi sono le piante vecchie piante malate di questa terra. Perché deve essere chiaro e trasparente che questa Italia, l’Italia peggiore, non ha riconosciuto in questi magistrati nient’altro che due morti con la facoltà di camminare e parlare. Non importava quanto stessero rischiando. Importava invece fare finta che fossero solamente dei pazzi.
    Non ci stupisce oggi che la gente si riempia la bocca di parole e citazioni di Borsellino e Falcone. Adesso sono degli eroi e gli eroi sono un’ottima moneta elettorale. Perché, poi, se una volta è successo che qualcuno prendesse in giro il nostro popolo, non deve accadere ancora oggi che qualcuno inizi a dire che la mafia non esiste, che abbiamo la migliore classe dirigente che la Sicilia abbia mai conosciuto? Magari lo si dirà citando Peppino Impastato, ma il succo non cambia. Tanto i morti non hanno diritto di replica.
    La rivoluzione italiana contro la mafia deve passare per atti di coscienza e non di falsa coscienza. Bisogna veramente porre una linea di demarcazione tra chi è da una parte e chi è dall’altra: non esiste strumento migliore della conoscenza della storia e della coerenza in questo campo. Chi fa parte di partiti e movimenti che hanno avuto un legame con la mafia, quello dovrebbe mettersi in testa chiaramente che dovrà sforzarsi dieci e cento volte più degli altri per dimostrare che il pregiudizio storico sia infondato. E, in fin dei conti, dovremmo tutti pensare ogni giorno a come dimostrare di non essere mafiosi, dimostrare di non avere una mentalità mafiosa. E, al di là di tutta la retorica e delle citazioni, questa è la vera ardua missione: chi vive da queste parti e vuole essere sincero ammetterà che le barriere per vivere dignitosamente possono essere scavalcate solo con ferrea volontà e rigore, cosa che i singoli non possono mantenere in eterno, se un gruppo sempre più numeroso non li segue.
    Noi dobbiamo combattere la nostra battaglia con tutto il rigore possibile e con l’ilare capacità di far appassire il potere davanti alle nostre capacità e alla nostra forza di volontà. Il potere che ci si para davanti è ridicolo: basta poco per farlo capire a tutti. E noi non possiamo permetterci di morire sotto i colpi di questi buffoni, si chiamino Totò Riina, Mattia Messina Denaro o Totò Cuffaro.

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