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Il gioco dell’esistenza o l’esistenza in gioco? 

Tempo di lettura: 3 minutiDi Giacomo Pisani

“Dopo una cinquantina o una sessantina di anni, il nipote del primo ‘Vater’ realizza effettivamente un notevole capitale e lo trasmette al proprio figlio, questo al suo, quest’altro al suo e, dopo cinque o sei generazioni, viene fuori il barone Rotschild in persona oppure Hoppe e Co. o il diavolo sa chi. Ebbene, signori, non è forse uno spettacolo meraviglioso? La fatica di un secolo o di due secoli, di generazione in generazione: pazienza, ingegno, onestà, dirittura morale, carattere, fermezza, calcolo, cicogna sul tetto! Che volete di più? Niente è più sublime di questo, ed è proprio da questo punto di vista che costoro iniziano a giudicare il mondo intero e a condannare a morte i colpevoli, cioè quelli che appena appena non somigliano a loro. Ebbene, signori, ecco dunque di che si tratta:io preferisco debosciarmi alla russa o arricchirmi alla roulette. Non voglio essere Hoppe e Co. tra cinque generazioni. A me il denaro è necessario per me stesso, e non considero me stesso come un indispensabile accessorio al capitale. So di aver detto un mucchio di spropositi, ma è così. Queste sono le mie convinzioni”.
La bizzarra affermazione è tratta da “Il giocatore”, romanzo capolavoro di Fedor Dostoevskij. Dire che il gioco sottrae il giocatore al dominio del capitale è a dir poco scandaloso, nella società occidentale, quella razionale, quella in cui “pazienza, ingegno, onestà, dirittura morale, carattere, fermezza, calcolo” sono premiati. E poi il giocatore, oltre che debosciato, è assuefatto, drogato dalla roulette, assorbito dalle logiche del gioco fino a confondersi con la finzione, chiudendosi alla realtà, quella razionale, coerente.
Eppure, a ben riflettere, basterebbe una vittoria milionaria a mettere in discussione tutta la “razionalità” occidentale. Basterebbe quella vittoria a mettere in gioco una vita modellata sul capitale, inscritta in logiche talmente astratte da essere vissute senza capirne il senso. “Si deve perché si deve”, avrebbe detto Bergson. I bisogni della società sono talmente stringenti da esigere un adeguamento perfetto, senza il quale la vita risulterebbe disancorata da ciò che di più giusto e naturale c’è attorno, dalla vita familiare, dominante, al di fuori della quale vige il regno dell’ignoto, della pura possibilità. Ma la possibilità è angosciosa, mette in discussione la stoffa stessa del nostro essere, rischia di farci sprofondare nel nulla dell’esistenza.
Nel gioco è quella stessa “vita familiare” ad essere messa in gioco. Le sicurezze della vita quotidiana vengono gettate su un tavolo da gioco per vedere cosa se ne può trarre. Il futuro diviene dominio della fortuna e la vita si ricama di incertezza, si apre alla novità. Certo, si tratta di una novità “debosciata”, attesa e appesa ad un futuro che ha ben poco di creativo, e che può apparire addirittura già scritto. Non resterebbe altro che attirare la compiacenza della fortuna, e “aspettare” che il futuro faccia il suo corso. E’ un’attesa attiva, partecipata, ma pur sempre sottomessa all’ordine della realtà, a logiche astratte.
Ma si prova un piacere indescrivibile nel vedere le proprie certezze, il proprio mondo tutto intero, divenire così fragile, piegato alla sorte di una pallina o di un numero. Ci mostra indirettamente la fragilità delle nostre categorie, caduche e troppo umane, sempre disposte ad essere ridefinite. Ma questa riflessione ha già una qualcosa di decadente, rispetto all’ansia vissuta che ravviva il nostro tempo mentre attendiamo il corso delle cose dalla sorte così astratta eppur determinante, mentre la pallina ruota nella roulette. E le cose sembrano dotate di ogni sorta di intenzionalità: sta a noi captarne dei segnali, coglierne il significato umano, sfruttarne le compiacenze. Tutto assume un senso, si colora di umanità, ruota attorno a noi. E il tutto è estremamente variabile, ci trascina nell’incertezza, ci distoglie dalle abitudini consolidate, ci rende instabili, ci colloca su un filo sottile fra l’essere e il nulla, in cui si risolve la nostra esistenza, quando si decide e si progetta.
Ma quel progetto rischia di restare intrappolato in una nuova routine, quando le logiche del gioco prendono a modulare l’esistenza sottomettendola a quei giochi di compiacenze e intenzionalità, caso e fortuna. Tutto diventa irrimediabilmente stringente e inespugnabile, al minimo sgarro si rischia di sprofondare nel baratro, di restare privi di un appiglio, soli di fronte al nulla del nostro essere. E’ una differenza di accento, eppur così determinante: basta abbandonarsi al gioco, “debosciarsi” un po’ oltre la soglia, che l’iniziativa torna nelle mani della realtà esterna, e noi alle dipendenze di questa. Il meccanismo è lo stesso, uguale ciò che ci si aspetta: un po’ di quattrini per continuare a costituire una componente di quello stesso meccanismo. Forse è per questo che Dostoevskij fa dire al giocatore:Per quanto sia ridicolo che io mi aspetti tanto dalla roulette, mi sembra ancora più ridicola l’opinione comune, accettata da tutti, che è assurdo e stupido aspettarsi qualcosa dal gioco. Perché il gioco dovrebbe essere peggiore di qualsiasi altro mezzo per far quattrini come, per esempio, del commercio?”


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