Migranti, giovani, precari, ambiente|giovedì, maggio 23, 2019
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    Report dalla registrazione 

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    Di Giulio Pitroso

     

    Sono mattini freddi quelli di Febbraio. L’altopiano è rigonfio di nebbia e vento e pioggia. E’ difficile muoversi per Ragusa. Difficile è anche muoversi nella burocrazia. Sono difficoltà che non si sommano, ma si moltiplicano. Devo registrare la testata Generazione Zero Sicilia.

    Il primo di questi freddi mattini arrivo al tribunale di Ragusa. Chiedo informazioni alla Cancelleria. Gente cortese, a dirla tutta. Ma molto indietro. Diciamo pure che avere i capelli bianchi non è un pregio sotto molti aspetti. Chiedo “Ci vuole un webmaster?”, riferendomi a un dubbio burocratico che spiegherò più avanti; mi rispondono “L’Hellmasters? Non so cosa sia”. Queste sono cose che ti buttano giù. Solo dopo ci riusciamo a capire, o a trovare un fraintendimento che vada bene ad entrambi.
    Registrare una testata in Italia è una cosa complicata. Per dirla come afferma qualcuno dell’ambiente, diciamo pure che la fanno difficile per evitare un proliferare di giornali. Bisogna rispettare una vecchia legge, datata e figlia del fascismo, dove si devono indicare tre figure- persone fisiche o giuridiche-: proprietario, editore, stampatore. Ora, alcuni tribunali richiedono lo stampatore pure per i siti online; quindi bisogna sempre informasi bene sul posto. In Cancelleria ci dicono che ci vuole il server, non altro; ma nel dubbio “Se ce l’avete, mettetelo”.

    Gli ingredienti richiesti sono i seguenti: dichiarazione di accettazione del direttore responsabile, ricevuta del versamento sul Mod. F23 di 129,11 per tassa di concessione governativa- Cod. tributo 711T; Cod. Uff. 9BX; Cod. Terr. H163 (Causale PA- qualora richiesta dall’istituto di credito-) copia di un documento di riconoscimento. Lo leggiamo dal fac simile sul quale dobbiamo costruire la nostra domanda. Fino a qui sembra facile.

    La cosa difficile dell’esemplificato modo di pagare la concessione governativa con il modello F23 è che non tutti capiscono di questo nuovo sistema. Specie nelle banche. Vado in banca tre volte. La prima per capire cosa sia l’F23, la seconda per cercare di pagarlo. Tra la prima e la seconda, passo dal consulente, come suggeritomi dalla ragazza dello sportello bancario. Il consulente mi dà una mano. Mi ripresento in banca: ho già tutto compilato. Sembra andare per il verso giusto, quando la ragazza mi richiede un subcodice, che non sta scritto da nessuna parte nel materiale che mi hanno fornito in Cancelleria. Brutta storia. Ha uno sguardo quasi impietosito, lei. Ma non troppo. Forse teme che approfitti di un barlume di umanità nella grande macchina burocratica. No, no di certo. Non vuole essere lei l’anello debole del Sistema. Non ha come aiutarmi, dice. Mi devo arrangiare, penso io.

    Decido di tornare in tribunale, per capire dove sia questo subcodice. Nonostante le mie ricerche su internet, non ho trovato nulla sull’argomento. Ma in Cacelleria mi dicono che ciò che cerco è a discrezione della banca. Mi fanno vedere altre richieste, fatte da altra gente per altre testate: escono fuori dei numeri che mi dovrebbero schiarire il quadro. Credo di aver capito che il mio numero è 16. Credo di esserne finalmente venuto a capo. La mia banca è 16. Se andassi in giro a dire che la mia banca è 16, mi internerebbero in manicomio, penso. Ma devo tenermelo stretto questo numero, ripetermelo in testa o vincere la pigrizia e scriverlo sul taccuino. Forse è troppo semplice da dimenticare. Lo tengo in testa.
    Nel frattempo mi sono speso alla ricerca della marca di diritti di cancelleria. Non tutti i tabacchini sanno cosa possa essere. I più brancolano nel buio. Alcuni gestori temporeggiano, guardando il terminale, altri chiedono a colleghi migliori in quest’arte, contattandoli via telefono. Ma non c’è niente da fare: la sconfitta è amara. Questo Graal della burocrazia, perla preziosa e meravigliosa, si cela ai miei occhi, negli anfratti più grigi delle pratiche, nelle vie più oscure dei reparti specifici dei tabacchi. Il freddo, la pioggia e la neve, che non cade spesso da queste parti, ma si trova di buon accordo con la mia sfortuna, bloccano i miei sforzi. Solo dopo alcuni giorni riesco ad arrivare al tabacchino più vicino al tribunale e a ricavarne l’oscuro bene. Sono in possesso della marca e il mio giubilo s’innalza al cielo scuro.

     

    Ho un appuntamento quella mattina. Devo incontrare un ragazzo interessato al nostro progetto giornalistico. Per puro caso, mentre sto andando da lui, mi ritrovo vicino una filiale diversa della stessa banca di sempre. Dopo l’incontro con il ragazzo, cerco di pagare il modello F23 nella suddetta filiale. Mi sembra assurdo faticare tanto per pagare. Ma si deve, a quanto pare. Quindi metto la borsa in una delle cassette, in modo da non farmi bloccare all’ingresso dai metal detector, entro e faccio la fila, per l’ennesima volta. Il cassiere mi accoglie con gentilezza. Io armeggio con il modello, tutto compilato. Lui mi dice che non si può fare un pagamento tramite il mio conto corrente, perché ho depositato il denaro in un’altra agenzia. Quindi devo uscire, prendere i soldi al bancomat e ritornare. Lo faccio. Nel rientrare il metal detector mi impedisce l’ingresso un paio di volte, anche se ho già messo via la borsa con tutti gli oggetti metallici. Realizzo che tutto questo sta diventando un calvario. La via crucis del giornalismo. O meglio della burocrazia italiana. Ma una luce squarcia le tenebre: in breve riesco a pagare il maledetto modello F23 e mi chiedo quali peripezie hanno dovuto affrontare coloro che sono venuti prima di me, quando questo modello semplificato ancora non esisteva. Per inciso, il tipo alla cassa non mi chiede alcun subcodice.
    Ho tutto il materiale. Sono passate tre settimane dall’inizio della fase operativa. Se non fosse che la Cancelleria è chiusa al pubblico proprio nei giorni del week-end, forse i miei nervi non sarebbero così a pezzi.

     

    Angelo e Roberta ricevono da me tutta la documentazione. Vanno loro al posto mio, perché sono in città, mentre io sono fuori per studio. Quando li chiamo, martedì, mi dicono che non ne è uscito nulla di buono: mancano delle cose, altre non sono scritte bene. Insomma, c’è qualche ingrediente segreto da aggiungere. Intanto il tempo passa e siamo già un mese fuori programma.
    Tra le cose mancanti spiccano due fax da inviare. Uno è intestato al ministero delle Comunicazioni, che, scopro poco dopo, è scomparso nel 2008.
    A parte la ridicola richiesta del luogo in cui questa rivista viene pubblicata, nonostante sia palese che venga pubblicata su un dominio, in un luogo non-fisico, le disgrazie che abbiamo dovuto affrontare, l’imminente arrivo di Aprile, abbiamo raggiunto nuovi livelli di conoscenza e consapevolezza: adesso sappiamo perfino che una lettera può metterci cinque giorni per fare cento chilometri, che le nostre capacità informatiche non servono a nulla in Sicilia, che le raccomandate, le marche e tutte le grandi manovre avrebbero richiesto qualche ora, se tutto fosse stato fatto online. Ma al solo pensiero di come questa gente di mezza età possa organizzare un sito, c’è già di che disperarsi. Dicono che i neolaureati non trovano facilmente posto; dicono che la disoccupazione giovanile è alta: mentre le capacità di un’intera generazione- o forse di due- si disperdono nel nulla, vengono frustrate, nelle amministrazioni domina un clima di medioevale incompetenza e di tristissimo anacronismo. Non che sia colpa delle persone che ci lavorano, almeno non del tutto. Non che sia solo colpa della legislazione in materia. E’ un sistema, un sistema di cose che supera in ogni modo l’assurdo.

     

    E’ solo dopo due mesi che riusciamo ad avviare la pratica. E questa non è una piaga di pochi, ma una conosciuta malattia burocratica.

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