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    Stiamo creando un “clima infame” 

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    Essere scettici riguardo i cambiamenti climatici oggigiorno è piuttosto difficile. Lo sanno bene i cittadini romani che a distanza di poco più di un anno sono passati dalla bellissima nevicata di fine febbraio, al sole e alle piacevoli passeggiate per Via del Corso di questo marzo.
    In quest’ultimo mese, il 15 marzo per l’esattezza, proprio la città di Roma ha ospitato, come tante altre piazze d’Italia, la manifestazione contro i cambiamenti climatici, la quale ha preso luogo tra Piazza Venezia e l’inizio di Via dei Fori Imperiali, dove in migliaia si sono radunati sotto un sole quasi estivo. L’organizzazione di questa giornata prende spunto dalle azioni della piccola Greta Thunberg, coraggiosa studentessa svedese diventata nota negli ultimi mesi grazie alle sue proteste davanti al Parlamento e che ha ispirato il movimento studentesco internazionale “Fridays for Future”, che si pone l’obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza sul tema del riscaldamento globale. Proprio la stessa Greta sarà a Roma il 19 Aprile per partecipare ad un’altra manifestazione.

    L’analisi degli esperti

    Quando si parla di pericoli imminenti per la nostra generazione, ma soprattutto per quella che verrà, non è di certo un falso allarmismo. Per alcuni studiosi infatti già stiamo vivendo la sesta estinzione di massa (la più grave, 250 milioni di anni fa, portò alla scomparsa del 96% delle specie viventi) a causa dell’eccessiva percentuale di carbonio nell’atmosfera, il quale andrebbe ad abbattere interi ecosistemi, sia terrestri che marini. Lo studio portato avanti dal professor Daniel Rothman del MIT (Istituto delle Tecnologie del Massachusetts) ha dimostrato che già in occasione delle passate estinzioni di massa i livelli del ciclo naturale del carbonio erano stati alterati notevolmente, trovando così un nesso con quello che sta succedendo negli ultimi decenni. La dimostrazione più lampante a ciò che afferma Rothman è il notevole calo del 60% che negli ultimi 40 anni ha afflitto la popolazione dei vertebrati, quindi mammiferi, pesci, uccelli, rettili e anfibi. I dati presi in analisi sono il frutto del rapporto pubblicato da WWF Living Planet, al quale si aggiungono le parole della presidente WWF Italia Donatella Bianchi che dichiara: “in appena 50 anni il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è scomparsa mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni”.

    Economia e Politiche Nazionali a confronto

    Tutto ciò accade perché non sempre le prerogative ambientali rispecchiano quelle economiche e di conseguenza neanche quelle politiche. Ad esempio, nell’Amazzonia Brasiliana il processo di deforestazione ha come fine principale quello di favorire il sorgere di infrastrutture molto importanti per il commercio del paese, come la Ferrovia Ferrograo (ferrovia del grano) che taglia in due la regione amazzonica, rendendo così più vantaggioso il trasporto della soia verso l’Oceano Atlantico.
    La necessità del governo brasiliano di abbattere ettari ed ettari di foresta è una conseguenza alla guerra dei dazi tra USA e Cina. La crescente richiesta di soia da parte della stessa Cina, ha spinto il Brasile ad aumentare i livelli di esportazione del prodotto, accrescendo sì l’economia nazionale ma colpendo, tramite la deforestazione, il “polmone verde” del pianeta, la fauna locale e gli indios che popolano quelle terre da secoli. La questione è diventata ancor più delicata dopo l’elezione alla presidenza del leader del Partito Social-Liberal, Jair Bolsonaro. Populista di Destra e fermo sostenitore del liberalismo economico, il neo presidente ha recentemente emendato un provvedimento provvisorio con l’obiettivo di riorganizzare i ministeri, togliendo alla FUNAI (Fondazione Nazionale per gli Indigeni) la funzione di gestione dei confini dei territori destinati agli indios, affidandola al Ministero dell’Agricoltura, presieduto da Tereza Cristina, leader del gruppo parlamentare “ruralista” e rappresentante degli interessi dei latifondisti.

    Le divergenze tra Hong Kong e Washington hanno poi toccato un’altra sfera molto sensibile all’ambiente: lo smaltimento e il riciclo dei rifiuti. Apportando delle nuove restrizioni riguardanti lo smaltimento e il riciclo di alcuni materiali, come carta e plastica, la Cina ha smesso di accogliere nel proprio territorio materiali da riciclare provenienti dagli Stati Uniti. Questa situazione ha portato ad esiti problematici in alcune amministrazioni locali statunitensi, le quali si sono trovate a scegliere se riciclare tali rifiuti oppure distruggerli mediante gli inceneritori. Nella maggior parte dei casi viene considerata più vantaggiosa la seconda opzione, in quanto più economica rispetto alla prima, nonostante gli impatti negativi sull’ambiente. Gli inceneritori in questione, infatti, andrebbero a rilasciare sostanze nocive nell’aria, tra cui piombo e mercurio, pericolose anche per chi abiti nei pressi di queste strutture.

    Per concludere, è appurato che il più delle volte governi, multinazionali e tutti coloro che detengono il potere decisionale non badano alle conseguenze ambientali delle proprie scelte; il tornaconto economico è troppo spesso l’unica cosa rilevante. Il problema è che di questo passo ci sarà ben poco da scegliere tra qualche decina di anni. A maggior ragione è importante che Greta e tutti i ragazzi scesi in piazza in queste settimane possano veramente, e finalmente, farsi ascoltare e fare la differenza. Per adesso sembrerebbe che qualche passo in questa direzione si stia iniziando a fare, a cominciare dalla nuova direttiva dell’UE per l’abolizione della plastica monouso, con l’auspicio che si possa andare verso un futuro più “green” per l’ambiente.

    Riccardo Lucentini

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