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    Sulla nostra pelle 

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    La necessità di vedere Sulla mia pelle per ciò che è e non per quello che potrebbe essere

    Immaginiamo per un momento che “Sulla mia pelle” non sia tratto da un evento di cronaca ma sia invece un film di pura finzione. Immaginiamo anche di vedere prima dell’inizio del film il logo di una bella casa di produzione magari americana e che tra i membri del cast figuri qualche attore internazionale che dia un taglio “tutto azione e muscoli” al film. Sarebbe sicuramente più semplice lasciarsi trasportare dal racconto: solo uno spettatore distratto non potrebbe condividere una tale esperienza anche in minima parte, visto che per la necessaria fruizione di qualunque fatto finzionale è necessaria la sospensione dal confronto col reale, quantomeno per la durata del fatto in sé.

    Durante i 100 minuti del film di Cremonini, ogni procedimento tecnico e narrativo è messo in atto per provare ad allontanare la possibilità di soffermarsi su elementi extradiegetici. Inevitabili e giusti sono i riferimenti didascalici a spazi e tempi del racconto perché obiettivi e concreti, una vera legenda indica con precisione ora la stazione dei carabinieri di Roma Appia, ora l’ospedale carcerario Pertini durante l’ultima settimana di vita di Cucchi. Ma qualunque altro dato sensibile è annullato nella pellicola, non c’è nemmeno un nome che possa rimandare a persone reali (ad esclusione ovviamente della famiglia Cucchi) e persino nei titoli di coda i personaggi non vengono nominati se non con una impersonale numerazione. L’asciuttezza della regia vieta qualunque processo di pietizazzione, le colpe sono espresse ma i vuoti non narrati, gli spazi soffocanti intorno alla figura del protagonista portano ad un immersione in lui cruda e distaccata da tutto ciò che lo circonda, come se non importasse il contorno, ma solo la sua personale esperienza. Cremonini non si schiera con la famiglia Cucchi, ma con la sofferenza di Stefano; vuole invitarci a partecipare dell’indiscussa angoscia del ragazzo romano, a prescindere dalle cause che portano alla sua morte. Ciò configura il film come un opera profondamente drammatica dove emergono la solitudine di Stefano, mai raggiunto dalla famiglia nei sette giorni che trascorrono dal suo arresto alla sua morte, il dolore per i traumi e la paura. 

    Sulla mia pelle non ci vuole raccontare i pestaggi né tanto meno vuole puntare il dito contro un’istituzione specifica. Se delle accuse sono ravvisabili, esse sono dirette contro l’intero sistema burocratico e penitenziario italiano, dove ogni anno troppe sono le morti di detenuti nelle carceri (come ci viene ricordato alla fine del film nel 2009 sono state ben 172). Non solo Cucchi quindi, ma anche e soprattutto la disfunzione giudiziaria di uno Stato democratico, che perdendosi in un groviglio di procedure burocratiche lascia morire da solo un ragazzo di 31 anni. Disumana è la freddezza con cui la famiglia viene rimbalzata dall’ospedale carcerario per la mancanza di permessi che nessuno riesce a dare o far avere, la stessa freddezza che viene riscontrata in magistrati e sanitari; così come codarda è la lunga fila di certificati medici richiesti per evitare di assumersi la responsabilità delle condizioni di salute di Cucchi all’atto della presa in consegna: tutti capaci di delineare i limiti del proprio operato ma nessuno (o pochi) sensatamente consci di essi.

    Tuttavia è comprensibile la volontà di cedere al raffronto col reale, ma ciò che sarebbe auspicabile, ovvero la personale opportunità di giudizio non ancorata a questa o quella idea politica, non è riscontrata. Alla presentazione del film al festival di Venezia di quest’anno, numerose sono state le critiche da parte delle associazioni di categoria, tra le quali quella del Cocer (Consiglio Centrale di rappresentanza) dei carabinieri, che afferma di non voler nemmeno vedere il film. Come si può capire se non si guarda senza preconcetti? Nel vuoto sembra cadere l’invito di Cremonini di guardare senza giudicare.

    E allora tornando al nostro film americano, dove temi e significati sono uguali ma nessuno sente il peso di ciò che vede, sicuramente esso sarebbe degno di uno sguardo e di un’analisi, nessuno penserebbe che questa sia “l’ennesima storia di ordinaria criminalizzazione di chi veste una divisa”  (dichiarazione di Maccari, presidente di FSP Polizia di Stato), ci sarebbe empatia col protagonista, e così sulla nostra pelle sentiremmo l’angoscia di ciò che accade, a prescindere se esso sia realmente colpevole perché il film parlerebbe della sua assurda morte, da solo, non capito, a solo 31 anni. Alla fine del film, poi, ognuno andrebbe a dormire tanto domani è un altro giorno senza Stefano.

    Salvatore Schininà

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