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    Il ritratto della storia che tende a ripetersi 

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    Parallelismo tra l’era attuale e il periodo interbellico: fra crisi economica ed estremismi

    In pochi riconoscono come il termine “Storia” sia utile non solo per raccontare qualcosa successa nel passato, ma è anche l’unica disciplina che ci insegna cosa l’umanità ha fatto di giusto o sbagliato, necessaria per comprendere anche il bene e il male. Oggi si tende a svalutare l’importanza della storia come qualcosa che non ci appartiene, qualcosa di estranea e lontana dal mondo frenetico contemporaneo, che porta quindi gran parte delle persone a disinteressarsene. Ma non è così. Quello che siamo oggi dipende dalle azioni compiute da coloro che hanno vissuto nel passato, mentre quello che stiamo vivendo avrà conseguenze nel vissuto di domani. Sembrerebbe retorica ma quando vivi tempi del genere, allora sì che studiare la storia diventa fondamentale. Anche perché come diceva il filosofo George Santayana nel suo The Life of Reason:Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Quindi perché ci stupiamo dell’aspro clima di odio, violenza e disprezzo per il prossimo in cui viviamo oggi?  C’è una radice dietro tutto ciò: la pesante crisi economica che da anni ci attanaglia. Stessa radice che era presente anche nel periodo che andremo a considerare: il primo Dopoguerra.

    Nel 1918 iniziò un periodo di forte crisi economica e sociale. Tali eventi portarono ad una forte crescita dell’inflazione, provocando disordini sociali tra i diversi ceti, cui si aggiunse il malcontento provocato dalla disoccupazione dilagante, la quale andò ad aggravare le già difficili condizioni di vita delle masse proletarie. A questo punto, nacquero nuove ideologie politiche che misero in crisi i valori democratici esaltando l’uso della forza e della violenza, facendo dell’azione bruta la garante dell’amor di patria.In questo clima imperniato dalla crisi economica si diffusero rapidamente i fascismi, dall’Italia alla Germania e alla Spagna, che ebbero subito l’appoggio dei militari, dell’industria e della finanza, insieme a quelle della piccola e media borghesia. La ragione predominante dell’alto consenso avuto in poco tempo fu sicuramente la profonda crisi economica che mise sotto accusa i vecchi esponenti del marcio sistema politico liberale che aveva condotto alla guerra; ma bisognava anche aggiungere la paura per il nemico che poteva provenire dall’interno della società stessa con l’intento di distruggerla: furono subito riconosciuti nemici della patria i comunisti, gli ebrei, gli omosessuali e tutti quelli considerati “diversi”.

    Nel 2018, cento anni dopo, sembriamo di rivivere situazioni simili. La storia ci sta giocando un brutto scherzo? Anche oggigiorno subiamo le conseguenze di una profonda crisi economica iniziata oramai quasi dieci anni fa e di cui ne sentiamo tuttora gli effetti devastanti. Subiamo altresì il generale malcontento di ampi strati della società, che hanno portato a creare consensi intorno a programmi protezionistici di sviluppo economico e ad esaltare politiche razziste e discriminatorie nei confronti di un’immigrazione costante.Così si può giustificare l’ascesa dei nazionalismi e dei partiti populisti in gran parte d’Europa e del mondo. Da Trump in America a Le Pen in Francia, passando per i conservatori al governo in Austria e la continua scalata di Alternative für Deutschland in Germania; e non ultimo, il governo giallo-verde italiano considerato populista-euroscettico.

    Allora è possibile chiedersi: perché quest’espansione dilagante e improvvisa degli estremismi nel mondo? La sensazione è che tutto dipenda dalla grave crisi economica, la quale influenza parecchio le scelte dei cittadini al momento del voto. Perché quando una nazione è prospera e senza gravi problemi sociali (intesi, quest’ultimi, come i frequenti casi di bullismo, la disuguaglianza e la discriminazione, l’emarginazione, la povertà, lo sfruttamento..) è difficile che si sposti verso una direzione violenta, estremista e razzista: guardando alla storia, possiamo pensare per esempio ai periodi del boom economico negli anni ’60 e ‘90. Quando invece una nazione soffre la mancanza di lavoro per sé e per i propri figli, si tormenta per i grossi debiti pubblici che impediscono riforme importanti è scontato che la gente voglia risposte serie dalla classe dirigente o, per lo meno, vuole sentirsi dire determinate parole. È così che si consolidano i partiti estremisti e i leader populisti. È così che nel periodo interbellico Mussolini ed Hitler ebbero campo aperto. Per imporsi ai “silenziosi” ceti moderati, i due dittatori si giocarono la carta populista dell’ordine da ristabilire e dell’economia da risanare, quale unico modo per garantire lo status quo e per reprimere i moti rivoluzionari di sinistra che stavano surriscaldando intere nazioni. Il nemico del Fascismo inizialmente era l’establishment politico, incapace secondo Mussolini, di creare stabilità e fare grande l’Italia. Lo stesso è accaduto oggi: l’establishment politico accusato di essere la causa dei problemi della nazione, un sistema che ha privilegiato l’interesse personale a quello collettivo. E poi, con l’ascesa del Nazismo in Germania negli anni ’30, si trovò un altro nemico da colpire: gli ebrei, con l’antisemitismo che diventò ideologia dominante. Oggi si è tirato fuori un nemico simile, facile da attaccare e ottimo capro espiatorio: lo straniero, l’immigrato che viene dall’Africa affamata e dilaniata dalla guerra. “Simile” perché il senso di persecuzione è uguale, “capro espiatorio” perché si vogliono coprire le mancanze in politica economica spingendo l’opinione pubblica contro coloro che vengono considerati la vera colpa della dura situazione economica e sociale; “facile” da attaccare perché oggi, come allora, chi si mette a difendere gli ultimi? Pochi.

    Dunque, perché possiamo comparare il periodo interbellico con quello attuale? Le situazioni sono simili, entrambi caratterizzati da forte crisi economica che hanno portato all’ascesa di movimenti estremisti che fomentavano l’odio per il diverso e per l’ultimo. Se fosse successo in un altro periodo storico, sicuramente gli attuali leader della destra europea non avrebbero avuto il loro alto consenso odierno. E quindi, ci potremmo chiedere: qual è il modo per evitare che si ripetano gli errori del passato? È proprio in questo contesto che l’unica soluzione diventa studiare “bene” la storia, per evitare che le cause che negli anni dopo il 1918 portarono alla più terribile guerra della storia, possano ripetersi in questi tempi attuali fra crisi economia e migrazioni internazionali. Dovremmo iniziare a capire che il Novecento non deve essere lasciato solo sui libri di storia, ma che è nostro contemporaneo più di quanto non si voglia credere. Bisognerebbe che lasciassimo da parte l’idea dell’assoluta diversità tra la storia novecentesca e la storia contemporanea che oggi domina incontrastata nei dibattiti politici. Dovremmo invece cercare di far conciliare la legittima unione tra la narrazione storica moderna e il secolo precedente. Imparare dal passato per costruire il futuro. Da tutto ciò potrebbe scaturire la soluzione all’imperante tragico futuro che si vuole evitare, una soluzione necessaria per un Paese incredibilmente smemorato come si presenta il nostro. Dovremmo capire che non dobbiamo dimenticare il nostro tragico passato, ma che è lui che verrà in nostro soccorso oggi, aiutandoci a trovare quegli anticorpi per evitare che le tragedie di allora, si ripetano. D’altronde si tratta soltanto di comprendere per bene il senso della frase di Aldous Huxley:Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna”.

    Salvatore Mosca

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