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    Focus: fumarole nelle campagne iblee 

    Tempo di lettura: 3 minuti

    “Da oltre trent’anni, tutte le mattine, all’alba o la sera all’imbrunire, si materializzano qua e là nella nostra plaga colonne di fumo denso e nero che ammorbano l’aria. È la naturale conseguenza delle migliaia di tonnellate di plastica dismessa dalle serre o dei rifiuti urbani indifferenziati, bruciati illegalmente”. Così leggiamo, già lo scorso giugno, in un documento sul fenomeno delle fumarole, promosso da diverse associazioni e enti: Associazione Libero Pensiero, Associazione Prevenzione Tumori, CGIL, CNA, Fai Antiracket, Fare Verde, Italia Nostra, Libera e WWF.
    Per capirne qualcosa in più, siamo andati ad intervistare Claudio Conti (Circolo Legambiente Ragusa “Il Carrubbo”) e Giorgio Stracquadanio (CNA Provincia di Ragusa).

    Claudio Conti (Circolo Legambiente Ragusa “Il Carrubbo”)

    Giorgio Stracquadanio (CNA Provincia di Ragusa) risponde alle nostre domande

    Il fenomeno delle fumarole è attenzionato da diverso tempo dai vari attori istituzionali presenti sul territorio. Già l’allora prefetto Vardè, in un interrogazione parlamentare del 2014, riferiva circa la presenza e la pericolosità del fenomeno in provincia. Cosa si intende quando si parla di fumarole?
    Quando si parla di fumarole si parla di forme di incendio controllato. I prodotti sono diversi e non riguarda solo il settore della serricoltura: a volte sono i rifiuti urbani, dato che nelle campagne molti non fanno la differenziata e sono stati tolti gli scarrabili. In genere, si tratta di plastica cosiddetta di impacciamatura, che si mette a terra, sotto le piante, e che è carica di materiale vegetale. Per smaltirla correttamente andrebbe prima pulita e poi consegnata: ciò ha un costo e spesso le aziende non hanno intenzione di sostenerlo, per cui viene bruciata. Così come capita per i tubi di plastica per l’irrigazione nelle serre. Si formano colonne di fumo che purtroppo contengono della diossina e infatti dai dati che abbiamo, sul territorio interessato regolarmente, da tempo, da questo fenomeno ci sono diverse evidenze tumorali: le diossine si depositano sul terreno e si infiltrano nelle falde. Su questi terreni noi coltiviamo, facciamo pascolare gli animali che alleviamo e quindi tutto ciò che mangiamo è carico di queste cose.

    Quali possono essere i motivi per cui si decide di smaltire in quel modo?
    I motivi possono essere vari: il costo dello smaltimento; l’insensibilità da parte di chi compie questi atti, considerati un fatto naturale; il fatto che spesso questi prodotti non possono essere smaltiti nei centri perché devono essere prima puliti. Le risposte possono essere molte. Ad esempio, nei centri di raccolta vogliono la plastica pulita: la plastica nera che sta sotto che è carica di materiale vegetale, per andare in un centro di raccolta deve essere prima pulita, questo ha un costo, poi naturalmente il prodotto spesso, se viene pagato, viene pagato poco o non viene pagato per niente. Quindi arrivato a questo punto, siccome ci sono dei costi per consegnarlo a chi di dovere, si preferisce bruciare: così scattano anche questi meccanismi.

    Esistono altri interessi coinvolti o è solo un fenomeno di noncuranza?
    Quello che si capisce è che è un problema di insensibilità: non è un fatto che accade da poco, ma da moltissimo tempo. La criminalità organizzata non ha interesse a gestire queste cose: ad esempio, in Campania hai interesse a smaltire rifiuti tossici (chiaramente non prodotti in Campania, ma provenienti da altre zone industriali possibilmente nel nord) li prendi, li interri, poi questi rifiuti vengono fuori e gli si dà fuoco. Qui è diverso: c’è un problema di smaltimento legato al sistema produttivo. La questione allora è rivedere il modello produttivo, così come è sta creando poco reddito e nello stesso tempo crea costi di natura ambientale elevati, eccessivi.
    Serve una svolta ecologica della serricoltura, che tiene in considerazione plastiche organiche che si possono smaltire facilmente, una produzione non eccessiva e meno invasiva, che consuma meno suolo, meno acqua. Se non puntiamo su questo, e lì sarebbe una svolta culturale oltreché politica, si rischia di massacrare questo territorio.

     

    Simone Lo Presti

    About the author: Simone Lo Presti

    Sono nato a Ragusa il 12 Ottobre 1993. Dopo aver conseguito la Maturità Classica nel luglio del 2012 presso il Liceo Classico "Umberto I" della mia città, mi sono iscritto al Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Catania, dove tutt'ora studio. Nel corso della mia carriera scolastica ho vinto 2 volte il premio "Nicholas Green" (2004 e 2011) a livello regionale. Ho iniziato a scrivere per Generazione Zero nell'aprile del 2011, insieme ad un gruppo di amici, spinto dal coraggio di guardare il mio territorio con occhi curiosi mai paghi delle belle parole, ma desiderosi di osservare i fatti. Oggi rivesto il ruolo di Redattore del giornale e di Responsabile Eventi dell'associazione.

    In risposta a Focus: fumarole nelle campagne iblee

    1. Sara

      Abito a punta braccetto …la situazione e tragica. ..oggi ho chiamato la provinciale …i quali mi chiedevano solo…come mai ci chiama solo adessi. ..e … abbiamo solo una volante cosa vuole che facciamo…e dmenticavo…come posso fare per mettermi in contatto con voi …fare qualcosa ?

       

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