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    Calpestati fino all’ultimo diritto 

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    Il Knesset (Parlamento israeliano) ha approvato la scorsa settimana una delle leggi più attese e discusse degli ultimi mesi. In poche parole, lo Stato di Israele doveva decidere come definirsi, se continuare per la strada (piena di discriminazioni e violenze) che ha intrapreso oltre cinquanta anni fa oppure “ripulirsi” e approdare alla democrazia. Non era difficile prevedere l’esito della votazione, d’altronde il Premier Netanyahu negli ultimi anni è riuscito a consolidare e tessere una serie di misure volte a diminuire la sfera dei diritti riguardanti il popolo arabo attraverso, ad esempio, le costruzioni di insediamenti – definiti illegali dall’ONU stessa – e lo sgombero forzato di intere famiglie da villaggi e abitazioni, per lasciar spazio a nuove strutture destinate al popolo ebraico. Non per ultima, la decisione presa insieme a Donald Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, scelta politica che ha provocato “unilateralmente” morti e feriti dato che le vittime continuano a essere soltanto arabi palestinesi, tra cui, tra l’altro, anche giornalisti e infermieri (leggi la storia di Razan).
    In questa maniera, il leader di Likud, partito nazionalista israeliano è riuscito ad ottenere ampi consensi da parte della popolazione israeliana più radicale, suscitando però enormi critiche nel panorama internazionale.

    Tra le misure più discusse introdotte dalla legge sullo “Stato della nazione ebraica” (Jewish Nation State) troviamo l’abolizione dell’arabo dalla lingua ufficiale, infatti gli arabi verranno trattati come vera e propria minoranza all’interno del Paese attraverso l’adozione di uno Statuto speciale. Tutti i documenti ufficiali saranno redatti in ebraico e la lingua araba non sarà più insegnata all’interno delle aule scolastiche; una norma che colpisce gli oltre 9 milioni di palestinesi presenti in Israele. Tra le altre misure, troviamo che la promozione e costruzione di nuovi insediamenti viene considerato un interesse nazionale, norma in contrasto con la Risoluzione Onu n. 2334/2016 che chiedeva la fine delle attività nei territori palestinesi occupati, definendo come illegali tali stanziamenti.

    La legge sullo Stato-nazione approvata con 62 voti favorevoli e 55 contrari, regolarizza e disciplina le discriminazioni che per anni il popolo arabo subiva e riconosce Gerusalemme come unica capitale dello Stato ebraico di Israele, andando in controtendenza contro la soluzione che divide Gerusalemme in due parti: la parte ovest considerata capitale delle autorità israeliane, quella est considerata come capitale dell’Autorità Palestinese. Minando così i processi di pace e il dialogo tra i due popoli.

    Inoltre lo scorso lunedì, il Parlamento israeliano ha approvato una legge bavaglio che è andata a colpire due organizzazioni israeliane in particolare, le quali si sono distinte nella difesa dei diritti umani per i palestinesi: Breaking the Silence e B’Tselem. I membri di queste e altre ONG israeliane non potranno promuovere le loro attività e continuare a denunciare le azioni del governo israeliano all’interno delle aule scolastiche e universitarie, luoghi importantissimi, dove si formano le menti del futuro, educate in questa maniera ad una visione parziale di ciò che accade intorno a loro. Quest’ultima legge, insieme a quella che sancisce la nascita dello “Stato-Nazione ebraico”, spinge Israele ancora più a destra di quanto lo fosse già. La differenza però è che ora, gli abusi e le discriminazioni avvengono alla luce del giorno e con un consenso legislativo. Sarà più facile così arrestare i cittadini arabi che vorranno esprimersi nella loro lingua di origine e reprimere le proteste, e sarà più difficile per gli abitanti arabi chiedere il giusto riconoscimento dei propri diritti.

    Gideon Levy, noto giornalista del quotidiano Israeliano Hareetz, commenta così l’approvazione della legge: “Gli israeliani d’ora in poi vivranno in uno Stato de jure di apartheid, non soltanto de facto”. E nel suo ultimo articolo, dal titolo “La legge che dice la verità su Israele” scrive: “Israele è solo per gli ebrei, anche sulla carta. Lo stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. I suoi arabi sono cittadini di seconda classe e i suoi abitanti palestinesi non hanno statuto, non esistono. Il loro destino è determinato da Gerusalemme, ma non sono parte dello stato. È più facile per tutti così”.

    Effettivamente non ha tutti i torti, dato che per apartheid s’intende, molto banalmente, un sistema di segregazione razziale istituzionalizzato, ovvero non soltanto accettato culturalmente da gran parte della società ma anche riconosciuto a livello legislativo medianti norme interne, cosa che è accaduta proprio con la legge approvata giovedì scorso.

    Nel mentre a Gaza le proteste continuano e non solo perché soltanto il 10% della popolazione ha accesso all’acqua potabile, non solo perché hanno a disposizione 4 ore di elettricità al giorno, non solo perché non hanno libertà di movimento e devono passare attraverso check-point e posti di blocco per poter andare da una parte all’altra della striscia, non solo perché il 50% dei bambini palestinesi esprime la volontà di non voler più vivere, non solo per tutti questi motivi ma perché per l’ennesima volta la loro dignità e i loro diritti sono stati calpestati, questa volta però, più forte che mai.
    È questa la maniera in cui Israele vuole cercare di porre fine alle morti palestinesi? È questo il mezzo con cui Israele vuole cercare di garantire l’esistenza di due stati e due popoli? È promuovendo una legge nazionalista e razzista che Israele intende ottenere la pace e il rispetto dei diritti umani?

    Youssef Hassan Holgado

    About the author: Youssef Hassan Holgado

    Nato il 2 settembre del 1995 a Salamanca, una piccola cittadina spagnola situata nella regione della Castilla y León. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, redattore di Generazione Zero da settembre 2016. Da gennaio 2018 occupo la posizione di Direttore Editoriale, continuando a fare del giornalismo la mia passione.

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