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    Tecnologia e rapporti famigliari, il nuovo libro di Aldo Cazzullo 

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    Aldo Cazzullo è un giornalista e autore di oltre una decina di libri. Ha scritto per “La Stampa” per oltre quindici anni, prima di approdare al “Corriere della Sera” nel 2003. I suoi testi hanno ricevuto numerosi riconoscimenti e hanno venduto centinaia di migliaia di copie. In particolare, i libri di Aldo Cazzullo hanno vinto i premi Estense, Hemingway, Cinqueterre, il Premio Nazionale Anpi “BenedettoFabrizi“, il premio GiovanniSpadolini 2013 e il premio dedicato alla giornalista Maria Grazia Cutuli. Tra i suoi testi più celebri troviamo: “La guerra dei nostri nonni”, “Viva l’Italia”, “Basta Piangere” e il romanzo “La mia anima è ovunque tu sia”.
    Nel settembre del 2017 è uscito il suo ultimo libro: “Metti via quel cellulare”, edito da Mondadori. Intervistato da Generazione Zero durante la nona edizione di “A Tutto Volume”, evento letterario e culturale che ha luogo a Ragusa, Aldo Cazzullo approfondisce il tema centrale di questo suo ultimo testo.

    “Metti via quel cellulare”, un testo che parla del rapporto dei giovani con la tecnologia, ma anche dei padri con i figli e così via. È un argomento che è già stato trattato. Che cosa aggiunge di nuovo questo libro?
    Questo devono stabilirlo i lettori. Io ho cercato di fare un dialogo, non una predica. Per cui nel libro ci sono io che dico ai ragazzi che non si può andare avanti così, perché vi state abituando a vivere una vita virtuale, non riuscite a vivere la vita vera, andate in giro con le cuffiette, state sempre chini sul cellulare o sul tablet. E loro, però, mi rispondono: “Papà, intanto, tu sei l’ultimo che può parlare, perché sei sempre chino su un cellulare”. E poi per voi adulti il cellulare diventa un alibi, perché non riuscite più a parlare con noi – voi genitori, voi nonni, voi insegnanti –, ci date in mano un cellulare, così come voi da piccoli venivate messi davanti alla TV. Dicono i miei figli, la responsabilità di quello che noi siamo rimane vostra, a voi adulti trasmetterci interessi, passioni, valori. Quindi, in questo dialogo, ognuno da qualcosa: io ho capito meglio la ragione per cui il cellulare è così importante, e forse i miei figli hanno capito che il cellulare va usato un po’ meno e un po’ meglio.

    La tecnologia, però, può veicolare cultura?
    Sicuramente sì. Io sostengo che tutto quello che l’uomo ha scritto, dipinto, pensato, composto in questi secoli – il ‘900 è stato il secolo del cinema, l’‘800 è stato il secolo del romanzo, il ‘700 quello del teatro – tutto quanto viene fatto a pezzetti e gettato in aria come coriandoli – Youtube, i filmati che durano pochi secondi –, però i miei figli mi dicono che i coriandoli arrivano dappertutto. Magari oggi un articolo di giornale è più letto di una volta, una canzone è più ascoltata di una volta. Mi fanno l’esempio della Quinta di Beethoven diretta da Claudio Abbado, che in rete ha più di 170mila clic: sono tutti giovani che se non ci fosse la rete, se non ci fosse il cellulare, Claudio Abbado magari non saprebbero neppure che ha vissuto. Anche se poi io dico che “Gangnam Style” di clic ne ha tre miliardi. Però, in fondo, sono numeri che non vogliono dire molto più di nulla. Infatti, il primo libro di Ungaretti viene stampato in 80 copie e ne vende soltanto 20. Valgono più le 20 copie de “Il porto sepolto” o i venti milioni di clic dei balletti di Gianluca Vacchi? “M’illumino d’immenso”, per fortuna, resterà per sempre, mentre di Gianluca Vacchi, che, peraltro, mi è anche simpatico, alla lunga perderemo anche la memoria.

    Ma c’è una diversità, un contrasto tra l’arte – ciò che viene considerato arte fino ad oggi, cinema compreso – e la cultura digitale?
    Secondo me, sì, perché, facendo l’esempio del cinema, un film dura due ore. Per un nativo digitale è un tempo infinito, perché lui in due ore ha visto duecento filmati su Youtube e ha mandato duemila messaggi WhatsApp. Il cellulare fa anche perdere concentrazione: persino una partita di calcio, che dura 90 minuti più recuperi, diventa un tempo troppo dilatato per un ragazzino. I nativi digitali sono degli esperimenti: avranno sicuramente molte opportunità, ma c’è anche il rischio che possano essere la prima generazione dell’umanità a crescere senza aver letto un libro o senza aver giocato per strada con i compagni o giocato a pallone con il papà. Non possiamo buttar via il cellulare, dobbiamo usarlo meno e meglio e soprattutto essere noi i padroni del cellulare, i padroni della tecnologia. Altrimenti avrebbe ragione Altan, quando dice “è record: ogni cellulare possiede un italiano”. Attenzione che la rivoluzione digitale incrocia la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale: questi uomini nuovi che costruiremo avranno come cervello un computer e come memoria la rete. Sapranno molte più cose di noi e saranno più intelligenti di noi, l’importante è che continuino ad obbedirci. Siamo noi i padroni della tecnologia e non la tecnologia il nostro padrone, questa è un po’ la sintesi del libro, che parte dall’uso quotidiano del cellulare e arriva a cercare di chiederci come saranno i rapporti tra di noi, perché il cellulare non soltanto cambia il modo di comunicare tra le persone, ma cambia anche le persone e non sempre le cambia in meglio. Tutto questo può essere aggiornato di continuo: è di qualche giorno fa la notizia di questo untore – un assassino – che ha contagiato 228 donne tutte conosciute online. Che cosa è diventato l’amore al tempo della rete? Sono tutte vittime innocenti queste donne, intendiamoci. Ma ai tempi della rete non c’è più il corteggiamento, è diventato tutto meccanico: messaggi tutti uguali, senza tono. Poi, non voglio essere disfattista, ci saranno cento cose più positive e i miei figli ne fanno tante di cose positive che la rete produce. Però io segnalo anche un allarme e un rischio.

    Ma il problema è la tecnologia?
    Il problema è l’uomo
    . La rete non è né buona né cattiva in sé. La rete siamo noi e come la rendiamo, renderla umana sarà la sfida della nostra generazione. La speranza è che la rete migliori l’uomo e non lo peggiori.

    L’ex ministro Franceschini ha definito il videogioco l’ottava arte, riprendendo una definizione anche di altri. Che cosa ne pensa lei?
    Mi sono scontrato con dei videogamer, che mi hanno detto che i videogiochi sono molto interattivi, sono creativi, che non devono fare paura. Non è che mi facciano paura, quando vedo, però, un ragazzino che passa un pomeriggio intero a giocare a un videogame, penso che anche questa ottava arte vada dosata, altrimenti ci proietta al di fuori di noi stessi e crea più alienazione che altro. Poi detto questo, l’idea che il Candy Crash venga venduto per sei miliardi di dollari, mi fa pensare che siamo veramente entrati in un mondo nuovo e renderlo umano dipende da noi.
     

    Giulio Pitroso e Salvatore Schininà

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