Migranti, giovani, precari, ambiente|venerdì, ottobre 19, 2018
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    “Donne fuori dal buio” 

    Tempo di lettura: 6 minuti

    Sara Manisera è una giovane giornalista freelance, laureata in Scienze Politiche e interessata alle vicende del Medio Oriente, in particolare del Libano, Iraq e Siria. Nei suoi lavori ha trattato argomenti diversi, come lo sfruttamento dei lavoratori migranti nel settore agricolo, la presenza di clan mafiosi in Calabria e vari conflitti in Medio Oriente per testate giornalistiche nazionali ed estere, come “Vice” o “Al Jazeera“. Fra le diverse testimonianze, ci ha raccontato del progetto realizzato insieme alla fotografa Arianna Pagani, un web-doc dal titolo donne fuori dal buio, attraverso il quale ci presentano una visione della donna in Medio Oriente diversa da quella che troviamo nei social media, meno artificiosa e più reale, effettiva. 

    Parlami del lavoro che fai…
    Io sono una giornalista freelance, lavoro principalmente in Medio Oriente. Per tre anni ho vissuto a Beirut e occupandomi soprattutto del Mashreq, in questi anni ho “coperto” (giornalisticamente parlando ndr.) il conflitto che ha portato alla liberazione delle città di Mosul e Raqqa. Mi occupo di conflitti ma al tempo stesso anche di società civile e della situazione delle donne, focalizzandomi sulla società civile araba a seconda di cosa si vuole raccontare.

    Cosa ti ha spinto a fare questo mestiere?
    Un po’ il caso e un po’ la mia indole personale. Mi sono laureata con il professore Nando dalla Chiesa a Milano con una tesi sul caporalato, lo sfruttamento dei migranti nello sfondo agricolo e la presenza della ‘ndrangheta a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Successivamente con un gruppo di ragazzi abbiamo fondato un sito internet di informazione chiamato “Stampo Antimafioso” (attivo ancora oggi), poi le strade della vita mi hanno portata in Libano, dove ho conseguito un master all’Università e lì ho iniziato a lavorare principalmente in lingua inglese come Freelancer. Proponevo storie ad Al-Jazeera e a seconda di queste, loro le compravano. Io non arrivo dalla formazione classica della scuola di giornalismo, mi sto facendo un po’ sul campo.

     Un consiglio che daresti a chi vorrebbe avvicinarsi a questa professione?
    Io consiglio di prendere e partire, nel senso che se uno vuole fare il giornalista deve andare sul campo a mio avviso; dietro la scrivania si può lavorare bene ma se si vuole fare il reporter o lavorare sulla cronaca è necessario avere le proprie fonti dirette, lavorare sul campo, conoscere e sicuramente integrare i vari mezzi di comunicazione: non solamente la parte cartacea ma anche quella audio visuale.

    E del tuo progetto “Donne fuori dal buio”?
    “Donne fuori dal buio” è un progetto web-doc, cioè un prodotto multimediale innovativo che unisce testi, video, foto e mappe. Abbiamo deciso di realizzarlo io e la mia collega AriannaPagani attraverso un “crowdfunding” di co-produzione dal basso perché questo genere di prodotto, che in Italia non si è ancora sviluppato o comunque non tanto quanto nei media inglesi, ha un costo elevato, dato che ovviamente si devono produrre tutta una serie di materiale da caricare poi su una piattaforma. Nello specifico “Donne fuori dal buio” narra la storia di quattro donne che raccontano gli ultimi 15 anni dell’Iraq, il progetto è stato lanciato il 20 marzo del 2018, anniversario dell’invasione americana del 2003. Queste quattro donne provengono tutte da comunità etniche e confessionali diverse: araba musulmana sunnita, araba musulmana sciita, assiro cristiana e curda. Con questo progetto volevamo raccontare la complessità e il mosaico di comunità che esiste in Iraq, per raccontare che la guerra colpisce tutti, che quando si parla di guerra e di conflitto non c’è solo una parte che soffre. Nel caso iracheno, l’invasione è avvenuta nel 2003 ma sono seguiti 15 anni di conflitto, violenza settaria, guerra civile, l’instaurarsi dello Stato islamico e tutta una serie di sofferenze che hanno portato ad escludere anche diverse parti della popolazione, all’interno di quello che è lo Stato. Le quattro donne oltre a far parte di diverse comunità etniche, sono anche donne che, all’interno della loro società, ricoprono un ruolo. Una delle protagoniste è un’avvocatessa che ha a che fare con i diritti delle donne, un’altra è un’attivista che lavora per cercare di mettere insieme le comunità arabo-curde e quindi cercando di lavorare in quella che si chiama “coesione sociale”; poi c’è un’ingegnera che lavora a Mosul che, dopo aver vissuto per 3 anni sotto lo Stato islamico, oggi lavora accanto ad altre donne; e infine c’è una madre. Questo perché si racconta spesso che le donne, nello stereotipo della figura femminile irachena, siano vedove; ed è vero, lo sono, ma sono anche protagoniste della loro vita e portano avanti la famiglia e i propri figli. Uno degli obiettivi di questo progetto era proprio quello di mostrare queste donne come protagoniste e non come vittime.

    Esperienze particolari?
    A me non sorprende trovare donne attive all’interno delle comunità orientali perché avendoci vissuto, non è una novità; è chiaro che avere la possibilità di raccontarle è un’altra cosa perché spesso i media non sono interessati a questo genere di storie. Paradossalmente le storie che trovi sul web-doc sono storie atipiche, che probabilmente nessun giornale comprerebbe. A livello umano chiaramente tutte le donne sono speciali, ad esempio l’avvocatessa di Baghdad è una musulmana sciita e proviene da una famiglia molto conservatrice, si è divorziata e ha deciso di crescere i propri figli da sola. L’attivista curda è stata rifugiata quando era ancora bambina a causa dagli attacchi chimici di Saddam Hussein ed oggi lavora con le comunità sfollate. Lei dice: “noi qui lavoriamo sul principio dell’umanità, non mi interessa se sei arabo, curdo, musulmano o cristiano, noi lavoriamo perché siamo mossi dal principio umano.” 

    Riguardo l’attuale situazione irachena così come quella siriana, cosa si potrebbe fare per migliorarla?
    L’Iraq e la Siria sono paesi e situazioni diverse. In Siria è in corso una guerra che è entrata nel suo ottavo anno, dove vi è più della metà della popolazione sfollata all’estero e dove vi è un regime dittatoriale ancora presente e che probabilmente gestirà il post-conflitto, anche se non si sa ancora come finiranno i giochi. Per quanto riguarda l’Iraq, questo proviene da 15 anni di conflitto, violenza e una forte instabilità interna. Penso che in questo caso ci siano due elementi fondamentali da sottolineare: prima di tutto l’utilizzo strumentale della religione da parte delle classi politiche, in particolar modo dopo il conflitto, che hanno usato la religione per ottenere consenso, portando ad una esclusione della donna all’interno della società. Inoltre c’è da sottolineare che quando è presente un conflitto, le donne in una maniera o nell’altra, sono vittime dirette o indirette. Spesso, infatti, le famiglie temendo che vi possano essere casi di violenza, evitano di farle uscire o le obbligano a sposarsi molto giovani come nel caso siriano. In Iraq ho visto tutta una classe di adolescenti tra i 16 e i 20 anni che sono scesi in piazza e che si sono mostrati molto più aperti della generazione precedente e questo è già un ottimo segnale. Si dovrebbe raccontare di quando questi ragazzi scendono e fanno manifestazioni a favore delle donne, avvenimenti di cui non si parla mai qui in Europa. A questo punto, uno dei problemi principali consisterà nella capacità di includere nel processo politico tutte le diverse comunità presenti.

    Per quanto riguardo invece la situazione siriana nel Rojava?
    Partiamo dal presupposto che io sono stata nel nord della Siria a settembre durante la liberazione di Raqqa, quando i 3 cantoni erano in mano ai curdi siriani. Quello che io ho visto sul territorio è un processo che loro chiamano “confederalismo democratico”. Lì, ho visitato la “casa delle donne”, “il villaggio delle donne”, ho visto una realtà sicuramente interessante per il luogo geografico dove si trova e per la nuova mentalità a cui loro aspirano. Ci sono però, secondo me, due forti limiti: il primo è che sono in uno stato di guerra e che quindi ciò che tu crei nello stato di guerra non è detto che rimanga necessariamente nel post conflitto; il secondo punto da prendere in considerazione è la presenza di Russia Stati Uniti che fanno un po’ il bello e il cattivo tempo. Gli Americani sostengono questa alleanza con componenti anche arabe e turcomanne per la liberazione di Raqqa ma che, di fatto, è solo un gioco.Quando le grandi potenze sono sul tavolo già diventa più difficile mantenere i sani e buoni principi. Nel lungo periodo non so quale sarà il risvolto, credo però che non ci sarà nessuno Stato curdo (cosa che loro superano, mirando ad un’ideale di coesistenza), non penso che la Turchia lo concederà, anzi, penso che vi sarà un cambiamento demografico che minerà il futuro del confederalismo democratico, cambiamento che sta già avvenendo non solo nel Rojava ma in tutta la Siria.

    Chi sono i vincitori a questo punto della guerra siriana?
    I vincitori della guerra sono sicuramente Putin, Assad, il regime iraniano e lo stesso Erdogan. Ma alla fine, nella situazione siriana, i veri perdenti sono i ragazzi e le ragazze che nel 2011 scendevano in piazza a chiedere libertà, giustizia e dignità. Gli stessi che definiscono Assad come “male minore”, si dimenticano le richieste del popolo e del fatto che lì c’è un regime. Per me, i vincitori sul tavolo geopolitico sono questi, ma qua nessuno è un vincitore perché di fatto è il popolo siriano ad aver perso, migliaia di persone sono rimaste sfollate all’estero e molti altri non torneranno più. Come fai a tornare quando la tua abitazione è stata occupata o quando nella tua famiglia c’è un disertore ricercato dal regime di Assad?

    Yaldes Devris

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