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Il Calcio nero 

Il polverone mediatico sollevato negli ultimi giorni riguardante la vicenda di Anna Frank ha messo in luce un problema esistente da anni nelle tifoserie di Serie A: il fascismo. Durante la partita con il Cagliari, un gruppo di tifosi laziali presente in Curva Sud ha diffuso e attaccato alle vetrate del settore un’immagine raffigurante Anna Frank, simbolo dell’olocausto ebraico, con indosso la maglia della Roma. Dopo la diffusione delle immagini c’è stato un dibattito dilagante su Facebook, dove spesso si è incappati in banalizzazioni e generalizzazioni. Immediata è stata la condanna della comunità ebraica di Roma e del Presidente della Lazio Claudio Lotito che ha “dovuto fare una sceneggiata” (come da lui sostenuto) per ripulire l’immagine della società laziale infangata dall’anti-semitismo.
La tifoseria romanista “vittima dell’attacco” è divisa su due fronti: c’è chi ha condannato rigorosamente il fatto accaduto e chi ha ritenuto che sia stato alzato un polverone eccessivo per un semplice atto di goliardia, non considerando, come è giusto che sia, l’attributo “ebreo” come un’offesa.
Per quanto riguarda la tifoseria laziale, molti si sono sentiti etichettati con aggettivi che non corrispondono al vero, perché se è noto che all’interno della Curva Nord ci sono molti militanti di partiti di estrema destra è anche vero che non tutti lo sono, e quest’ultimi si trovano da anni ad essere attaccati per idee che non gli appartengono.
L’accaduto ha sollevato varie domande. Le Curve degli Stadi italiani sono così intrise di fascismo e xenofobia? I gruppi ultras sono quasi tutti interamente politicizzati? E qual è il gruppo politico più rappresentato?
Per rispondere ad alcune di queste domande dobbiamo analizzare l’ultimo Rapporto (“Fotografia dell’andamento delle manifestazioni sportive” della stagione 2014/2015) emanato dall’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Ovviamente i numeri negli ultimi due anni sono cambiati, ma questi dati ci forniscono un’idea generale sul tifo organizzato italiano da non sottovalutare. Secondo l’ultimo censimento in Italia risultano attivi ben 382 club tra le serie professionistiche e le tifoserie di 151 di essi hanno manifestato un orientamento politico. Tra queste, 40 gruppi sono orientati verso l’estrema destra; 21 verso l’estrema sinistra; 45 tifoserie hanno una connotazione genericamente di destra e 33 genericamente di sinistra. Infine 12 tifoserie si ritengono miste.
Andando più nel dettaglio, 17502 tifosi risultano appartenere a gruppi politicizzati di cui 3725 di estrema destra e 2045 di estrema sinistra, il resto si attesta su fronti più moderati da ambo le parti. Ma il numero dei tifosi apolitici è 22126, di gran lunga più alto rispetto a chi si identifica in una determinata frangia politica. Per quanto riguarda le tifoserie orientate su posizioni politiche estreme, soltanto una limitata parte di loro si dice militante attiva di Partiti e movimenti politici (i più rappresentati sono Casapound, Forza Nuova, Skinheads e Lega Nord), mentre la maggioranza si definisce semplicemente “simpatizzante”.
La differenza politica tra due tifoserie di solito amplifica lo scontro e l’odio tra esse, mentre spesso alla base dei “gemellaggi” tra tifoserie avversarie c’è proprio l’affinità politica che le accomuna. Comunque sono molti i casi di tifoserie nemiche appartenenti alla stessa ideologia politica che sono arrivate più volte allo scontro.
Vi sono infine i gruppi ultras misti uniti dalla “fede calcistica” che tengono da parte, spesso con fatica, le proprie idee politiche per il bene del tifo e per sostenere la squadra di calcio da loro supportata.
Tra le tifoserie storiche appartenenti a idee e gruppi di estrema destra, presenti nel calcio italiano, ci sono quelle dell’Hellas Verona, della Lazio e dell’Atalanta.
Il filo che unisce politica e calcio è molto complicato e non sempre è facile fare un’analisi attenta senza cadere in stereotipi e banalizzazioni. Possiamo dire con certezza però che la presenza di gruppi fascisti e nazisti tra i tifosi delle squadre di calcio è nota ma non è soltanto un fenomeno nostrano, bensì di caratura internazionale. Non esiste campionato di calcio che non abbia tra i suoi tifosi militanti di estrema destra, anzi, paradossalmente in Italia il fascismo e il nazismo nelle Curve ha una diffusione minore rispetto ai Paesi dell’Est Europa. Basta pensare alle tifoserie del Wisla Cracovia, Levski Sofia, Den Haag, Legia Varsavia per capire come l’intreccio tra violenza, nazismo e tifo sia fitto e difficile da contrastare. Misure incisive per affrontare questo fenomeno sono state intraprese da Florentino Perez, Presidente del Real Madrid, che negli ultimi anni ha portato avanti una compagna per espellere e allontanare dal “Santiago Bernabeu” gli Ultras Sur, nostalgici del franchismo.
Negli ultimi anni difficilmente assistiamo a episodi di violenza fisica negli Stadi italiani, infatti gran parte degli scontri avvengono nelle vie limitrofe al di fuori delle strutture, ma assistiamo spesso, purtroppo, a fenomeni altrettanto sgradevoli. La vicenda di Anna Frank è soltanto la punta dell’Iceberg di attacchi discriminatori sempre più diffusi soprattutto a danno di giocatori di colore.
Se da una parte bisogna condannare gesti estremi e attacchi razzisti, dall’altra non si può pretendere di mettere a tacere il tifo organizzato che si nutre principalmente di “sfottò” e goliardia.
Nell’ultimo anno è stata portata avanti dalle forze dell’ordine una campagna repressiva, spesso eccessiva, contro gli ultras (specialmente quelli romani e laziali) attraverso multe, sanzioni e daspo erogati con l’unico scopo quello di punire una determinata tifoseria. Questo clima ha favorito l’aumento di una tensione perennemente presente tra tifosi e forze dell’ordine che non aiuta a risolvere il nocciolo della questione: la violenza nera negli stadi.
Invece di collaborare per individuare e isolare i gruppi fascisti violenti si continua a portare avanti un’azione repressiva che colpisce anche chi va allo stadio con l’unico obiettivo di vedere e tifare la propria squadra.
Negli ultimi anni la parola “ultras” ha assunto una connotazione estremamente negativa perché associata, spesso anche senza alcun fondamento, agli atti di violenza che vediamo durante le domeniche di campionato. Il binomio ultras-violenza non ha fatto altro che alimentare l’astio nei confronti delle tifoserie delle squadre italiane e spesso si cade in generalizzazioni che non ci permettono di analizzare lucidamente la questione. Gli ultras sono anche quelli che spendono soldi e tempo per andare ogni settimana allo Stadio a sostenere la propria squadra del cuore, sono quelli che fanno lunghi viaggi in tutta la penisola per andare in trasferta in nome di una fede, quella calcistica, che ha una forza potentissima. Sono coloro che danno vita con striscioni, bandiere e bandierine a coreografie che ci lasciano a bocca aperta e che fotografiamo dalla tribuna postandole la sera stessa sui social. Se si portano via gli ultras dagli Stadi il calcio perde quel sapore tradizionale e caratteristico che lo distingue dagli altri sport e che lo rende unico. Ovviamente, tale passione di tifo non deve essere vissuta come una violenta valvola di sfogo dallo “stress” quotidiano e determinati atteggiamenti di singoli individui non possono e non devono essere tollerati. Sono questi ultimi violenti a dover essere isolati e espulsi dagli Stadi italiani.
Ritornando infine alla vicenda di Anna Frank, si è portato avanti un clamore senza precedenti che in certi sensi ha portato anche ad atteggiamenti un po’ esasperanti come ad esempio la lettura di una pagina del famoso e struggente “Diario di Anna Frank” all’inizio di ogni partita di serie A. Tutto ciò è stato eccessivo, non perché il gesto commesso da quei tifosi fosse tollerabile ma per il semplice fatto che non è questa la risposta al problema. Sarebbe più opportuno avviare un processo di “educazione al tifo” con i bambini e gli adolescenti delle scuole calcio, che un domani popoleranno e vivranno lo Stadio. Basterebbe allontanare dagli spalti dilettantistici quei genitori che durante le partite dei propri figli insultano quelli della squadra avversaria dando il cattivo esempio non soltanto a coloro che assistono alla partita ma anche a chi sta in campo. Un percorso educativo volto all’antifascismo, al rispetto e al fair play da attuare nelle scuole, nei licei e nei campi di calcio ha un risvolto pratico più concreto rispetto ai soliti gesti di facciata che spesso si rivelano anche controproducenti.
Instaurando un dibattito serio tra il CONI, la FIFA e i club di Serie A il fenomeno della violenza nera negli Stadi e più in generale nei circoli sportivi po’ essere limitato e di sicuro avremmo risparmiato la “famosa sceneggiata” al signor Lotito.

Youssef Hassan Holgado

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