Migranti, giovani, precari, ambiente|venerdì, ottobre 20, 2017
Ti trovi qui: Home » Campagne » #MurieConfini » Referendum catalano: Le ragioni del “Sì”

Referendum catalano: Le ragioni del “Sì” 

In queste interviste daremo spazio a chi ha votato “Sì” al referendum indipendentista catalano. La questione è complicata e ci sono tantissimi dibattiti e discussioni da ambe le parti, proprio per questo cerchiamo di capire meglio le motivazioni che hanno spinto i catalani a votare a favore dell’indipendenza della Catalogna. La prima intervistata è Marina, immigrata i  Inghilterra e direttrice risorse umane in un’azienda catalana.

Marina com’è percepita la questione catalana nel Regno Unito?
Le percezioni sono diverse tra le varie parti: la Scozia e il Galles solidarizzano con noi per ciò che cerchiamo di difendere. Mentre nel Regno Unito non sono favorevoli all’idea di una Catalogna indipendente, ma non concepiscono il modo in cui Rajoy sta rispondendo. Non capiscono perché non si siede a un tavolo invece di andare muro contro muro. Comunque in generale bisogna dire che la questione non sembra essere molto rilevante per l’opinione pubblica britannica.

Credi che la democrazia sia in pericolo in Spagna? Perché?
Molte persone in Spagna sono preoccupate dal comportamento dei governi popolari negli ultimi anni. Parlando della Catalogna, in particolare con gli ultimi avvenimenti, diritti come quello della libertà di parola e quello di voto sono stati calpestati. Ma c’è di più: il Governo spagnolo ha gettato fango su vari esponenti indipendentisti della Catalogna come Xavier Tras e Artur Mas durante le recenti elezioni e negli ultimi giorni è stato scoperto dai media un piano per screditare tutto il movimento pro-indipendenza con l’obiettivo di delegittimare le nostre richieste. Infine si sta cercando di raccontare all’estero che le nostre proteste sono violente così da legittimare l’incremento delle forze di polizia in Catalogna.

Perché pensi che la Catalogna debba essere uno stato indipendente?
Mi sono sempre sentita catalana e credo che il nostro popolo debba decidere autonomamente il proprio futuro. Ma non sono sempre stata indipendentista. Ho cambiato idea perché il governo spagnolo si è sempre comportato in modo scorretto con la Catalogna cercando continuamente di metterla in secondo piano. Un esempio, tra i tanti, può essere il “Mediterrean Railway Corridor” un’infrastruttura per collegare Gibilterra con l’Europa Centrale che inizialmente doveva passare per la Catalogna, ma che la Spagna ha chiesto all’UE di spostare lungo una linea passante da Saragozza e Madrid. Credo che quando non c’è né rispetto né amore sia meglio lasciarsi e il mio è un sì alla Catalogna libera, ai rischi, al futuro e a una società migliore.

Cosa pensi delle proposte del PSOE e di Podemos?
Parlando di Podemos credo che siano gli unici favorevoli a lasciar esprimere il nostro popolo e hanno assunto posizioni simili a quelle del vecchio PSOE. Il problema è che le loro idee potranno trovare applicazione solo nel momento in cui andranno al governo, ma la Catalogna non può più aspettare che la Spagna cambi atteggiamento e lasciarsi maltrattare per altri anni. Il PSOE invece credo sia dalla parte sbagliata, ormai sembra ripiegare su ciò che decidono a destra e personalmente ormai non vedo differenza fra loro e i popolari.

Cosa pensi accadrà all’economia catalana una volta che sarete indipendenti?
Nessun inizio è facile nella vita. Sicuramente ci troveremo ad affrontare momenti difficili, ma l’economia catalana è forte e abbiamo professionisti che sapranno affrontare la situazione. Inoltre vogliamo rimanere nell’Unione Europea e avere l’Euro come moneta. Siamo consci dei rischi a cui andiamo incontro, ma crediamo di poter dare il nostro contributo a livello internazionale. Siamo un paese con un’economia molto dinamica come le sue persone.

Se la Catalogna tornasse indipendente saresti più attratta dall’idea di tornarci a vivere?
Scelte come quelle di dove vivere sono dettate dal lavoro e per ora nel mio campo c’è più lavoro in Inghilterra che in Catalogna. Ad ogni modo sicuramente l’idea di tornare in una Catalogna indipendente mi attirerebbe molto, ma credo che dobbiamo prima di tutto confrontarci su quello che succederà dopo il primo ottobre.

Il secondo parere è di Natxo Monsterrat ingegnere informatico che vive a Cervellò, distante a soli 20 km da Barcellona.

Natxo com’è la situazione in Catalogna e a Cervellò?
La situazione è che il Governo spagnolo per fermare il referendum sull’indipendenza sta violando i nostri diritti. A cominciare dall’irruzione nel Dipartimento economico della Generalitat lo scorso mercoledì. La polizia ha chiuso decine di siti web, impedito di attaccare manifesti e arrestato persone solo perché informavano ai cittadini su come votare. A Cervellò il sindaco è anti referendum e si potrà votare solo nei luoghi della Generalitat de Catalunya (il governo catalano).

Credi ci sia una differenza tra come la situazione è percepita a Barcellona e come è percepita nel resto della Catalogna?
No la situazione è la stessa in tutte le province della Catalogna. Forse a Barcellona è più sentita perché c’è più gente e perché gli uffici della Generalitat sono lì. Ma ovunque stiamo combattendo per vedere applicati i nostri diritti e siamo anche supportati da altre realtà come Bilbao e Madrid. Per esempio a Lerida i contadini hanno messo di traverso i trattori per non far arrivare i rinforzi della polizia spagnola a Barcellona.

Hai preso parte a qualche manifestazione? Ci puoi descrivere il clima?
Ho partecipato al “sit-in” di fronte al Dipartimento economico della Generalitat a Barcellona lo scorso mercoledì. È stata una protesta pacifica cantavamo e chiedevamo di poter votare democraticamente il primo ottobre.

Perché volete essere indipendenti dalla Spagna?
Non c’è nulla di nuovo. Per anni il Governo centrale ha infranto i nostri diritti, la nostra autonomia è molto limitata e tutto deve essere autorizzato da Madrid. È per questo che il 12 settembre 2012 un milione e mezzo di persone sono scese in strada. Vogliamo essere indipendenti per ragioni economiche, perché rappresentiamo il 16% della popolazione spagnola e il 20% del suo PIL, ma questa ricchezza non viene redistribuita nel nostro territorio per aumentare la qualità dell’istruzione e del sistema sanitario. Inoltre non vogliamo essere parte di uno dei Paesi più corrotti dell’UE (anche se sappiamo che ci sia corruzione anche in Catalogna). Infine per preservare la nostra lingua e la nostra cultura che sono state perseguitate per anni dal Governo spagnolo.

Cosa pensi della proposta di Podemos e PSOE?
Credo che il problema non sia di indipendenza, ma di democrazia. Penso che entrambe siano tardive e che i due partiti abbiano cambiato nel corso di questi giorni la propria opinione. La decisione di Rajoy di usare la violenza contro coloro che manifestano liberamente e pacificamente il proprio pensiero ha polarizzato gli estremi. Non è una lotta tra noi catalani che nonostante le differenze viviamo in armonia (anche se alcuni media cercano di manipolarla in tal senso) ma tra il popolo catalano e il governo Rajoy che ha ignorato per anni le nostre proteste e i tentativi di dialogo.

Cosa pensi succederà all’economia catalana in caso d’indipendenza?
Credo sia il momento di sogni, speranze e illusioni. Sogno un nuovo Paese con i politici più vicini alla gente e ai suoi bisogni reali. Tornando alla realtà credo che la Catalogna funzionerebbe meglio se potessimo utilizzare la ricchezza che produciamo per noi stessi. Onestamente l’inizio sarà in salita come tutti gli inizi e inoltre non è una separazione amichevole, ma l’economia catalana è forte. Siamo sì basati su turismo, ma anche sull’export (65 milioni nel 2016 ovvero 25% del totale spagnolo) e inoltre potremmo migliorarci fermando la “fuga dei cervelli”.

Da indipendenti volete rimanere nell’Unione Europea? Se sì non vi spaventano parole ostili come quelle di Angela Merkel?
Personalmente vorrei rimanere nell’Unione Europea credo sarebbe una cosa positiva sia per noi che per gli altri Stati membri. Ma in una Catalogna indipendente dovremmo poter far un referendum per decidere se entrare o meno. In ogni caso penso che dopo la Brexit, l’UE abbia più interesse ad attirare Paesi piuttosto che a farli andare via.
                     

                                                                                                                                                                                                                                              Interviste di Giunio Panarelli

Aggiungi commento