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    Restiamo umani: intervista a Egidia Beretta 

    Tempo di lettura: 6 minuti

    Vittorio Arrigoni è stato un attivista per i diritti umani e reporter per “Il  Manifesto“. in più di dieci anni è stato in Africa, Europa dell’Est e Palestina. È stato rapito e barbaramente ucciso da parte di un gruppo terroristico fondamentalista il 16 aprile del 2011, a Gaza.
    Durante la sua esperienza a Gaza, Vittorio ci ha fornito una testimonianza diretta di ciò che accadeva in quella terra nel corso dell’operazione militare israeliana Piombo Fuso. Tutti i racconti di quei giorni finivano con il suo motto preferito Restiamo Umani, motto che sarà ripreso come titolo del libro scaturito da quelli scritti. In quei giorni Vittorio scriveva in qualsiasi situazione: mentre prestava soccorso sulle ambulanze, mentre scappava dai bombardamenti e nei rari momenti di una pace apparente. Racconti che spiegano e denunciano le atrocità commesse da Israele che ha ucciso migliaia di civili innocenti (anche con bombe chimiche vietate dall’Onu) e raso al suolo tantissime case costringendo la popolazione a emigrare nei paesi vicini o ad avere come unico tetto delle grigie macerie.
    Proprio perché riteniamo che gli ideali di Vittorio e il suo messaggio di pace, non debbano mai smettere di essere diffusi abbiamo intervistato sua madre Egidia Beretta, che sta portando avanti il lavoro iniziato da suo figlio attraverso la fondazione Vikutopia e grazie al libro da lei scritto “Il viaggio di Vittorio”.
    Abbiamo avuto il piacere di intervistarla: 

    Innanzitutto la ringrazio per averci concesso questa intervista. Lei e sua figlia Alessandra avete fondato una Onlus: “Vikutopia”. Di che cosa vi occupate?
    La Vikutopia Onlus è una fondazione che cofinanzia dei progetti umanitari in diverse zone del mondo, appoggiandosi a sua volta a diverse associazioni già esistenti.

    Come mai avete scelto il nome Vikutopia?
    Perchè Vittorio spesso si firmava così, è un nickname che si era dato lui stesso; perché gli ideali che perseguiva si sono trasformati appunto in una utopia, in un irraggiungibile che però ci costringe a inseguirlo. L’utopia di Vittorio era quella di far sì che, per quanto possibile nelle situazioni che incontrava, la giustizia prevalesse sull’ingiustizia e che in questo modo si arrivasse a una pace vera.

    In che modo ha proseguito il lavoro di Vittorio e cosa l’ha spinta a farlo? 
    L’ho proseguito innanzitutto con il libro che ho scritto su di lui: “Il viaggio di Vittorio”. Dopodiché sempre attraverso il libro sono stata invitata in diverse parti d’Italia da varie associazioni e scuole perché Vittorio è diventato per molti giovani un punto di riferimento. È quello che avrebbe fatto lui.
    Allora sono diventata una piccola voce che parla di Vittorio e anche naturalmente della Palestina, anche perché di Palestina si tende a parlare molto poco, è quasi scomparsa dall’orizzonte dei mezzi di informazione.

    Una piccola voce, ma con grande potenza. A proposito della Palestina, come è nato in Vittorio un interesse cosi intenso che lo ha avvicinato a una terra cosi piena di conflitti?

    Dopo dieci anni di lavoro internazionale in diverse parti del mondo, soprattutto nell’Europa dell’est ma anche in Africa, Vittorio ha avuto questo incontro con la Palestina a 27 anni nel 2002 e da allora non l’ha più lasciata. La Palestina è diventata il luogo dove meglio poteva sviluppare la sua passione, come la definiva lui una “passione sfrenata per i diritti umani”.

    Appena vi ha comunicato la sua intenzione di andare a Gaza, voi in famiglia cosa ne avete pensato?
    Per noi non c’era da preoccuparsi troppo, era stato già in Palestina altre volte. Nel 2005 ha cercato di rientraci due volte, ma era stato fermato, picchiato, incarcerato, però non aveva mai perso la speranza e la voglia di poterci ritornare.
    Quando quelle due barche tentarono la traversata nell’agosto del 2008, lui non perse l’occasione e si unì a loro. Poi venne di nuovo arrestato e rimandato a casa, ma volle partire prima del natale del 2008 e rimase lì durante l’operazione “Piombo fuso”. In quei giorni c’era la paura perché sapevamo attraverso le sue parole e i suoi resoconti quello che accadeva veramente in quella striscia di terra.

    Sono stati giorni tragici, lei è riuscita a entrare in contatto diretto con lui?
    Qualche volta riuscivamo a sentirci ma per breve tempo, ho ricevuto due telefonate e sentivo proprio in quei momenti le bombe cadere. Noi eravamo intimoriti ma lui ci rassicurava dicendo che non correva più pericoli di quelli che correvano i gazawi. Anche per lui c’erano dei timori, però c’è stato sicuramente un grande coraggio, così come anche lo hanno avuto i suoi compagni, per salire sulle ambulanze e soccorrere i feriti, ma Vittorio ha fatto il suo dovere.

    11140414_949057301779193_7973685896152146135_nNel libro “Restiamo Umani” c’è una introduzione scritta da lei, in cui scrive: “Vittorio non è un eroe, non è un martire”. Chi è Vittorio Arrigoni?
    A questa domanda non posso rispondere con poche parole. Per capire chi è bisogna conoscerlo, leggere i suoi scritti, i suoi resoconti da Gaza. Io dico che è un ragazzo come gli altri, che però aveva sicuramente più degli altri questa grande passione per l’uomo, per l’umanità e che non si è accontentato di vivere una vita normale e ordinaria, ma che ha voluto cercare con tutte le sue forze di essere un portatore di giustizia. Può diventare un punto di appoggio e un punto di riferimento per quei giovani che incontro nelle scuole e che hanno gli stessi ideali ma che non hanno la forza di esprimerli perché soffocati dalla quotidianità. C’è una bellissima lettera scritta da Vittorio in cui diceva che non è necessario mettersi a fumare con la pipa di fronte a un carrarmato israeliano per dimostrare il coraggio dei propri valori, la Palestina può trovarsi anche fuori l’uscio di casa.

    Le faccio una domanda di respiro internazionale: secondo lei la Comunità internazionale, l’Onu, ma anche i singoli Stati sono troppo statici e fermi nel cercare una soluzione per la fine del conflitto che poi potrà portare all’instaurazione dello Stato della Palestina?
    Innanzitutto i vari Stati dovrebbero pretendere il rispetto dei diritti umani da parte di Israele. Questo significherebbe porre fine alla colonizzazione della terra, ai furti dell’acqua e alle detenzioni amministrative. Gli Stati dovrebbero alzare la voce più di quanto fanno oggigiorno e questo sarebbe un grande passo. Dopodiché devono essere i palestinesi a scegliere il loro governo e cosa vogliono fare, non dobbiamo essere noi occidentali a parlare di uno o due Stati.
    Incominciamo a far si che vengano rispettati questi diritti e poi si potrà andare a trattative dirette, perché è difficile immaginare che si possano mettere di fronte israeliani e palestinesi a pari diritti finché continueranno questi soprusi. Io la penso così e penso che sia così anche per Vittorio, senza pretendere ovviamente di sapere cosa sia il suo pensiero.

    Vorrei un suo commento riguardo il respingimento da parte di Israele degli aiuti umanitari portati dalla Freedom Flotilla, la nave composta da attivisti umanitari che qualche settimana fa è stata appunto respinta da Israele a largo di Gaza.
    Beh, oramai è un copione che si ripete sempre, Israele è la padrona del Mediterraneo perché riesce a fermare delle barche che sono in acque internazionali e ciò non va assolutamente bene. Anche in questo caso il silenzio delle diplomazie occidentali è pesantissimo.
    In fondo non si tratta che di portare un po’ di aiuto, ma soprattutto un po’ di speranza ai gazawi che sono condannati e rinchiusi, queste sono missioni esclusivamente umanitarie eppure fanno paura ad Israele, e io non me ne capacito del fatto che agisca indisturbata in questo modo.

    Il 27 dicembre del 2008 è incominciata l’operazione “Piombo Fuso”. Quest’anno ricorre l’ottavo anniversario, ha in mente qualche iniziativa?
    No, niente di particolare se non ricordare questa data ai miei conoscenti, ai miei amici, anche se non c’è nulla da ricordare se non la strage che c’è stata e le sofferenze che il popolo palestinese ha subito. Continue distruzioni, che poi si sono ripetute in modo più grave a mio avviso nel 2014 con l’operazione “Margine di Protezione”. Purtroppo nel 2014 non c’era Vittorio a raccontarci questa strage, la sua voce è mancata molto, è mancata a tantissimi perché i suoi racconti erano precisi, pieni di dolore e pieni di pietà per le vittime.

    Assolutamente! Per mia esperienza personale non le nego che leggendo il libro “Restiamo Umani” qualche volta è capitato di commuovermi.
    Eh si, anche a me succede ancora quando ogni tanto lo rileggo oppure quando rileggo alcuni pezzi nelle scuole o nei vari incontri.

    La ringraziamo molto per la sua disponibilità a concederci questa intervista e per tutto ciò che fa. Buona giornata!
    Grazie a voi!

    Youssef Hassan Holgado 

                                                                                                                                                                                                                              

     

     

    About the author: Youssef Hassan Holgado

    Nato il 2 settembre del 1995 a Salamanca, una piccola cittadina spagnola situata nella regione della Castilla y León. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, redattore di Generazione Zero da settembre 2016. Da gennaio 2018 occupo la posizione di Direttore Editoriale, continuando a fare del giornalismo la mia passione.

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