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    Briganti di Librino: il riscatto sociale e lo sport 

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    Il contesto urbano in cui viviamo ha degli effetti sulle relazioni sociali e, soprattutto, sui comportamenti degli individui, spesso non liberi di operare le proprie decisioni di natura esistenziale in maniera autonoma: il contesto sociale (la famiglia, gli amici), ma anche ambientale (il quartiere) condizionano, a volte in maniera decisiva, le scelte di ciascuno. D’altronde, se fossimo nati in una società tribale stanziata nella foresta amazzonica, non ci porremmo neanche il problema del progresso scientifico o dei confini nazionali. Allo stesso modo, le periferie delle città metropolitane non offrono ampie gamme di possibilità e, spesso, presentano ai ragazzi del quartiere un unico modello di contesto sociale, dai canoni immanenti: l’unica possibilità è, dunque, adeguarsi. Ciò è accaduto, soprattutto, perché le periferie sono state ignorate dal dibattito politico (fino a Papa Francesco), mentre imperava nella classe dirigente l’interesse esclusivo per il centro. Accade così, allora, che le periferie sono diventate luoghi di nessuno, dove l’unica regola sociale è la forza: sono divenute i centri di un ampio reticolato di malaffare che coinvolge per intero i quartieri e i suoi abitanti, dai più anziani ai più giovani, più o meno vicini, più o meno legati con le strutture mafiose che li governano. Ad avvalorare quanto detto basti citare i casi di Scampia, a Napoli, di cui è nota la narrazione cinematografica, e di Librino, a Catania.

    Prima follia: i Briganti

    Esco dall’università alle 19 e mi dirigo verso il bar, all’angolo con un viale alberato di Catania, dove ho appuntamento con Angelo Scrofani, studente universitario anche lui. Mi raggiunge a piedi, dopo aver parcheggiato la sua auto scassata poco più avanti e, sedendosi al tavolino, comincia a raccontarmi la storia del riscatto sociale di una parte del quartiere di Librino, a cui lui ha aggiunto, con il suo impegno, diversi capitoli. “Accanto al palazzo di cemento (probabilmente, la piazza di spaccio più grande e redditizia di Catania, ndr) è nato, nel 1995, il centro sociale Iqbal Masih- mi racconta Angelo- con l’intenzione di fornire un’alternativa ai ragazzini del quartiere, che già molto presto iniziano a spacciare, attraverso attività ricreative e doposcuola”. Mi racconta la storia di Iqbal Masih, dei motivi per i quali è stato scelto questo nome e delle varie attività che il centro proponeva, tra cui quella sportiva. “Per capire meglio come inizia il tutto, ti racconto una leggenda- sorride- degli animatori erano usciti per comprare dei palloni da basket con cui far giocare i ragazzi che frequentavano il centro e, invece, forse per errore o per scherzo, tornarono con dei palloni ovali”. Era il 2006, nasceva così la squadra di rugby dei Briganti di Librino. In un primo momento si allenano nel parcheggio antistante al centro sociale, perché il campo (che si trova di fronte al centro sociale) era in un profondo stato di degrado ed abbandono. IMG_7349“Il campo San Teodoro era stato costruito per le Universiadi del 1997– mi spiega Angelo– ma non fu mai completato. I lavori si protrassero fino al 2003, quando terminarono lasciandolo incompiuto. Considera che il San Teodoro doveva essere solo il campo di allenamento: quello per giocare le partite doveva sorgere alle spalle, dove tuttora c’è una collinetta”. Adiacente al San Teodoro c’è un campo di calcio a 7, anche questo abbandonato. “In un primo momento abbiamo deciso di utilizzarlo soprattutto per far giocare i piccolini: io, con la senior, ci andavamo solo ogni tanto ad allenarci lì e giocavamo in altri campi di Catania; qualche volta anche in un campo da baseball”.

    La seconda follia: liberare il San Teodoro

    L’idea funziona per qualche tempo, fino a quando, nel 2009, l’Amministrazione comunale concede, insieme all’utilizzo del Cibali, l’utilizzo di alcuni campetti di periferia alla società Calcio Catania. Tra quei campetti rientrava anche quello di calcio a 7 di Librino. “Il Calcio Catania fece un’inaugurazione, ma di fatto le attività non partirono mai del tutto e noi ci ritrovammo di nuovo senza campo”. Angelo, allora, mi racconta che iniziarono ad allenarsi in altri campi della città anche i ragazzini, i quali, come è ovvio, avevano difficoltà a spostarsi dal quartiere. “Per un po’ di tempo– prosegue Angelo– gli abbiamo dato i passaggi, ma non tutti potevano venire e non c’erano i posti per tutti, per cui qualcuno rimaneva a Librino e qualcuno ha lasciato la squadra”. Tra questi c’era anche un ragazzino, Giuseppe Cunsolo, che, dopo aver lasciato la squadra fu inglobato nel sistema criminale che vive e si alimenta del quartiere. “I bastardi (mafiosi, ndr) li prendono da piccoli e li mettono a spacciare, perché così hanno meno implicazioni dal punto di vista penale: due anni di riformatorio e via”. E così è stato per Giuseppe: arrestato a 11 anni, viene mandato per due anni in un riformatorio a Siracusa. “Quando è ritornato a Librino aveva 13 anni, io ci ho parlato e – in questo momento la sua voce si fa più bassa – mi è sembrato completamente stravolto. Qualche settimana dopo ha avuto uno strano incidente ed è entrato in coma. Una settimana prima che compisse 14 anni è morto”. È stata questa la spinta che ha portato i Briganti ad occupare il campo San Teodoro. “Era il 25 Aprile 2012, ma non era un’occupazione: era la liberazione, dall’incuria comunale, del campo San Teodoro”. La situazione della struttura era pessima: macerie, servizi inesistenti, vetri sfondati, “c’erano anche dei fori di proiettile sui muri: se compri la pistola nuova devi pur provarla”. I ragazzi del centro Iqbal Masik e dei Briganti si sono, allora, adoperati per sistemare la struttura: “da pitturare i muri a mettere i gabinetti (non ce n’era nemmeno uno)”. L’occupazione si conclude un anno fa, quando il Comune concede l’utilizzo di una parte della struttura ai Briganti. “La concessione riguarda– spiega Angelo– il rettangolo di gioco e una parte di terreno adiacente al campo, dove abbiamo avviato un progetto di orti sociali: ce ne sono attivi più di 60”. Restano ancora formalmente occupati gli spogliatoi e la club house (la sede della squadra, ndr), dove si sono trasferite anche le attività del centro Iqbal Masih, tra cui “la biblioteca sociale Librineria, frutto delle donazioni che abbiamo ricevuto”.

    La terza follia: sistemare il campo da gioco

    logo“Comincia adesso– la voce di Angelo si riempie di orgogli– quella che chiamo la “terza follia”. Devi considerare che il terreno di gioco non è stato mai realizzato (i lavori si erano bloccati nel 1997, ndr) ed è sostanzialmente la campagna di Librino che è molto argillosa: quando piove sprofondiamo fino alle caviglie, quando fa caldo è come giocare a rugby sull’asfalto, è molto dura”. L’idea è quella di raccogliere dei fondi per completare finalmente i lavori iniziati nel 1997 e rendere dignitoso il terreno di gioco del campo San Teodoro. I lavori sono molti, dallo strato di ghiaia per il filtraggio dell’acqua alla battuta di terra fino alla semina del prato, ed il costo è molto elevato (circa 100 mila euro), e “da soli non ce la facciamo: per questo abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding (raccolta fondi, ndr) su produzionidalbasso.com e stiamo organizzando diversi eventi, tra cui la festa dell’1 Maggio, e cene sociali. In questo il mondo del rugby ci sta aiutando parecchio: già il 6 giugno sarò a Milano per una cena sociale organizzata dalla squadra degli Old Chicken che devolveranno il ricavato alla causa dei Briganti di Librino”. Una sfida in più per i Briganti abituati a conquistarsi i meriti sul campo con il duro lavoro e la fatica richiesti da questo sport, ma, soprattutto, per Librino, un quartiere che, nonostante le difficoltà sociali e strutturali che vive, trova sempre la forza di lottare per migliorare la propria condizione (nella speranza che Verga abbia torto).

    Simone Lo Presti

    About the author: Simone Lo Presti

    Ho iniziato a scrivere per Generazione Zero nell'aprile del 2011 spinto dal bisogno e dal coraggio di guardare il mio territorio con occhi curiosi mai paghi delle belle parole, ma desiderosi di osservare i fatti. Ho imparato, così, che un buon giornalista deve stare dentro la notizia e raccontare i fatti da quella prospettiva.

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