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    Occupazioni e autogestioni in Uruguay: parla il senatore Daniel Placeres 

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    Daniel Placeres è un ex operaio e sindacalista uruguaiano, attualmente senatore del Frente Amplio, il partito di governo del Paese. Placeres è stato tra i principali protagonisti dell’occupazione della Cristalerias del Uruguay, una fabbrica di vetro dismessa, rimessa in piedi sotto il nuovo nome Envidrio, grazie all’autorecupero e all’autogestione da parte degli operai stessi. Attualmente vive e lavora nella stessa fattoria dell’ex presidente José Mujica, nella periferia di Montevideo. Lo intervistiamo durante la festa per i due anni dell’occupazione di via Tor de Schiavi 101, a Roma.  

    Per quale motivo si trova in Italia in questi giorni e come è venuto a conoscenza dell’occupazione di via Tor de schiavi 101 a Roma?
    Sono stato invitato dal CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, una federazione di 250 organizzazioni del terzo settore che si occupa di sociale e di volontariato, ndr).

    Per la legge italiana, l’occupazione di immobili è considerata reato, anche se in alcuni casi, quando ci sono famiglie con bambini piccoli, come nell’occupazione in cui ci troviamo, i tribunali possono applicare una depenalizzazione. Come si comporta la legge uruguaiana in tema di occupazione di immobili?
    In Uruguay è uguale. A partire dall’occupazione di un terreno la gente si organizza e progetta le proprie abitazioni. Dopodiché i governi municipali, con l’aiuto del Ministero di Vivienda (Proprietà, ndr), spostano gli occupanti in altri edifici statali. Ove ciò non sia realizzabile immediatamente, i municipi cercano di dare un servizio adeguato per gli occupanti, fin quando non è possibile inserirli in altre proprietà.
    In Uruguay esiste il diritto alla proprietà privata ed è lì che sta il reato! Quando qualcuno occupa un immobile, il proprietario ordina di far uscire le persone anche con la forza, ma quando iniziano ad esserci famiglie con bambini, si crea un buon senso comune o almeno dovrebbe crearsi. In Uruguay c’è una forte solidarietà da parte dei governi municipali che, nella maggior parte dei casi, mantengono viva quell’occupazione se non c’è una soluzione rapida per trasferire le persone in un altro sistema di abitazione.
    A volte è successo che i proprietari che volevano vendere le proprie terre dessero impulso ad alcune occupazioni, cosicché i proprietari stessi potessero vendere le loro proprietà allo Stato con delle negoziazioni più facili e favorevoli. Questo era un “trucco” abbastanza diffuso, ma da quando si è insediato al potere il Frente Amplio, questi fenomeni sono man mano spariti e al giorno d’oggi è difficile che i proprietari facciano entrare degli occupanti nelle proprie terre.
    Il Ministero de Vivienda, il Ministero per il Sociale e la municipalità lavorano insieme per dare vita a delle riforme sulle politiche sociali per la casa. Da qualche anno, opera sul territorio, una organizzazione molto importante, la FUCVAM (Federacion Uruguaya de Cooperativas de Vivienda) che lavora a stretto contatto con il governo seguendo uno schema ben preciso: lo Stato mette a disposizione di chi ne ha bisogno delle proprietà presenti in un certo terreno, e all’inizio le persone, anziché pagare con i propri soldi, pagano con ore lavorative per costruire loro stessi le abitazioni. Tutto ciò è attuato sotto il controllo di architetti e capicantiere.

    Che tipi di occupazione ci sono in Uruguay e in che cosa si assomigliano o si differenziano rispetto a quelle di Roma o più in generale d’Europa?
    Noi non possiamo parlare molto dell’Italia perché siamo venuti qui solo quattro giorni fa e ci vorrebbe coraggio per parlare della situazione di Roma senza sapere come è veramente. Noi viviamo in un paese poco popolato, con 3 milioni e 400 mila abitanti circa: è come avere Roma dentro un Paese di 176 mila km quadrati. Siamo una popolazione molto piccola per un Paese molto esteso, che vive generalmente di produzione agricola e sta modificando negli ultimi anni il proprio sistema energetico basandolo su fonti di energia alternativa. Siamo riusciti a produrre il 40% dell’energia del Paese tramite fonti rinnovabili e sotto questo aspetto stiamo facendo un cammino molto importante. Stiamo cercando di far nascere e aiutare, nelle zone industriali del paese, quelle aziende che hanno un potenziale mercato, per lanciarle nel loro settore promuovendo politiche cooperative e di autogestioneIl governo di Tabarè Vazquez nel suo primo anno, nel 2005, cercò di far diminuire la disoccupazione che aveva raggiunto livelli abbastanza alti, costringendo molta gente ad emigrare, tramite il recupero delle imprese. Nel 2010 il presidente Mujica diede vita ad un fondo per le imprese che si trovavano in grande difficoltà; col nuovo governo di Tabarè Vazquez, questo fondo di circa 100 milioni di dollari provenienti dalla finanza pubblica si sta trasformando in una vera e propria legge. Il 50% del fondo viene distribuito tra le piccole e medie imprese mentre la restante metà va a finanziare i processi cooperativi e di autogestione delle aziende. In questo momento stiamo cercando di fare una riforma costituzionale proprio sul tema della proprietà privata. Sappiamo che la concezione della proprietà è cambiata negli anni e oggigiorno non è possibile che un padrone abbia una moltitudine di terre abbandonate quando c’è molta gente che ha bisogno di una casa. Ora vedremo quando il Parlamento sarà disposto a discutere su questa riforma e a rendere la proprietà un bene collettivoIn Argentina sotto questo aspetto sono più avanzati, dato che hanno approvato una legge nel campo industriale che prevede che se un imprenditore chiude la propria azienda, gli operai possono continuare a lavorare, inviando una notifica al Parlamento che decide se approvare o meno la loro richiesta.

    In Italia, il fenomeno dell’occupazione non riguarda solo i cittadini italiani, ma include anche quelli stranieri. Com’è la situazione in Uruguay? Esistono flussi migratori che entrano nel Paese e che possono generare casi di occupazioni abitative?
    L’Uruguay è un paese di libero transito, chi vuole entrare basta che lavori e faccia la domanda per la cittadinanza. Non c’è un’immigrazione così massiccia da far sì che ci siano occupazioni abitative gestite da immigrati.
    Nel nostro Stato c’è un’immigrazione pianificata, ad esempio abbiamo accolto diverse famiglie siriane con tanti bambini, solo che prima di farle entrare nel paese abbiamo procurato loro un alloggio sicuro e stabile, e, una volta stanziati, abbiamo garantito loro un buon livello di istruzione della lingua affinché potessero integrarsi al meglio nella società.
    Dato che non abbiamo un grande numero di immigrati che entrano nel nostro Paese abbiamo maggiori possibilità di attuare un’immigrazione pianificata del genere.
    Ad esempio siamo anche riusciti ad accogliere, tramite un’attenta pianificazione con gli Stati Uniti, sei persone che erano state prigioniere a Guantanamo.

    Intervista di Youssef Hassan Holgado e Giuseppe Cugnata

    About the author: Giuseppe Cugnata

    Giuseppe Cugnata, nato a Ragusa nel 1995, ma cresciuto a Chiaramonte Gulfi, studia Scienze politiche e relazioni internazionali presso l'università La Sapienza di Roma. Nell'aprile 2012 comincia la sua attività giornalistica all'interno de “Il Volantino Indipendente”, foglio d'informazione redatto nella cittadina stessa di Chiaramonte. Nell'agosto del 2012 inizia a scrivere per Generazione Zero, curando, in particolare, l'immigrazione e gli esteri. Nel 2013 inizia la sua attività da videomaker amatoriale. Il 29 aprile 2014, Rai 3 trasmette una sua clip sulle agromafie: "Agromafie: dal produttore al consumatore". Dal gennaio 2015 è direttore editoriale di Generazione Zero. I suoi articoli sono apparsi anche su I Siciliani Giovani.

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