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    La frontiera romana – “La vita all’interno dell’occupazione” 

    Tempo di lettura: 4 minuti

    Per raggiungere il quartiere di Centocelle partendo dal centro, bisogna oltrepassare i binari che partono dalla stazione Tiburtina. Non c’è molta strada e l’autobus ci impiega pochi minuti, ma passando sopra a quell’intrico di rotaie, capannoni industriali e campi incolti, si ha quasi la sensazione di immergersi in piena periferia.

    Con l’avanzare dell’emergenza abitativa, molte famiglie della Capitale, pur di evitare di dormire per strada, sono state costrette ad occupare abusivamente degli immobili pubblici dismessi. Tra questi c’è il palazzo di via Tor de Sciavi 101, di proprietà dell’Acea, che l’aveva tenuto in funzione solo fino al 1999. Vado a visitarlo insieme a Salvatore, videomaker di Generazione Zero.

    Mentre ci avviciniamo al palazzo, sentiamo un gran vociare di bambini. Attraversiamo il grande portone di ferro ed entriamo nel cortiletto interno. Ad accoglierci c’è Rudy Colongo, presidente dell’associazione “I Blu” che opera per i diritti degli immigrati. Ci presentiamo. Rudy coordina l’occupazione dall’ottobre 2013. Mentre ci porta a fare un giro per le stanze del palazzo, ci racconta la storia dell’occupazione: “Qui abitano venti famiglie, per un totale di quaranta adulti e venti bambini. Ci sono persone da tutte le parti del mondo: ecuadoregni, peruviani, etiopi, rumeni, rom e italiani. All’inizio qui era tutto abbandonato: le pareti, i soffitti, i bagni, ogni cosa è stata ristrutturata dagli occupanti con fondi propri.” Scendiamo le scale. Rudy ci porta nel suo piccolo ufficio e tira fuori da un cassetto alcune fotografie: mostrano le condizioni del palazzo prima dell’occupazione: “vedi qui -indica col dito sulla foto- anche i cornicioni abbiamo dovuto rifare perché erano a pezzi. Sappiamo di non poter essere giustificabili, ma stiamo solo cercando di stare in un ambiente vivibile. All’inizio è stato difficile, ma poi siamo riusciti ad integrarci benissimo con la gente del quartiere.” Ed effettivamente sembra che il clima nella zona si sia piuttosto riequilibrato, tanto che per questa mattina è stata organizzata la premiazione del torneo di calcio multietnico che ha visto sfidarsi le associazioni per il diritto alla casa e gli occupanti del palazzo divisi per nazionalità.

    Usciamo fuori dal palazzo e nel frattempo il cortile si sta popolando di gente. C’è anche Benedetta Piola Caselli, avvocato del foro di Roma, a cui chiedo qualche chiarimento sul reato di occupazione abusiva e che mi spiega che l’articolo 633 c.p. (invasione di terreni ed edifici) è stato depenalizzato nella sua forma semplice e perseguibile a querela (nel senso che rimane un illecito amministrativo, con una pena che dovrà essere stabilita fra i 5.000 e 50.000 euro), ma rimane reato nella sua forma aggravata, quando cioè l’edificio e’ occupato da più di cinque persone di cui almeno una armata, o da più di dieci persone anche senza armi; o quando vi sia violenza o minaccia alla persona che possiede l’immobile.

    È pero’ vero che, nel caso di alcune occupazioni abitative di emergenza, specialmente quando vi siano bambini, anziani o invalidi-come in questo caso- alcuni Tribunali hanno riconosciuto la scriminante dell’articolo 54 c.p., che rende non punibile chi abbia commesso il reato per salvare sè o altri da un pericolo attuale di danno alla persona, non altrimenti evitabile.

    Uno dei punti più critici della legislazione è invece la L. 80/14, che ha convertito il DL 47/14 “Misure urgenti per l’emergenza abitativa”, meglio noto come “Decreto Lupi” o “Piano casa”, che prevede, in primo luogo, che gli immobili occupati abusivamente non possano ricevere l’allaccio a luce e gas; in secondo luogo, che coloro che occupano una struttura di edilizia popolare non possano fare richiesta per la casa popolare per cinque anni dall’accertamento dell’occupazione abusiva; in terzo luogo, che gli occupanti abusivi non possano richiedere la residenza. In particolare, quest’ultima norma, contenuta all’art. 5 del testo di legge, è la più dolente, dato che, in questo modo, coloro che occupano abusivamente un immobile vengono privati del diritto di voto, del diritto allo studio dopo la scuola dell’obbligo, del diritto a ricevere assistenza medica non emergenziale e del diritto ad ottenere la cittadinanza italiana, ossia di tutti quei diritti che possono essere esercitati solo se in possesso della residenza.

    Mentre parliamo è arrivato anche don Paolo Lojudice, che appena un paio di giorni prima è stato nominato vescovo della Diocesi di Roma per il settore sud. Sarà lui a premiare i vincitori del torneo multietnico. Con Renato Rizzo, della segreteria romana dell’Unione Inquilini, invece, ho modo di discutere dei progetti alternativi che possano fornire una soluzione lecita all’emergenza abitativa, come, ad esempio, l’“autorecupero”. Si tratta di quel piano disposto dalla legge della Regione Lazio 55/1998 che prevede il recupero di immobili dismessi: l’amministrazione comunale, la Provincia o la Regione individuano gli immobili adatti all’intervento di autorecupero e stilano il computo delle opere da eseguire, dopodiché, l’immobile viene affidato ad una cooperativa di autorecupero. I lavori inerenti le parti strutturali dell’edificio rimangono sotto la competenza dell’ente pubblico, mentre la ristrutturazione degli interni viene affidata alla cooperativa. Infine la cooperativa affida le singole abitazioni ai propri soci inquilini. Gli oneri anticipati dai soci inquilini per realizzare i lavori vengono scomputati dai canoni da versare all’ente pubblico. A Roma si contano già diversi interventi di autorecupero andati a buon fine.

    Mentre discuto con i miei interlocutori si è fatta l’ora di pranzo e l’odore della carne alla brace e del vino si è fatto irresistibile. Metto via il taccuino e decido di chiudere qui le interviste, mentre nell’aria risuona uno stereo che manda le note di una canzone latinoamericana.

     

    Giuseppe Cugnata

     

    About the author: Giuseppe Cugnata

    Giuseppe Cugnata, nato a Ragusa nel 1995, ma cresciuto a Chiaramonte Gulfi, studia Scienze politiche e relazioni internazionali presso l'università La Sapienza di Roma. Nell'aprile 2012 comincia la sua attività giornalistica all'interno de “Il Volantino Indipendente”, foglio d'informazione redatto nella cittadina stessa di Chiaramonte. Nell'agosto del 2012 inizia a scrivere per Generazione Zero, curando, in particolare, l'immigrazione e gli esteri. Nel 2013 inizia la sua attività da videomaker amatoriale. Il 29 aprile 2014, Rai 3 trasmette una sua clip sulle agromafie: "Agromafie: dal produttore al consumatore". Dal gennaio 2015 è direttore editoriale di Generazione Zero. I suoi articoli sono apparsi anche su I Siciliani Giovani.

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