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    La strage pugliese 

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    Il territorio pugliese si è da sempre sviluppato grazie all’agricoltura, specialmente quella dell’ulivo. Infatti qui 270mila imprese producono il 30% di tutto l’olio italiano, 522 milioni di euro, ed ovviamente il prodotto è di qualità: un olio DOP esportato in tutto il mondo, equivalente al 9% del nostro export. Cifre queste che ci fanno capire quanto sia il grande il numero delle persone che riescono a vivere grazie a questo frutto della terra e che adesso vedono il proprio futuro sempre più incerto.

    Molti ulivi stanno infatti morendo per una malattia chiamata Complesso del disseccamento rapido dell’olivo: vengono ostruiti i vasi xilmeatici e la linfa non riesce ad alimentare la pianta. La causa è dovuta alla presenza di un batterio introdotto nell’albero da un insetto simile ad una cicala, la Xylella fastidiosa. Sono stati rilevati anche un fungo, il Phaeoacremonium, e un secondo insetto, la Zeuzera pyrina, che avrebbero potuto essere la causa della malattia, ma il problema più grande sembra essere la Xylella che per la prima volta viene individuata in Europa.

    È stata dunque creata una task force di scienziati per combattere l’avanzata della malattia, ma proprio per la rarità della patologia in molti sono rimasti spiazzati e, dato che la Xylella fa parte di una lista europea per gli organismi da quarantena redatta dall’EPPO (European and Mediterranean Plant Protection Organisation), la Comunità Europa, la Regione Puglia e il CNR hanno preso la scelta più drastica: eradicare gli alberi malati e usare grandi quantità di pesticidi.

    Diversi ulivi, tra i quali anche piante secolari, sono stati abbattuti e questo ha chiaramente sollevato un grido di protesta da parte degli agricoltori, delle associazioni e dei comitati i quali sono stati affiancati anche dall’Università del Salento proprio perché si pretendono degli studi scientifici più approfonditi e certi prima di procedere con tale scelta. Altre soluzioni meno invasive sono già state proposte, come, ad esempio, quella che prevede l’irroramento di sostanze biologiche per contrastare la Xylella: si tratta di una tecnica semplice e molto diffusa fra gli agricoltori che consiste nell’immissione nella pianta di ‘poltiglia bordolese’ (un prodotto ottenuto dal rame) e calce, e che sembra già dare i primi risultati, dato che le piante tornano ad avere le gemme a fiore.

    Il dibattito è dunque ancora molto acceso e fra le varie posizioni prese una è sbalorditiva. La Procura di Lecce sta infatti indagando per capire quale sia l’origine della Xylella in Italia e una delle ipotesi è quella della diffusione volontaria. Gian Carlo Caselli, ex Procuratore a Palermo e a Torino e presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura, , ha infatti accostato per la prima volta la vicenda pugliese alla parola agromafia. Il magistrato sostiene infatti che: “Ci sono concomitanze anomale, strane, tanto da far ipotizzare che potrebbero esserci profili ed aspetti non casuali”. Parole pesanti, tutte da dimostrare, che darebbero un nuovo volto all’intera vicenda che attualmente, è giusto dirlo, favorisce soltanto le grandi case produttrici degli insetticidi.

    Infine, un altro duro colpo all’economia pugliese è stato inflitto dall’Algeria, dalla Francia e dal Marocco che hanno fermato le importazioni di piante dalla Puglia. Una scelta dettata dalla paura di contaminazioni, ma che potrebbe convincere anche altri Paesi a seguirla, creando una reazione a catena spaventosa. Il 27 e il 28 aprile il Comitato permanente europeo per la salute delle piante e il Parlamento Europeo decideranno come continuare la lotta alla Xylella e nel frattempo il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha scritto al Commissario Europeo per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale dell’Unione Europea, Phil Hogan, il quale ha aperto all’ipotesi, sollecitata dal Ministro, di un sostegno concreto per gli agricoltori. Staremo a vedere.


    Enrico La Rosa

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